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La coppia: tra individualità e condivisione.


Il lavoro con le coppie è molto particolare. Solitamente le coppie che si presentano in psicoterapia hanno una difficoltà a confrontarsi in maniera rispettosa. Il piu delle volte nascono incomprensioni a causa di vissuti emotivi non risolti con la propria famiglia di origine.

Le dinamiche inconsce dovute a ciò che si è interiorizzato nel passato influisce negativamente nella nuova progettualità relazionale innescando incomprensione e distanza emotiva.

È importante lavorare nell’ individualità per conoscere come alcune organizzazioni emotive si sono irrigidite creando incomunicabilità con l’altro e mancato contatto con se stesso.

È importante lavorare con momenti di condivisione per potersi confrontare per un benessere comune e di maggior comprensione empatica.

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta.

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Sulla realizzazione personale


La sofferenza dell’ uomo è in parte determinata dalla sua mancata realizzazione personale in termini di espressione del suo essere.

Il contesto, le relazioni di base interiorizzate e quelle continuative influiscono su questa carenza di sé.

È molto importante rivendicare la propria unicità in base alla propria storia, il vissuto, i valori e le ambizioni di vita.

Se tutto ciò si vive senza consapevolezza difficilmente si attiva l’ impegno per potersi seguire. Si sfocia spesso in ciò che Heinz Kohut chiama disturdi del sé.

In tutto questo la psicoterapia di approccio psicoanalitico aiuta non solo a comprendersi ma anche a impegnarsi per realizzare la propria persona. Ognuno ha un proprio tempo per cominciare e per continuare a lavorare per la propria stabilità emotiva. Non può esserci cambiamento se non si contatta se stessi e se non si collabora per se stessi.

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta


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“Riconoscere chi siamo,
la nostra storicità e i nostri pregiudizi,
soltanto in questo modo possiamo entrare nel dialogo giocoso,
che amplia e approfondisce la nostra comprensione”. Robert  Stolorow- Prospettiva Intersoggettiva

L’enorme mole di studi sulla psicoanalisi integra gli studi contemporanei sulle dinamiche inconsce. La Psicoanalisi Intersoggettiva è un approccio psicoanalitico prospettivista  orientato a comprendere a  pieno la prospettiva soggettiva dell’altro, il suo modo di percepire, di organizzare e costruire la realtà sia in termini fenomenologici sia in termini più profondi e inconsci tipico e caratteristico e imprescindibile  degli studi psicoanalitici.

La mente non è isolata nella sua entità ma funziona sempre in un campo intersoggettivo esperienziale. Mette a fuoco Il mondo dell’esperienza interna dell’individuo accanto ad altri in un flusso continuo di influenza reciproca. Intersoggettivo perché qualsiasi campo psicologico è formato da mondi soggettivi esperienziali interagenti, ognuno ad un livello evolutivo diverso che caratterizza l’organizzazione personale e  differente. L’ampliamento della capacità riflessiva aiuta a comprendere il modo in cui si è organizzati, la parti di sé che ostacolano o facilitano i processi evolutivi di crescita.

L’esperienza umana nei suoi aspetti più profondi è uno dei punti essenziali della terapia  poichè la profonda immersione nel mondo del paziente  aiuta la persona a trovare nuovi significati.

L’esperienza, l’inconscio, il trauma, le fantasie, la psicosomatica, i conflitti, le difese, la formazione della propria identità, vengono sempre viste all’interno del campo intersoggettivo, all’interno della relazione di un osservazione traslativa e relazionale oltre che narrativa.

