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La confusione dell’identità. Organizzazioni di personalità borderline: non so chi sono, non so chi sei.


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Pablo Picasso, Il Bacio, 1925-
Pablo Picasso, Il Bacio- 1925

A cura di Marialba Albisinni

L’identità corrisponde al modo in cui ci percepiamo soggettivamente, al modo in cui ci rappresentiamo e vediamo con trasparenza il  nostro  mondo interno e lo seguiamo secondo le nostre inclinazioni, i  nostri orientamenti valoriali, le nostre passioni e interessi che vengono perseguiti senza conflitti. Abbiamo più o meno una stabilità emotiva e una cognitiva e coerenza nel modo in cui ci percepiamo e percepiamo gli altri.  

Mentre negli adolescenti è naturale che queste rappresentazioni di sé siano più o meno confuse e instabili, poiché si sta attraversando l’esperienza di crescita fisica e psicologica di cambiamento su chi sono e chi desiderano diventare, negli adulti questa identità è più o meno organizzata in modo stabile e coerente.  Se non ci sono state esperienze di deragliamento evolutivo o traumi relazionali,  la conoscenza della propria persona prosegue verso la chiarificazione e la realizzazione di vita.  

Questa stabilità e coerenza interiore permette anche di vedere con più chiarezza chi si ha di fronte e di capirne più o meno la personalità, il buono e il negativo si alternano e integrano e si accettano come sfumature possibili che coesistono; per esempio la persona con cui si ha un legame non viene abbandonata solo perché si vede il difetto temporaneo. La percezione stabile di sé e degli altri permette infatti di tollerare l’ambivalenza che spesso c’è nelle relazioni senza mettere sempre in discussione ciò che si è e ciò che è l’altro in base a elementi apparentemente poco significativi.

Tuttavia non tutti gli adulti hanno una chiara percezione di sé; tale confusione   è il campanello di allarme che aspetti della propria persona sono troppo disorganizzati o sono rimasti sconosciuti,  inespressi, a volte negati  e quindi ci si percepisce semplicemente “confusi e disorientati” si tende a vedere secondo un registro rigido e dicotomico nella prospettiva  del bianco o del nero in cui i meccanismi di difesa proiettivi di qualcosa di me sull’altro o la scissione (buono e cattivo) o il senso di onnipotenza poco realistica confondono la percezione identitaria.

<< Cara dottoressa, sto male _  sono una sognatrice ma non so cosa voglio, comunque sono una fallita ma credo che la colpa sia degli altri;

  • per me lui era così dolce e disponibile, mi dava attenzione _  ma poi si è rivelato tutt’altro perché non mi risponde subito al telefono, a volte lo sento distante e freddo, così non l’ho più cercato, poi era strano a volte la sua presenza mi soffocava.
  • Anche io sono dolce e disponibile ma poi divento cattiva.
  • Non ho chiarezza di chi sono alcune persone, io mi comporto sempre bene perché  non sbaglio mai, quindi mi allontano perché l’altro si comporta male. Questo mi succede con tutti e non trovo l’ uomo giusto. Sono io o sono loro? Sono molto confuso e in ansia>>.

In queste frasi non c’è assolutamente consapevolezza della confusione identitaria che si nasconde dietro queste continue contraddizioni. Sia lei che l’ altro sono percepiti in base alla disponibilità, la freddezza e la mancanza temporanea. Non c’è una valutazione nell’interezza identitaria. C’è un ambivalenza percettiva e una rottura continua che si ripete nella difficoltà di mantenere  relazioni importanti tra il bisogno di averci una disponibilità e al contempo di allontanarla. Nel mezzo e centrale c’è la cosiddetta “diffusione d’identità” per cui si è confusi su chi si è, e su chi sono gli altri;  il lavoro di meccanismi difensivi proiettivi e di scissione  confondono il confine identitario.

Otto Kernberg, noto psicoanalista ci parla di “dispersione o diffusione dell’identità” per cui l’esperienza di sé e degli altri e molto instabile, si cambia continuamente la percezione della propria persona prima svalutandosi molto poi sopravvalutandosi fino ad idealizzarsi. L’immagine di sé e degli altri  cambia continuamente. Ci sono oscillazioni troppo disconnesse,  il bianco o il nero (dovuto a meccanismi difensivi di scissione) prendono il sopravvento alternandosi e quando si subisce per esempio un piccolo torto, l’altro diviene tutto il nero possibile; oppure quando si sbaglia su qualcosa e ci si tende a svalutare in maniera troppo negativa “non valgo”;  oppure si tende a sopravvalutarsi quando ci si percepisce un ambizione che però non è stata mai portata a termine. Il problema è che la percezione del bianco  annulla la percezione del nero, con la difficoltà ad organizzare e riconoscere che le oscillazioni possono coesistere senza necessariamente scindersi. Tale incostanza percettiva di sé e degli altri è fonte di sofferenza e denota  scarsa consapevolezza di sé e della propria storia in termini di confini identitari  e continuità. Si parla in questo caso di organizzazioni di personalità molto instabili e disorganizzate che al contempo soffrono di questa immensa confusione emotiva; in ambito diagnostico le identifichiamo come Organizzazioni di Personalità Borderline. Ciò non deve mai impedire di vedere l’interezza della persona ma ci facilita a contattare le parti di sé poco funzionali e di sofferenza  che emergono durante gli incontri di psicoterapia.

Vediamo nello specifico le difficoltà di chi ha sviluppato la percezione di quel bianco e nero che polarizza, frammenta, entra in contraddizione con aspetti di quel me e dell’altro che non solo crea sofferenza interna,  confusione e instabilità ma disconnette anche troppo dagli altri.

Ciò che è evidente sono diverse rappresentazioni di sé e manifestazioni comportamentali, anche se non sempre si presentano tutte insieme, ma il numero maggiore di queste condizioni ci indica più o meno il livello di gravità. Per comprendere questo aspetto, di seguito prendiamo in esame le caratteristiche di personalità specifiche elaborate da Otto Kernberg e il suo gruppo di lavoro che caratterizzano questa confusione di identità:  

In Ambito studio/lavorativo

  • Abbandoni scolastici e impegni vari;
  • Si percepisce inefficiente:
  • L’instabilità nelle relazioni e nel lavoro;
  • Insoddisfazione per il proprio lavoro;
  • Instabilità negli impegni e cambiamenti vari;
  • Gli obiettivi non corrispondono alla carriera intrapresa;
  • Le attività che si intraprendono non hanno molta rilevanza e significato;
  • Detesta lo studio o è indifferente e non trae alcuna gratificazione:
  • Non identifica alcuna attività che implichi un significativo investimento di tempo e impegno;
  • Non ci sono attività ricreative significative nella sua vita;

Il Senso del Sé

  • Il tempo è percepito discontinuo e frammentato; non c’è consapevolezza di continuità storica del suo vissuto;
  • Incoerenza sui personali gusti, opinioni e preferenze;
  • Quando parla di sé mostra delle incoerenze, confusione e contraddizioni non è in grado di spiegare chi è;
  • Grave disagio quando è da solo;
  • Assenza di relazioni intime significative e continuative;
  • Tendenza ad attribuirsi valore in relazione ad altri; l’autostima è in gran misura determinata dal confronto con gli altri;
  • Tendenza a sentirsi superiore o migliore agli altri, o in contraddizione a sentire di valere meno degli altri;
  • Valore di sé masochistico;
  • Senso di autostima instabile, cambiamenti sul modo di vedersi;
  • Fragile senso di autostima influenzata e definita quasi interamente dai feedback esterni, in grado decisamente maggiore rispetto ad altre persone;

 Senso dell’altro

  •  L’altro va bene quando risponde ai propri bisogni e viene idealizzato ma non riesce a descriverlo o e contraddittorio.
  • Incapacità di giudicare i sentimenti degli altri a partire dalle loro azioni;
  • Difficoltà a valutare come gli altri la percepiscono;
  • Preoccupazione consistente per il timore che le opinioni degli altri su di lui/lei cambino rapidamente e imprevedibilmente;
  • La visione degli altri è influenzata da come queste persone sono percepite dagli altri, i feedback e le opinioni esterne sono tenuti in considerazione e hanno un forte peso nella stima e nella valutazione  di sé nei confronti di persone significative;
  • Ha frequenti fraintendimenti sociali, errori di giudizio;
  • E’ superficiale, confuso contraddittorio quando parla degli altri.

In terapia il lavoro è altamente collaborativo, si contatta la sofferenza e si lavora non solo con alcune di queste dimensioni del vissuto soggettivo ma si aiuta a organizzare la propria identità in maniera più integrata e sicura.  Si aiuta a differenziare il Sé da ciò che è altro, ciò permette a creare e chiarire i confini identitari – a ciò che è interno (rappresentazione di sé) e ciò che è esterno (distinto anche dai meccanismi proiettivi di sé verso l’altro).

Dopo aver lavorato molto nella relazione terapeutica, solo l’alleanza ci permette di lavorare e comprendere  cosa ha contribuito a tale disorganizzazione.  Un  lungo lavoro  di impegno da ambe le parti che porta risultati solo se si lavora nell’accordo della continuità;  si comprende la discontinuità e le contraddizioni che avvengono nel qui ed ora autentico col terapeuta;  ciò  aiuta a riorganizzarsi in maniera più coerente  e sicura con sé e  con gli altri, di vedere bene il confine psichico ed emotivo che c’è tra il terapeuta e il paziente ma anche le persone che includono la vita del paziente; esplorare  i meccanismi difensivi “insieme” quelli che impediscono la riorganizzazione del proprio assetto identitario più consono a sé e sicuro aiuta a far emergere gradualmente l’autenticità del senso del Sè.

Se avete questa confusione e pensate spesso di mollare la terapia probabilmente è importante parlarne in maniera aperta con il vostro terapeuta che probabilmente sta subendo la vostra svalutazione imminente che è dovuta alla vulnerabilità percettiva. Il terapeuta conosce i meccanismi difensivi che si attivano e capirà l’importanza del momento svalutativo. Infatti la  svalutazione probabilmente è dovuta ad una momentanea incomprensione o proiezione di un vostro vissuto distorto sul di lui, ricordate il lavoro che state facendo con lui/ lei e non perdetelo di vista. Se cadete in quella gabbia del “nero” probabilmente sarete portati a pensare di cambiare terapeuta ma  il mio consiglio nonostante la confusione che avete è “non mollare”; la confusione tra chi siete e chi è l’altro avviene anche in terapia ma si lavora per comprendere come siete organizzati. La continuità  che state creando con un professionista di cui vi siete fidati sarà la base sicura per riorganizzare emotivamente voi stessi ed è fondamentale per la vostra salute mentale, per  l’identità e per le relazioni che desiderate avere nella vostra vita. Abbiate fiducia, i tempi per riconoscervi in questo caso però sono  lunghi, dipenderà molto anche dalla relazione di fiducia che avrete con il terapeuta che scegliete per voi _ ma parlate dei dubbi, delle confusioni e vedrete che pian piano riuscirete a riorganizzarvi con maggior fiducia e serenità.

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta

Or.psicoanalitico

Disturbi di Personalità- Organizzazioni di Personalità Borderline

ricevo a San Cesareo (RM) e Ciampino (RM)

Confusione dell'identità
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La coppia: tra individualità e condivisione.


Il lavoro con le coppie è molto particolare. Solitamente le coppie che si presentano in psicoterapia hanno una difficoltà a confrontarsi in maniera rispettosa. Il piu delle volte nascono incomprensioni a causa di vissuti emotivi non risolti con la propria famiglia di origine.

Le dinamiche inconsce dovute a ciò che si è interiorizzato nel passato influisce negativamente nella nuova progettualità relazionale innescando incomprensione e distanza emotiva.

È importante lavorare nell’ individualità per conoscere come alcune organizzazioni emotive si sono irrigidite creando incomunicabilità con l’altro e mancato contatto con se stesso.

È importante lavorare con momenti di condivisione per potersi confrontare per un benessere comune e di maggior comprensione empatica.

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta.

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Il senso reale della propria esistenza: quale autenticità?


Diventiamo ridicoli solo quando vogliamo apparire ciò che non siamo.”Giacomo Leopardi

Pablo Picasso, Buste de Femme au Chapeau, 1962. Museum Boijmans Van Beuningen

L’essere umano si è sempre occupato del problema tra il  rapporto di ciò che è percepito oggettivamente (cosi com’è per esempio un oggetto nella sua configurazione) e ciò che è concepito soggettivamente (così come organizziamo la nostra personale esperienza secondo le nostre personali sensazioni). Tale complesso quesito è stato sollevato da D. Winnicott, noto psicoanalista.

Nella mia esperienza clinica ritrovo spesso persone tormentate dalla confusione di ciò che è sentito reale ed autentico e da ciò che invece è vissuto come non reale, quasi non appartenente a sè “un enorme groviglio per la propria esistenza, perchè a volte la sensazione è di non vivere la propria vita”. Si è confusi nel riconoscere i bisogni ma anche i desideri, le ambizioni che autenticamente  appartengono a sè, quindi l’identità non si sviluppa in maniera fluida e naturale.