Essendo la psicoanalisi intersoggettiva una psicologia del profondo è orientata all’esplorazione delle dinamiche inconsce, ossia le dinamiche che agiscono sulla nostra personalità e nel nostro comportamento ma di cui non ne siamo consapevoli. Lo studio sull’inconscio integra l’inconscio Freudiano (inconscio dinamico) ed amplia ulteriori studi e osservazioni clniche in questo campo. Semplifico di seguito i tre tipi di inconscio considerati oggi nel lavoro psicoanalitico contemporaneo ed elaborati da Robert Stolorow  e George Atwood, noti psicoanalisti e ricercatori di orientamento intersoggettivo:

Inconscio pre-riflessivo riguarda quei  principi invarianti inconsci organizzatori (P.O.I) dell’esperienza che operano al di fuori della consapevolezza. Questi principi organizzatori innescati nella nostra psiche possono agire sia positivamente facilitando i nostri processi di crescita, sia negativamente impedendo a certe configurazioni di svilupparsi. Capire cosa ostacola a livello più profondo aiuta a comprendere come siamo strutturati ampliando la possibilità di fare esperienza di modi alternativi che sbloccano e orientano  la crescita psicologica.

Inconscio dinamico è riferito a quella parte della nostra psiche in conflitto strutturata da quelle esperienze a cui è stata negata espressione perché mettevano in pericolo legami indispensabili. Questo conflitto diviene una minaccia sia per l’organizzazione psicologica acquisita sia per salvaguardare legami importanti. Si rinuncia a  parti di sé importanti per salvaguardare legami affettivi provocando dei deragliamenti nello sviluppo di crescita.

Inconscio non convalidato riguarda  le esperienze di sé che non sono state espresse perché non hanno mai suscitato la necessaria risposta di convalida da parte dell’ambiente, per cui sono rimaste nascoste. La risposta di convalida è riferita alla possibilità di sentirsi validate le proprie percezioni che spesso rimangono poche definite e che rischiano di compromettere  la  la  propria identità, chi si è e chi si vuole essere.

In un setting di psicoterapia psicoanalitica che abbraccia il lavoro dei tanti lavori clinici e scientifici l’attivazione esplorativa con la persona che richiede un percorso personale è tesa soprattutto ad approfondire le dinamiche inconscie che mirano  verso una profonda comprensione di se stessi, ciò che ostacola ma anche ciò che facilita la crescita per avviare verso  una maggior conoscenza e padronanza di Sè.

Marialba Albisinni

Bibliografia- I contesti dell’essere – Robert Stolorow e George Atwood- Boringhieri
Volti nelle nuvole- Stolorow  e George Atwood- Borla

L’inconscio che agisce. La Psicoanalisi intersoggettiva (integrazioni psicoanalitiche)

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Nella stanza del terapeuta. Una sintetica panoramica


di Marialba Albisinni – La psicologia per la gente

Il nostro lavoro di psicologi e psicoterapeuti porta ad aprirci alla conoscenza altrui, alle richieste che provengono dalle persone che richiedono un aiuto psicologico, ciò significa che tante persone si rivolgono a noi laddove c’è un disagio doloroso o in qualche modo invalidante sulla persona, spesso una fase critica e una difficoltà nelle relazioni interpersonali.

In questi ultimi anni c’è stata una forte richiesta psicoterapica, le persone sono più informate, probabilmente grazie all’accesso virtuale e grazie al lavoro di rete con altri professionisti, o la rincorsa inconsapevole verso una vita fittizia di ipotetici e inutili trofei esibizionistici che si rivelano distonici  con la vera e personale realtà psichica  sconosciuta porta le persone  a sentire la necessità di chiarirsi e conoscersi meglio.

In primis sta cambiando la cultura sull’importanza di affidarsi ad un professionista del settore e  sono aumentati i canali di invio: il medico di base che ascoltando i disagi dei propri pazienti rappresenta un canale importante; le persone che traggono beneficio dalla terapia e che diffondono la loro esperienza privata, l’effetto domino sull’effetto  del benessere psichico finalmente sta avvenendo con maggior consapevolezza.

Il medico ha la possibilità di osservare direttamente i miglioramenti dei propri pazienti, l’evolvere verso dei benefici esistenziali e psico-fisici  rafforzano l’idea che la figura dello psicologo e dello psicoterapeuta in molti casi è davvero necessaria e a lungo andare proficua per la crescita realizzativa e per il superamento del disagio in corso.

COSA SPINGE LE PERSONE A RIVOLGERSI ALLO PSICOLOGO?