La comprovata ricerca sul campo evolutivo, ci indica, come sia importante per la crescita dell’uomo, l’aspetto affettivo ed empatico di come il senso reale del  sé di un bambino si sviluppi grazie ad un adulto maturo capace di  buona sintonizzazione ai bisogni dei piccoli, ma ciò che conta è la sufficiente risposta che viene data  e convalida degli stessi stati emotivi.   Sarà in questo caso, successivamente, un adulto, capace di stare in pieno contatto con se stesso e con la propria soggettività, con il proprio senso autentico della sua esperienza che si evolve nella sana direzione in termini di continuità e coerenza con sè e gli altri.

La motivazione che spinge l’uomo a fare scelte e che orienta pensieri e azioni dipende in larga misura  dall’esperienza vissuta e dagli scambi  affettivi ed empatici ricevuti.

E’ un’area di base, “l’affettività o l’anaffettività” collegata alla possibilità di ricevere empatia o meno da chi ci circonda, che orienta la nostra esperienza di vita in termini di sentirsi o meno esistenti nel proprio modo o adattati al modo dell’altro.
Il senso reale in termini soggettivi è riferito quindi alla sensazione, alla percezione di ciò che sentiamo nella nostra esperienza di vita, e la capacità di saperli esprimere spontaneamente. In fase precoce  la presenza di un adulto che supporta e contribuisce al processo di crescita, facilita lo sviluppo in linea col personale  disegno di vita in continua conoscenza, in coerenza con lo sviluppo delle inclinazioni personali che lo aiuteranno a sviluppare la sua identità in maniera sana e autentica .

Il contatto, il modo in cui una madre per esempio  tiene in braccio il proprio bambino, lo sguardo, il ritmo e l’intonazione della voce forniscono degli indicatori di scambio affettivo importanti per il bambino, poi adulto. E’ importante decifrare bene (usando l’empatia e la conoscenza del proprio figlio) dare il giusto nome agli stati emotivi del piccolo, e rispondere alle sue richieste “regolandolo” ; ciò  aiuta a definire la sua soggettività. Ma se la risposta al bisogno dato dall’adulto non coincide con lo stato emotivo che lui prova, oppure i suoi bisogni sono del tutto ignorati ed assenti, è facile crescere più confusi che mai sul chi siamo, cho vogliamo diventare. Ciò genera la ricerca di conferme continue, di dipendenza a scelte di relazioni disfunzionali che spesso invece confermano il proprio “non essere”. Si è disorientati nel giudizio che l’altro fornisce e nella ricerca paradossale che l’altro può attribuire “si diventa ciò che l’altro si aspetta”.

La mancata difficoltà dell’adulto di riconoscere la sua stessa difficoltà a comprendere il bambino ed a rispondere  empaticamente, tende ad essere, quindi un fattore di rischio per un possibile deragliamento dello sviluppo soggettivo del bambino, in quanto ostacolo per lo sviluppo autentico del Sé e per la propria unicità identitaria. Spesso ci si adatta alla soggettività dell’altro pur di mantenere il legame pseudo-affettivo, si presenta una sintomatologia e si rinuncia al personale sentito. La propria  soggettività rischia di rimanere estranea a se stessa.

Questo processo avviene in modo inconsapevole, non voluto da nessuno, nessuno ha colpa e la situazione non cambia fino a che qualcuno, spesso l’adulto genitore, spesso il bambino diventato adulto non  si mette in discussione e apre possibilità esplorative di conoscenza soggettiva e scioglie modelli di relazione irretiti e ripetitivi, conformi più alle aspettative altrui che al proprio contatto con se stessi.

Sottolineo ancora, come spesso l’adulto accudente, inconsapevolmente sostituisce il gesto del bambino secondo il proprio bisogno. Kohut, direbbe che ci troviamo dinanzi ad un adulto narcisistico, incapace di empatizzare con il proprio figlio ma impone inconsapevolmente  i propri bisogni all’altro, spesso inappagati e frustrati. La conseguenza porta il piccolo a non avere possibilità di comprendere i suoi stati emotivi ed i suoi bisogni vengono disconosciuti; impara ad adattarsi senza possibilità di scelta, senza possibilità di verbalizzare ed esprimere, senza possibilità di  consolidare i suoi stati e la sua soggettività non si sviluppa in modo strutturata e fluida. Da adulto si rende conto che non sa chi sia. Non sa stare in contatto emotivo con sè.

Tristemente, infatti Il risultato della confusione sopracitata, ricade sulla sensazione  che alcune persone hanno di “non esistenza”.

Winnicott, pediatra e noto psicoanalista individua tale risultato nel “falso sé”, un sé custode che in qualche modo protegge, preserva il vero sé, lo nasconde per qualche motivo specifico, esso è ciò che si presenta al mondo esterno.
Si diviene, a volte, ciò che l’altro desidera ed a parlare è la sintomatologia.

“L ‘integrazione dell’esperienza reale, tuttavia, non è mai completato e nessun essere umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con la realtà esterna e che il sollievo da questa tensione è provveduto spesso da un’area intermedia di esperienza, indiscutibile, per cui si libera la personale creatività come può essere un arte, un particolare lavoro, la scrittura… “E’ questa  un’area di gioco necessaria, in cui apparentemente ci si perde ma si riconquista la propria autenticità”.
La complessità di tutto ciò è spiegato in modo semplicistico ed è riduttivo in tale contesto.Essere empatici e rispondere alle esigenze del bambino non significa mancare di disciplina ma facilitare lo sviluppo di ciò che si è attraverso l’empatia e il do contatto emotivo con colui che sta crescendo.

La terapia serve anche a trovare altre modalità di sviluppo in cui affettività e soggettività vanno a braccetto, non sono necessariamente rinunciatarie l’una dell’altra ma fanno parte di un’integrazione, ma ciò implica riconoscimento e consapevolezza. Tale processo di sviluppo ha bisogno del giusto tempo per avviarsi e prendere la forma più consona a sé, per incontrare se stessi, attraverso un percorso di contatto emotivo, di conoscenza e sblocco verso la propia realizzazione della propria unicità come persone.
Autore: Marialba Albisinni

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L’invidia. Quale rapporto avete con questo sentimento?


Freud ne parlò tanto anche se in una posizione “fallocentrica” questo significa che la individuava con molta frequenza nei suoi pazienti, ma non solo, essendo la persona che era, l’aveva subita fortemente nella sua vita. Come non si faceva ad invidiare Freud e la sua mente?

Infatti, il primo sentimento di cui si parla in psicoterapia è sempre “l’amore” e le sue pene, non lo batte nessuno … ma il secondo, almeno nella mia esperienza  clinica è “l’invidia”, molti la subiscono ma i più coraggiosi parlano di quella che sentono. Sono molto fortunata, “Voi mi aprite i mondi più veri”.

Per definizione l’invidia è un sentimento distruttivo sia per chi la prova sia per chi la subisce. Ha a che fare col sentimento di ostilità e rancore per chi possiede qualcosa che il soggetto invidioso desidera, ma non possiede.

Durante la psicoterapia le persone che la provano, col tempo riescono a trasformarla in sana ammirazione ma quel che è più importante è che la trasformano in una sana ambizione e realizzazione verso la propria persona, non guardano più gli altri ma responsabilizzano se stessi, nei casi di più successo terapeutico divengono empatici verso l’altro e riconoscono la diversità, ampliano le loro prospettive; ecco perché si dice che le persone invidiose sono quelle più frustrate,  tendono a mettere in cattiva luce gli altri anziché responsabilizzarsi ed esplorare i loro sani attributi, purtroppo non ne sono capaci ma non lo riconoscono e la terapia aiuta a rintracciare il cosiddetto nucleo realizzativo del sé, per una maggiore soddisfazione della propria persona e garantire l’autostima.

Le persone che la subiscono invece imparano a tutelarsi e pian piano a non sentirsi in colpa per il loro modo di essere, e imparano a godere delle proprie realizzazioni personali, e come è giusto che sia a circondarsi di persone che riconoscono anziché disconoscono la loro persona. In ogni caso, non è per niente semplice poiché tutto ciò è tristemente umano ed è dettato dalle prime relazioni infantili, il rapporto tra fratelli o  da mancate elaborazioni intergenerazionali che si trasmettono da una famiglia all’altra con quella coazione a ripetere senza fine di cui parlava Freud, ma è poco rintracciabile perché agisce inconsciamente.

Heinz Kohut supporta l’idea del “narcisismo sano” ossia quello legato alla possibilità di realizzarsi come persone, parla di realizzazione del proprio sé  e dà importanza ai valori, ai principi e alle ambizioni personali,  al circondarsi di persone che supportano con empatia… tutti fattori importanti che inducono alla realizzazione dell’uomo e alla sua possibilità di avere un’autostima sana.

Tutto questo può avvenire in maniera lineare e serena se c’è stato un ambiente affettivo ed emotivo, rappresentato da persone capaci di sintonizzarsi con i reali bisogni del bambino, futuro adulto, altrimenti si rischia di perdersi o di ricercare continue ed effimere conferme su altri fronti privi di sostanza e di scarsa realizzazione.

Kohut prende in esame un punto dolente di tante persone ossia la “ferita narcisistica”, se tutto ciò che ho descritto poc’anzi non è avvenuto si crea una ferita profonda che compromette l’autostima e la possibilità di realizzare il proprio sé.

Un altro punto importante che può interferire con la realizzazione  del sé  è “l’invidia” che  alcune persone hanno subito da parte di chi invece avrebbe dovuto amare.

Riflettete sulla vostra infanzia, avevate un rapporto particolare con qualche adulto, vostro punto di riferimento affettivo? A chi ha disturbato questa relazione? Oppure a chi ha suscitato invidia una vostra indole particolare?

Quando si è bambini non si ha la capacità di elaborare cognitivamente cosa accade intorno a sé, si sentono emozioni forti, spesso confuse che qualcosa stia interferendo ingiustamente con la sana crescita.

A tal proposito cito letteralmente una passo significativo tratto da Potere e Coraggio di Heinz Kohut, maggiore esponente e studioso delle problematiche  di personalità narcisistiche:

Fin da quando ha cominciato a svilupparsi la nostra consapevolezza, queste forze ci hanno reso timorosi di esprimere liberamente la nostra iniziativa, l’emergere del nostro sé centrale ha suscitato una spaventosa reazione di invidia, che è una manifestazione del narcisismo ferito di coloro che ci stanno intorno. La totale affermazione del nostro Sé nucleare  è quindi per gran parte di noi oltre la portata del nostro coraggio”.

“NOI CI ALLONTANIAMO DALLE NOSTRE METE E DAI NOSTRI IDEALI PIU’ AUTENTICI, LI FALSIFICHIAMO E LI INDEBOLIAMO”.

Tutto questo aggiungo per mantenere dei pseudo affetti, ma c’è da ricordarsi che i veri affetti supportano, alimentano amore, ammirazione, anziché distruzione.

Ora vi porto a riflettere con questa fiaba e trarrete voi le conclusioni di alcune dinamiche distruttive a cui porta l’invidia,  laddove sanamente invece dovrebbe svilupparsi “ammirazione” o semplicemente “riconoscimento” dell’altro diverso da sé.. Le qualità dell’invidiato vengono negate, disconosciute ma nella fiaba emerge che per farlo c’è bisogno di strategie di gruppo, di una forza più grande, di una suggestiva convinzione affinché l’invidiato venga distrutto, in effetti ne esce distrutto ma la risoluzione sta sempre nell’intelligenza di chi invece è capace di altro nonostante tutto.

Buona riflessione

“Il gallo meraviglioso”.

Tratto dal libro “Fiabe dell’Africa”, curato dalla Onlus Thiaroye sur Mer,

Mancava poco al tramonto, il cielo, tutto colorato di arancio, prendeva in prestito dalla notte il suo travestimento più enigmatico. Nella città pervasa dal rumore di un torrente, un vecchio vicino a morire chiamò il suo unico figlio e gli disse: “Ascolta mia dolce creatura, presto ti lascerò per ricongiungermi con i nostri antenati. Ho pensato a te, io ti lascio in eredità il gallo meraviglioso che ha fatto la fortuna di mio padre, affinché assicuri anche per te la ricchezza. Grazie a lui potrai avere una vita felice e fare sempre l’elemosina ai poveri. Non è un gallo che si incontra in tutti i pollai. Da più generazioni viene tramandato di padre in figlio. Tu veglierai d’ora in poi su di lui con molto impegno”. Morto che fu il padre, il figlio organizzò un grandioso funerale dove convocò i parenti e gli amici.