Dall’adolescenza fino all’età più matura, i disagi che spingono le persone a rivolgersi a noi sono le difficoltà relazionali, le relazioni di coppia, le disregolazioni emotive (tra cui ansie varie o alessitimie dormienti), le crisi, le dipendenze relazionali e le difficoltà per alcune personalità di costruire legami importanti o autorealizzarsi secondo i propri bisogni più autentici.  La sintomatologia che si manifesta si traduce in disagio e in realtà nasconde spesso radicate questioni irrisolte o vissuti odierni poco consoni alla propria vita idealizzata; qui la psicoanalisi relazionale lavora su più fronti considerando la persona nella sua globalità in cui l’ascolto empatico è una base prioritaria sia di un modo di essere terapeutico sia prettamente e terapeuticamente responsivo verso la persona.

ATTENZIONE! I DISAGI SI CRONOCIZZANO ED E’ DIFFICILE TROVARE UNA VIA DI USCITA

Purtroppo c’è una grande richiesta quando i problemi si sono più o meno cronicizzati e una scarsa capacità del genitore o dell’adulto poco consapevole e responsivo di individuare precocemente problematiche inerenti al proprio vissuto emotivo ed esperienziale poco elaborato che spessoe influisca sulla vita dei figli e sull’aspettativa irreale di chi vorrebbero che diventassero. Quindi i ragazzi divenuti più o meno adulti, verso i 20 anni circa sentono la necessità in maniera autonoma di richiedere un intervento di conoscenza e di facilitazione per la loro crescita perché sentono un disagio troppo ostacolante per i loro progetti realizzativi. E’ uno dei motivi di ostacolo alla crescita sana.

Il campo infantile è il più bisognoso eppure il meno  toccato in terapia, ma parlo della  mia esperienza, eppure nasco come educatrice. Ipotizzo  che l’adulto, inconsapevolmente si pone poco il problema di come gestire in maniera più supportiva il rapporto e la crescita emotiva e psichica dei figli oppure ci sono palesemente dei rapporti di coppia coniugali disfunzionali e fermi che si riversano sulla psiche della prole in maniera sempre inconsapevole provocando ulteriori disagi.

E’ doveroso ricordare che le dinamiche relazionali ed emotive dei primi anni di vita, sono invece fondamentali affinché lo sviluppo psichico ed emotivo della persona abbia una base  affettiva e sufficientemente avviata per stimolare la naturale esplorazione dell’individuo in maniera più o meno sicur. E’ nel preverbale che già si stabiliscono i cosiddetti legami di attaccamento di base che influiranno sulla futura personalità più o meno sicura o ansiosa o del tutto disorganizzata, la presenza emotiva di un adulto capace di sintonizzarsi emotivamente col piccolo facilita la crescita sana e un rapporto base di fiducia che avrà un significato inestimabile per tutta la vita dell’individuo in sviluppo.

LE RICHIESTE PIU’ DIFFUSE RIGUARDANO:

Gli adolescenti

La fascia di età molto presente riguarda gli adolescenti e i giovani adulti che hanno subito umiliazioni e vivono la loro vita con un senso di chiusura e vergogna, quindi hanno una gran difficoltà a realizzarsi e sviluppare serenamente la loro identità, a strutturare l’ autostima in maniera più o meno equilibrata.

Questo è un campo delicatissimo e come ci spiegano le ricerche cliniche, l’esordio delle malattie gravi con rischio di psicosi avvengono in età molto precoce e all’incirca verso  i 17, 18 anni compaiono i primi sintomi di chiusura o come mi capita spesso di vedere la frequenza maggiore riguarda ansia e  sintomi paranoici.  E’ importante intervenire tempestivamente, sostenere la loro crescita, affrontare le difficoltà e i disagi psichici probabili legati alle possibili frammentazioni dissociative che disorientano  quella  formazione identitaria che fa aftica ad avviarsi.  Il rischio di sviluppare  patologia molto gravi e senza via di uscita è in agguato.

Questa è un’area di noi psicoterapeuti ad orientamento psicodinamico molto cara e sicuramente su cui si lavora in maniera preventiva, coinvolgendo se necessario i genitori nel lavoro psicoterapico.

I giovani e gli adulti

Questa è la fascia più popolata in terapia, per lo meno nel mio studio.  I disagi  più o meno complessi, le persone che vanno dalla fascia di età tra i 20 in poi per lo più si presentano per tre motivi:

Un motivo è per lo più palesemente sintomatico ed ha a che fare con i frequenti attacchi di panico o l’ansia generalizzata che per la loro frequenza ostacolano il vivere quotidiano, allontanano sia dalla sfera lavorativa, sia dalla sfera più prettamente sociale. Solitamente chi ne soffre gravemente tende a rinchiudersi nella nicchia familiare ma spesso tutto questo sfocia in stati depressivi che si cronicizzano col tempo in vere e proprie problematiche patologiche.

Il secondo motivo riguarda per lo più un sentito personale svalutante, distimico verso sé dettato dall’insicurezza di proseguire la propria vita e una netta dipendenza dal giudizio altrui, siamo nelle problematiche più delicate, abbiamo a che fare con la realizzazione della propria identità che  non ha mai fine. In ogni fase della vita ci può essere una necessità di ricostruire in maniera intima il  proprio senso del sé.

Il terzo riguarda più prettamente le situazioni relazionali, difficoltà a trovare un partner, a mantenere la relazione, a fidarsi in una dinamica di co- costruzione con l’altro, il perno principale è la fiducia, le delusioni. Diverse condizioni traumatiche che hanno a che fare con la relazione con gli altri si ripercuotono in un malessere psichico, sono molto diffuse anche le dipendenze relazionali e purtroppo i cosiddetti disturbi di personalità borderline, narcisistiche e dipendenti. Le problematiche di coppia sono sempre presenti, poichè le fasi critiche della coppia sono inevitabili ma non sempre risolvibili senza la consapevolezza necessaria per superarle.

Una problematica a sé, molto frequente più di quella che si creda sono i disturbi ossessivi compulsivi, la mania del controllo che spesso nasconde una difficoltà nella tolleranza emotiva verso se stessi e verso gli altri, un modo molto faticoso di gestire la vita e renderla ferma a qualcosa che in realtà è trascorsa e la difficoltà di riconoscere stati emotivi importanti come per esempio la rabbia, la vergogna, i limiti, il rischio degli inevitabili fallimenti. Il disagio per se e per gli altri con i quali convivono diviene pesante e disfunzionale.

Quindi il lavoro terapeutico è  molto delicato, soprattutto con i giovani che lottano con la loro realizzazione,  con gli adulti che ritrattano scelte di vita poche consone con il proprio sé presente;

L’identità collegata alla formazione della personale autostima è sempre il perno di tutto, inizia dalla nostra nascita e progredisce per l’intera vita; spesso non si riconoscono gli inevitabili cambiamenti, si ostacola la realizzazione anziché assecondarla naturalmente, il disconoscimento di emozioni importanti e la regolazione emotiva è alla base di molti disagi.

Aggiungo a tutto ciò disagi importanti ed esistenziali che in terapia hanno la possibilità di trovare un posto espressivo e confrontativo privo di giudizio ma carico di comprensione e supporto empatico in cui non è possibile esperire in alcun altro luogo o con nessun altra persona, al di fuori del fidato terapeuta scelto liberamente da chi sente che con lui o con lei può comprendersi meglio di quanto sia avvenuto fino a quel momento della sua vita.

La psicoterapia è un lavoro di consapevolezza, una nuova opportunità di ritrovarsi e crescere anche se non sempre porta ad un cambiamento visibile esterno, porta a fare pace con se stessi in una relazione tutelata dalla privacy e dalla relazione umana col terapeuta, è un incontro emotivo, affettivo ed elaborativo con il proprio vissuto; i più coraggiosi poi osano cambiamenti visibili agli altri.

Ciò che conta è vivere la propria vita con maggiore autenticità e onestà con se stessi poi ognuno ha i propri tempi e la propria soggettività esperienziale e affettiva da rispettare. Tutto ciò facilita un processo di vita in evoluzione in una soggettività che attende di riconoscersi ed esprimersi.

Marialba Albisinni – psicologa, psicoterapeuta or. Psicoanalitico relazionale

Studio di psicoterapia psicoanalitica relazionale – San Cesareo –  Roma

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L’invidia. Quale rapporto avete con questo sentimento?