Trascorso il periodo del lutto, il giovanotto decise di partecipare col suo gallo da combattimento a molti tornei, dove si trovò a lottare con i migliori galli del mondo. Per molti anni il gallo vinse tutti i combattimenti, procurando al suo proprietario fortuna e considerazione. Tutti i re lo volevano comprare, ma egli non accettò di sbarazzarsene nemmeno quando glielo avrebbero acquistato a peso d’oro. Diventato potente e ricco, costruì un immenso palazzo sulle rovine della sua vecchia capanna di paglia. Aveva tanti servi e procurava molto lavoro alla gente che aveva d’intorno. Creò una scuola per i fanciulli del villaggio dove apprendevano la conoscenza di molte discipline.

Questo successo non avvenne senza suscitare molte gelosie! Una sua vicina, invidiosa della sua felicità, decise di rendergli la vita più dura. Ella ebbe l’idea di seminare del mais da portare al gallo e questi si precipitò sui chicchi appetitosi e non smise di mangiarli finché non fu sazio: diventò così grasso che poteva appena camminare.

Fu a quel punto che la crudele donna andò a far visita al suo vicino e gli disse: “Il tuo gallo ha rubato il mio mais e non mi è rimasto niente da mangiare”.

Il giovane, imbarazzato, rispose: “Cara amica, calmati, ti pagherò il tuo mais!”

“No!” esclamò lei “no, no e poi no! Io rivoglio il mio mais, quello che il tuo gallo ha mangiato! Uccidi il tuo gallo e rendimi il mio mais!”.

L’atmosfera era tesissima, piena di elettricità, come quando sta per scatenarsi un temporale. L’ingannatrice, piena di collera, resa cieca dalla cupidigia, si mostrò irremovibile. Disperato il giovane gli offrì tutte le sue ricchezze, il suo palazzo, i suoi gioielli, i suoi diamanti, al fine di salvare il gallo, ma non servì a farle cambiare idea. Imperturbabile, la donna considerava la sua decisione non negoziabile. Il problema fu portato davanti al garante della legge che ascoltò la discussione. Gelosi come erano, tutti i membri della Giuria richiesero la morte del colpevole che con la pancia piena sonnecchiava nell’orto; andarono a prenderlo e lo sbuzzarono.

I chicchi di mais furono restituiti alla proprietaria ma intanto il povero volatile, non resistendo alle ferite, morì. Crudelmente provato da questa ingiustizia, il giovane deperì a vista d’occhio. Colpito dal dolore, era distrutto e ogni giorno più triste. Sotterrò in segreto il cadavere del gallo dietro il suo palazzo e, ferito nel profondo dell’animo, si rinchiuse per molti mesi nella sua abitazione. Un giorno, nel posto dove riposava il gallo, nacque un mango dai frutti allettanti. La vicina invidiosa, che era ghiotta e sfrontata, andò a chiedere un frutto al proprietario del mango, che non rifiutò. La donna fece venire il suo unico figlio e lo spinse a mangiarne anche lui. Così ne colsero molti, al posto di uno solo.

Il giorno dopo, al levarsi del sole, in assenza del proprietario dell’albero, il figlio della donna cattiva andò di nuovo, questa volta senza autorizzazione, a cogliere i deliziosi frutti. Salito in cima al mango, sceglieva quelli più maturi e li mangiava, ma stupidamente lasciava cascare i noccioli e le bucce in terra. Il proprietario dell’albero, tornando dalla sua passeggiata, si accorse del fanciullo appollaiato lassù su un ramo dell’albero; questi masticava un frutto e sembrava completamente indifferente alla sua presenza. A un tratto un mango, sfuggito dalle mani del ladruncolo, cascò sulla testa del proprietario. Furioso e assetato di vendetta, l’uomo batté il gong e radunò tutto il villaggio.

Appena tutti furono riuniti, egli dichiarò minaccioso: “Chi ha mangiato i miei manghi deve restituirmeli!” Tutti i presenti approvarono.

Informata dell’Assemblea, la madre del colpevole si presentò tutta trafelata e disse al proprietario: “Bene ti restituirò i tuoi frutti!”

Ma lui, ricordandosi della morte ingiusta del gallo, le disse “Oh donna, poiché la tua giustizia fu buona per il passato, questa lo sarà di nuovo in questo giorno. Io ti reclamo proprio quei frutti che sono stati mangiati da tuo figlio”.

Il Consiglio dei saggi riconobbe ch’egli era in diritto di esigere una giustizia equa. Piangendo e supplicando il suo vicino, la donna offrì tutti i suoi poveri beni in cambio della vita del figlio. Niente da fare, secondo la legge, il ragazzo doveva subire la stessa sorte del povero gallo. Tuttavia l’uomo dichiarò che era pronto a perdonare tutte le cattiverie passate. Egli si ritirò dunque nel suo palazzo, lasciando salvo il figlio della vicina.

Scioccata da tutta quella confusione, risparmiata dalla sorte, ma vergognandosi, la donna comprese che suo figlio doveva la vita a quest’uomo. Supplicò allora il cielo di liberarla della sua gelosia e dei suoi passati misfatti. Il destino le aveva dato una dolorosa lezione ed ella comprese infine che l’invidia distrugge chi la nutre. Il giorno dopo questo fatto, il mango cominciò a dare dei frutti d’oro. Si dice che ne fornisca ancora.

A cura di Marialba Albisinni

 

Bibliografia

Potere Coraggio e Narcisismo – Heinz Kohut, Astrolabio

Fiabe dell’Africa, curato dalla Onlus Thiaroye sur Mer,

 

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15 Marzo Giornata di Sensibilizzazione per la Prevenzione e informazione dei disturbi alimentari


fiocchetto lilla15 15 Marzo  Giornata di Sensibilizzazione per la Prevenzione e informazione dei disturbi alimentari