Freud ne parlò tanto anche se in una posizione “fallocentrica” questo significa che la individuava con molta frequenza nei suoi pazienti, ma non solo, essendo la persona che era, l’aveva subita fortemente nella sua vita. Come non si faceva ad invidiare Freud e la sua mente?

Infatti, il primo sentimento di cui si parla in psicoterapia è sempre “l’amore” e le sue pene, non lo batte nessuno … ma il secondo, almeno nella mia esperienza  clinica è “l’invidia”, molti la subiscono ma i più coraggiosi parlano di quella che sentono. Sono molto fortunata, “Voi mi aprite i mondi più veri”.

Per definizione l’invidia è un sentimento distruttivo sia per chi la prova sia per chi la subisce. Ha a che fare col sentimento di ostilità e rancore per chi possiede qualcosa che il soggetto invidioso desidera, ma non possiede.

Durante la psicoterapia le persone che la provano, col tempo riescono a trasformarla in sana ammirazione ma quel che è più importante è che la trasformano in una sana ambizione e realizzazione verso la propria persona, non guardano più gli altri ma responsabilizzano se stessi, nei casi di più successo terapeutico divengono empatici verso l’altro e riconoscono la diversità, ampliano le loro prospettive; ecco perché si dice che le persone invidiose sono quelle più frustrate,  tendono a mettere in cattiva luce gli altri anziché responsabilizzarsi ed esplorare i loro sani attributi, purtroppo non ne sono capaci ma non lo riconoscono e la terapia aiuta a rintracciare il cosiddetto nucleo realizzativo del sé, per una maggiore soddisfazione della propria persona e garantire l’autostima.

Le persone che la subiscono invece imparano a tutelarsi e pian piano a non sentirsi in colpa per il loro modo di essere, e imparano a godere delle proprie realizzazioni personali, e come è giusto che sia a circondarsi di persone che riconoscono anziché disconoscono la loro persona. In ogni caso, non è per niente semplice poiché tutto ciò è tristemente umano ed è dettato dalle prime relazioni infantili, il rapporto tra fratelli o  da mancate elaborazioni intergenerazionali che si trasmettono da una famiglia all’altra con quella coazione a ripetere senza fine di cui parlava Freud, ma è poco rintracciabile perché agisce inconsciamente.

Heinz Kohut supporta l’idea del “narcisismo sano” ossia quello legato alla possibilità di realizzarsi come persone, parla di realizzazione del proprio sé  e dà importanza ai valori, ai principi e alle ambizioni personali,  al circondarsi di persone che supportano con empatia… tutti fattori importanti che inducono alla realizzazione dell’uomo e alla sua possibilità di avere un’autostima sana.

Tutto questo può avvenire in maniera lineare e serena se c’è stato un ambiente affettivo ed emotivo, rappresentato da persone capaci di sintonizzarsi con i reali bisogni del bambino, futuro adulto, altrimenti si rischia di perdersi o di ricercare continue ed effimere conferme su altri fronti privi di sostanza e di scarsa realizzazione.

Kohut prende in esame un punto dolente di tante persone ossia la “ferita narcisistica”, se tutto ciò che ho descritto poc’anzi non è avvenuto si crea una ferita profonda che compromette l’autostima e la possibilità di realizzare il proprio sé.

Un altro punto importante che può interferire con la realizzazione  del sé  è “l’invidia” che  alcune persone hanno subito da parte di chi invece avrebbe dovuto amare.

Riflettete sulla vostra infanzia, avevate un rapporto particolare con qualche adulto, vostro punto di riferimento affettivo? A chi ha disturbato questa relazione? Oppure a chi ha suscitato invidia una vostra indole particolare?

Quando si è bambini non si ha la capacità di elaborare cognitivamente cosa accade intorno a sé, si sentono emozioni forti, spesso confuse che qualcosa stia interferendo ingiustamente con la sana crescita.