Nel loro insieme, i Disordini Alimentari, in particolare Bulimia e Anoressia, costituiscono ormai un allarme sociale e nei casi gravi possono avere un esito infausto. Secondo l’American Psychiatric Association, sono la prima causa di morte per disordine psicologico nei paesi occidentali; è un’affermazione che porta a riflettere se si considera che nel nostro paese sono circa tre milioni, pari al 5% della popolazione, le persone che soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare e il loro numero è in costante aumento. Secondo il Primo monitoraggio sui Disturbi Alimentari online in Italia, condotto da Eurispes, infatti, ogni anno si contano in Italia 3500 nuovi casi di Anoressia e 6000 di Bulimia.
Dai dati emersi risulta che Anoressia, Bulimia e anche l’Obesità, sono gravi psicopatologie che utilizzano alimentazione e corpo per esprimere una sofferenza profonda. Il corpo si riempie o si svuota sino a dimagrire fino a rendersi “invisibile” o si ingrassa a dismisura: è il segnale preciso di disagi psicologici sottostanti di grave entità e che denunciano la vera sofferenza che va ben oltre a semplici Disordini dell’Alimentazione e come psicopatologie, devono essere comprese e affrontate.
Gli studi clinici sulla bulimia concordano nel ritenere che l’autostima delle persone che soffrono di questo disturbo, oppure di persone obese, sia in qualche modo legata implicitamente e restrittivamente al peso e al corpo. Ciò tralascia altri aspetti importanti e integrativi della personalità che, in qualche modo restano sconosciuti e distanti dalla possibilità di essere rispettati da se stessi.
Nel PDM (manuale psicodiagnostico psicodinamico), la bulimia nervosa è descritta nel seguente modo:
la bulimia è caratterizzata da un ciclo di abbuffate, seguite da condotte di evacuazione con cui si cerca di “liberare il corpo” da “calorie non desiderate” e di “evitare un aumento di peso”.
L’abbuffata in sé è definita come l’assunzione di grandi quantità di cibo introdotte in un breve lasso di tempo (meno di due ore). Tale assunzione è spesso accompagnata da una “disforia transitoria”, seguita da un “umore depresso”, “pesanti e severe autocritiche” e la sensazione di” non avere controllo” su ciò che si sta ingerendo.
Il vomito o i lassativi, oppure l’eccessiva attività fisica, farmaci dimagranti, diuretici e cosi via caratterizzano le condotte di evacuazione. La sensazione di vuoto nello stomaco è associata alla sensazione di un sé sminuito e per l’appunto vuoto.
Concordo con Massimo Recalcati, esponente della psicoanalisi che affronta il problema della bulimia in termini profondi e spiega come la persona che soffre del disturbo bulimico è spinta non solo a raggiungere il vuoto ma anche a conservarlo con condotte di evacuazione: “attraverso il vomito si induce un vuoto nel corpo”.
Tra l’altro la sofferenza di queste persone è legata alla scarsa tolleranza di sostenere sia il pieno sia il vuoto, poiché il pieno corrisponde all’essere invaso dall’Altro significativo che si è occupato probabilmente delle sue cure offrendo essenzialmente nutrimento in materia, rispondendo afferma Recalcati al “registro dell’avere”, tralasciando il vero dono d’amore e aggiungo inconsapevolmente “occultando la vera identità deragliata in un malsano sviluppo“.
Il cibo è un simulacro di ciò che non c’è. Il corpo si svuota dal peso della sostanza, così al termine di ogni crisi di fame si mostra in realtà all’Altro (reale o interiorizzato) che niente potrà mai riempirla veramente “il vuoto non è un vuoto del contenitore ma una mancanza ad essere”.
In linea col pensiero Kohutiano ma anche di altri studiosi che si sono occupati del significato profondo che il cibo ha per queste pazienti:
L’abbuffata secondo la prospettiva psicoanalitica e l’esperienza analitica, mettono in primo piano l’importanza e lo scordinamento dei diversi sistemi motivazionali, affermando come l’esperienza dell’abbuffata e del successivo svuotamento è un’ esperienza che funge da “regolatore emotivo”.
Nei momenti distonici, la gratificazione dei bisogni non soddisfatti in uno o più sistemi motivazionali cercheranno la vitalità attraverso esperienze alternative, la focalizzazione e l’uso dell’esperienza vitale (oggetto – sé arcaico) confermerà illusoriamente un senso di vigore compensatorio.
L’esperienza alternativa va alla ricerca, quindi, in modo illusorio di affetti, le cui funzioni sono di consolazione, fusione e senso di vigore. L’ingorgo di cibo costituisce un affetto immediato, piacevole, ripetitivo, apparentemente controllabile ma molto punitivo.
Tale atto porta con sé al contempo la punizione rappresentata dal successivo svuotamento (tipico è il vomito e l’uso di lassativi). Il senso del Sé, infatti, permane nello stato iniziale di vuoto, poiché secondo l’accezione di Kohut è rimasto deficitario nel suo sé nucleare, quel sè capace di sviluppo e sana autorealizzazione.
L’abbuffata, la sensazione di riempirsi e svuotarsi esprime la cui valenza sta negli affetti e questi pazienti vivono nell’illusione di reintegrare una parte mancante rappresentata invece dalla sensazione di vuoto che rimane offuscato dall’incomprensione.
Marialba Albisinni

Bibliografia
-L’ultima cena:anoressia e bulimia- Mondadori – Massimo Recalcati
-Bulimici e obesi immancabilmente – L.D. Regazzo – CLEUP- articolo “Principali interventi psicoterapici per la Bulimia nervosa di Marialba Albisinni
-PDM Manuale Diagnostico Psicodinamico- Raffaello Cortina

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Inside Out: Riconoscere le emozioni


insidePrendo spunto da questo film di animazione per riflettere e parlare di un tema che mi sta particolarmente a cuore: la “prevenzione per i disturbi di personalità” soprattutto in giovane età, poiché non si è strutturati abbastanza, poiché si è in crescita, poiché meccanismi difensivi, come per esempio la “negazione” di un problema inducono anche noi adulti a non affrontarlo.
La personalità dei nostri ragazzi si delinea senza sosta, ma anche la nostra, e siamo richiamati continuamente ad essere responsabili della loro crescita, per chi è genitore sa quanto è faticoso.
Il nuovo cartone della Disney “Inside Out” ti trasporta all’interno di un grande agglomerato emotivo, insito nella nostra natura umana, nel nostro mondo interno: le emozioni e la necessità di riconoscerle a noi stessi, ma come si vedrà non è affatto semplice. Lo stato interno si manifesta in ogni caso in modalità differente.
Il film narra di una bambina, Riley che trascorre la sua infanzia in maniera felice, la gioia prevale e la bimba vive serenamente con la sua famiglia; le relazioni sociali, quali l’amicizia e il senso di agency ed esplorativo è funzionante, si concretizza nel piacere di uno sport come l’hockey , sembra procedere tutto in armonia.
Inside OutAd ognuno di noi, tristemente accade qualcosa durante l’arco della nostra esistenza, facciamo tutti i conti col passaggio dell’età e con gli eventi non previsti ed è fortunato chi ha qualcuno che “comprende” al suo fianco.
Riley deve affrontare un trasferimento a un’altra città, ha tante aspettative, è inizialmente entusiasta, ha 11 anni, un’età già di per sé complicata ma non necessariamente triste. Lontana dallo stile di vita che conduceva nel Minnesota, la ragazzina si ritrova a San Francisco e sarà molto delusa dalle aspettative immaginate. Le amicizie, la mancanza di stimoli più consoni alla sua persona, la mancanza di appartenenza e di riferimenti più familiari,  la inducono gradualmente ad avvertire uno stato di malessere, il disagio è troppo grande che si anestetizza, non avverte più emozioni, entra in uno stato pericoloso di anedonia, fino a destrutturarsi, smarrendo addirittura i bei ricordi. Il peggio di tutto, è che lo vive in piena solitudine, gli adulti non comprendono ciò che le sta accadendo poiché troppo occupati a gestire le loro di emozioni. Sola, cerca una escamotage per risolvere questa “triste situazione” e la ritrova nella fuga.
Il punto è che la sua tristezza non viene riconosciuta da chi la circonda, è assente la funzione di sostegno comprensivo dell’adulto: da una parte l’”indifferenza” del padre, dall’altra la “negazione” della madre, ma essere genitori è difficile; essendo lei immatura sia emotivamente che cognitivamente è impossibilitata a riconoscerla e ad affrontare in maniera funzionale tale cambiamento.
La parte finale ci fa capire quanto è importante riconoscere il malessere, anche quando si è tendenzialmente gioiosi. Siamo portati a ricercare il piacere, la gioia ostenta ed è un ingrediente indispensabile  per vivere ma quando è necessario deve lasciare spazio ad altre emozioni che fanno parte di noi. La tristezza non piace a nessuno ma come si vedrà nella parte finale il suo “riconoscimento” darà sollievo, poiché è stata compresa la situazione nebulosa che sovrastava “l’incomprensione” di ciò che accadeva nel suo mondo emotivo. I genitori divengono empatici e si sintonizzano sinceramente con lo stato emotivo di disagio di Riley. La vita può procedere poiché ci si organizza diversamente, si cresce, si integra quell’esperienza, che gioia e tristezza ci sono entrambe, è la vita; si evitano blocchi e si prevengono, soprattutto per i nostri ragazzi, permettetemi di dirlo, patologie importanti come i disturbi depressivi e depersonalizzazioni che rischiano di cronicizzarsi e permanere durante l’arco della loro vita. Il cartone avrebbe avuto forse un altro finale se cosi non fosse stato… Ma ovviamente è sempre tutto più complesso di ciò che abbiamo visto e di ciò che ho sinteticamente spiegato, c’è una “soggettività” che non va trascurata. L’animazione di questo film rende molto l’dea di ciò che accade emotivamente quando ci si smarrisce ma nel film ci solleva solo alla fine.

inside out

Marialba Albisinni

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Identità 3- Il deragliamento dell’identità


madre figlioNella mia esperienza clinica ritrovo spesso persone tormentate dalla confusione di ciò che è sentito reale ed autentico e da ciò che invece è vissuto come non reale, un enorme groviglio per la propria esistenza.
Oramai la comprovata ricerca sul campo evolutivo psicoanalitico (Infant Research), ci indica come sia importante per la crescita dell’uomo l’aspetto affettivo e di come il senso reale del proprio sé si sviluppi grazie alla buona sintonizzazione agli stati affettivi e alla convalida degli stessi da parte di colui che si occupa del bambino. La sintonizzazione empatica faciliterà poi, lo sviluppo di un adulto maggiormente capace di stare in pieno contatto con se stesso, con i propri bisogni e con la propria soggettività, capace di dare parola e consapevolezza e rappresentazione ai propri stati emotivi, a negoziare meglio i propri conflitti, prevenendo cosi sofferenza e dissociazioni patologiche.
La sintonizzazione precoce empatica verso di noi, regola affettivamente gli stati emotivi consentendo così, lo sviluppo di un’identità più sana. La sensazione di non esistere, o di confondersi tra ciò che è reale e ciò che non lo è, indica che probabilmente l’identità non si è sviluppata secondo la naturale tendenza in termini di sensazioni, bisogni, ambizioni, ideali ma si è accomodata tendenzialmente alle esigenze dell’altro. Le probabili mal sintonizzazioni dell’adulto accudente o i cosiddetti traumi relazionali tendono ad ostacolare la crescita psicologica procurando così un deragliamento nello sviluppo soggettivo. Spesso ci si adatta troppo ai bisogni dell’altro, pur di mantenere il legame affettivo rinunciando così al personale sentito; la propria identità quindi, rischia di rimanere estranea a se stessa. Tali dinamiche si consolidano nella parte inconscia, che rimane sconosciuta e che viene esperita nell’esperienza relazionale causando un’intima sofferenza.
E’ un’area di base “l’affettività” che orienta tutta la nostra esperienza di vita.
La psicoanalisi intersoggettiva aiuta anche a trovare altre modalità di sviluppo per cui affettività e soggettività non sono necessariamente rinunciatarie l’una dell’altra; tale processo di sviluppo ha bisogno del giusto tempo per avviarsi e prendere la forma più consona alla propria identità e concedersi un’intersoggettività più sana.

Marialba Albisinni

 

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Il trauma distrugge il tempo


Edvard_Munch_-_Melancholy_(1894)“Vivere oltre il trauma è un diritto di chi lo ha subito”.

Cos’è il trauma affettivo ed emotivo?  Quanto questo dolore non elaborato tende fortemente ad influenzare negativamente le esperienze successive? Quanto è importante elaborare  e integrare nella propria organizzazione esperienziale ciò che invece vuole essere a tutti i costi dimenticato?

Il trauma psicologico è il risultato di un evento particolarmente stressante o di una serie di eventi a volte anche apparentemente non stressanti, ma capaci di agire nel tempo con effetto cumulativo (Fonte: SPI Società Psicoanalitica Italiana).

E’ un’esperienza di forte impatto emotivo, collegabile a esperienze altamente stressanti a livello psico-fisico, di affetti intollerabili che non hanno trovato una necessaria integrazione (Krystal, 1978) poichè troppo forti, poichè incompresi, non accolti nel loro dolore.

Esistono diversi tipi di trauma, dal maltrattamento, all’abuso, alla violenza e traumi precoci relazionali, lutti importanti, abbandoni, disconferme di sè, forti umiliazioni, ancor più traumaticc se provengono da persone significative poichè affettivamente importanti.Il dolore del trauma diviene quella  parte di sè indicibile, o in apparente riposo che struttura assetti psichici dissociati dalla coscienza, che invece continuano ad operare e sono evidenti nella sofferenza interiore e nel comportamento relazionale della persona. Quando non c’è a livello di coscienza lascia tracce indelebili anche nella vita adulta o comunque nel proseguo della vita. Dimenticato o depositato in una nicchia isolata del proprio sè,   agisce nelle vita emotiva, sovrasta altre parti del sè funzionali e diviene una sofferenza inspiegabile che invade l’organizzazione psichica personale e relazionale. 

La fase precoce del nostro sviluppo non si ricorda facilmente, ma a volte si ha una vaga idea della propria storia e da adulti può capitare che la vita prosegue con depressioni, a volte, nei casi più gravi la depersonalizzazione.

La psicoanalisi è la psicologia del profondo che si è occupata da sempre di come il trauma agisca con sofferenza anche a distanza di tempo. A parte la sofferenza, a volte un comportamento irrigidito, a volte la sintomatologia allerta che qualcosa non sta funzionando, l’inspiegabilità di sensazioni e comportamenti.

L’esistenza storica assume la sua importanza,  l’esperienza del trauma emozionale rimane in trappola nel proprio presente dal doloroso passato, e non sempre si ha tutto chiaro.

 Si verifica una retroazione del presente sul passato (Stolorow, 1980) e il trauma distrugge il tempo presente. La drammaticità di un avvenimento è legata al suo senso che spesso rimane isolato, sconosciuto ed inespresso dal resto della personalità ma al contempo interferisce sulle relazioni e sul proprio senso di solitudine. Il senso di identità e stabilità del proprio sé rimane fragile nelle difese disfunzionali, bloccando la  possibile continuità del proprio vivere.

Sappiamo che provare dolore in sé non è patologico, ma  tendenzialmente il trauma induce a  dissociare parti di sé importanti che esistono ma che trovano una collocazione in parti isolate, inconscie che però vengono agite, per esempio nelle relazioni definite malate ed instabili.  Quindi l’esperienza emozionale rimane bloccata e agita inconsciamente, a volte congelata in sintomi corporei senza nome, ed ecco qui che paranoie, ipocondrie, ossessioni, somatizzazioni, angoscie, depersonalizzazioni, e problematiche relazionali che prendono il sopravvento.

La vita scorre ma  il senso della propria continuità temporale si arresta nel passato e in molti casi si è ignari di tutto ciò.

L’uomo ha un costante bisogno di continuità riguardo la propria esistenza e il trauma interrompe questa fisiologica coerenza e linearità  della propria vita e si distanzia dalla possibilità di essere elaborato emotivamente e cognitivamente perché troppo doloroso; la persona che l’ha subito non riesce a rappresentarselo.

La psicoanalisi si occupa molto del trauma, dei suoi effetti e della cura. Nella psicoterapia psicoanalitica  il trauma, con i tempi del paziente e un lavoro di allenza e collaborazione terapeutica trova una  “possibilità narrativa e relazionale di comprensione” che a lungo andare, lavorandoci con continuità consente di interrompere l’automatismo di arresto evolutivo che è stato fuori dal controllo volontario. Non sempre è possibilile elaborarlo con la narrazione ma l’aspetto relazionale informa il terapeuta su come degli assetti emotivi si siano irrigiditi, il terapeuta esperto conosce la delicatezza e la cautela dell’agire terapeutico.

C’è una relazione che si costruisce e si lavora con responsabilità rispettando modi e tempi.

Stolorow considera l’ affetto come l’esperienza emozionale soggettiva che sin dalla nascita è regolato o dis-regolato all’interno di continuativi sistemi relazionali “sé -altro” e spesso la disconferma della propria realtà affettiva provoca in età adulta uno immane smarrimento che in terapia trova significato.  In psicoterapia si elaborano le difese, le dissociazioni, e le paure che minacciano e allertano   nuove ri-traumatizzazioni.

E’ importante contestualizzare situazioni che apparentemente sembrano estranei al trauma e che invece allertano delle paure per un nuovo trauma emotivo anche se  non è realistico. L’inconscio emotivo agisce ed interferisce sulle interazioni reali e concrete:

  • Il dolore affettivo viene  sequestrato  da una parte del proprio sé, che rimane fuori dalla propria auto-riflessività cristallizzandosi in  modalità disconosciute.
  • La persona traumatizzata si sensibilizza acutamente  ad esperienza emotive simili al trauma originario anche se le esperienze sono del tutto diverse.
  • Le “difese” si attivano provocando spesso caos affettivo e dissociazioni dei propri stati emotivi poiché sono l’unico modo per sopravvivere a questi sensori. Ciò si ripete addirittura in analisi quando il paziente troppo sensibilizzato tende ad interpretare isolatamente una possibile ritraumatizzazione anche se il contesto e l’esperienza è del tutto differente e sicura; ma nel campo dell’intersoggettività c’è una relazione e un canale di apertura e alleanza che permette di lavorarci.
  • In psicoanalisi il trauma trova altri “significati di senso” ma anche  “relazionali” poiché spesso la paura viene esperita per esempio con l’allontanamento dal terapeuta o con altre modalità di sfida.

Vivendo tutto ciò con distacco e paura spesso si continuano a vivere questi sentimenti in solitudine ed estraniamento non affrontando la dinamica inter-soggettiva che invece ha attivato la difesa e cge può a lungo andare riparare in parte tale ferita e riattivare la continuità della propria esistenza. Il contesto terapeutico ha una sua cornice protettiva  ma anche una possibilità esperienziale differente e “ciò che non può essere discusso non può essere cambiato” e l’ indicibile  va compreso soprattutto all’interno di una relazione tutelata e protetta.

L’argomento è complesso e la terapia altrettanto.

Edvard_Munch_-_Melancholy_(1894)“Vivere oltre il trauma è un diritto di chi lo ha subito”.

Autore: Marialba Albisinni

Riferimenti bibliografici:

  • Clinica del trauma e della dissociazione -Philip M.Bromberg
  • L’ ombra dello Tsunami- Philip Bromberg
  • Trauma e esitenza umana – Robert Stolorow
  • I sabotatori interni – Francesco Gazzillo
Pubblicato in: ESISTENZA

Bulimici e Obesi immancabilmente Cleup


Bulimia obesità  NOVITA’

Recensione dell’ANDID

Recensione Fulvia Gabrieli

INTRODUZIONE
di Lucio Demetrio Regazzo

Il volume sviluppa diffusamente il tema della Bulimia e
dell’Obesità, sia essa metabolica che psicogena. Trattando queste
sindromi, non si può tuttavia evitare di volgere lo sguardo ad altri
Disturbi dell’Alimentazione, come l’Anoressia o gli Altrimenti Specificati. Continua a leggere “Bulimici e Obesi immancabilmente Cleup”