A tal proposito cito letteralmente una passo significativo tratto da Potere e Coraggio di Heinz Kohut, maggiore esponente e studioso delle problematiche  di personalità narcisistiche:

Fin da quando ha cominciato a svilupparsi la nostra consapevolezza, queste forze ci hanno reso timorosi di esprimere liberamente la nostra iniziativa, l’emergere del nostro sé centrale ha suscitato una spaventosa reazione di invidia, che è una manifestazione del narcisismo ferito di coloro che ci stanno intorno. La totale affermazione del nostro Sé nucleare  è quindi per gran parte di noi oltre la portata del nostro coraggio”.

“NOI CI ALLONTANIAMO DALLE NOSTRE METE E DAI NOSTRI IDEALI PIU’ AUTENTICI, LI FALSIFICHIAMO E LI INDEBOLIAMO”.

Tutto questo aggiungo per mantenere dei pseudo affetti, ma c’è da ricordarsi che i veri affetti supportano, alimentano amore, ammirazione, anziché distruzione.

Ora vi porto a riflettere con questa fiaba e trarrete voi le conclusioni di alcune dinamiche distruttive a cui porta l’invidia,  laddove sanamente invece dovrebbe svilupparsi “ammirazione” o semplicemente “riconoscimento” dell’altro diverso da sé.. Le qualità dell’invidiato vengono negate, disconosciute ma nella fiaba emerge che per farlo c’è bisogno di strategie di gruppo, di una forza più grande, di una suggestiva convinzione affinché l’invidiato venga distrutto, in effetti ne esce distrutto ma la risoluzione sta sempre nell’intelligenza di chi invece è capace di altro nonostante tutto.

Buona riflessione

“Il gallo meraviglioso”.

Tratto dal libro “Fiabe dell’Africa”, curato dalla Onlus Thiaroye sur Mer,

Mancava poco al tramonto, il cielo, tutto colorato di arancio, prendeva in prestito dalla notte il suo travestimento più enigmatico. Nella città pervasa dal rumore di un torrente, un vecchio vicino a morire chiamò il suo unico figlio e gli disse: “Ascolta mia dolce creatura, presto ti lascerò per ricongiungermi con i nostri antenati. Ho pensato a te, io ti lascio in eredità il gallo meraviglioso che ha fatto la fortuna di mio padre, affinché assicuri anche per te la ricchezza. Grazie a lui potrai avere una vita felice e fare sempre l’elemosina ai poveri. Non è un gallo che si incontra in tutti i pollai. Da più generazioni viene tramandato di padre in figlio. Tu veglierai d’ora in poi su di lui con molto impegno”. Morto che fu il padre, il figlio organizzò un grandioso funerale dove convocò i parenti e gli amici.

Trascorso il periodo del lutto, il giovanotto decise di partecipare col suo gallo da combattimento a molti tornei, dove si trovò a lottare con i migliori galli del mondo. Per molti anni il gallo vinse tutti i combattimenti, procurando al suo proprietario fortuna e considerazione. Tutti i re lo volevano comprare, ma egli non accettò di sbarazzarsene nemmeno quando glielo avrebbero acquistato a peso d’oro. Diventato potente e ricco, costruì un immenso palazzo sulle rovine della sua vecchia capanna di paglia. Aveva tanti servi e procurava molto lavoro alla gente che aveva d’intorno. Creò una scuola per i fanciulli del villaggio dove apprendevano la conoscenza di molte discipline.

Questo successo non avvenne senza suscitare molte gelosie! Una sua vicina, invidiosa della sua felicità, decise di rendergli la vita più dura. Ella ebbe l’idea di seminare del mais da portare al gallo e questi si precipitò sui chicchi appetitosi e non smise di mangiarli finché non fu sazio: diventò così grasso che poteva appena camminare.

Fu a quel punto che la crudele donna andò a far visita al suo vicino e gli disse: “Il tuo gallo ha rubato il mio mais e non mi è rimasto niente da mangiare”.

Il giovane, imbarazzato, rispose: “Cara amica, calmati, ti pagherò il tuo mais!”

“No!” esclamò lei “no, no e poi no! Io rivoglio il mio mais, quello che il tuo gallo ha mangiato! Uccidi il tuo gallo e rendimi il mio mais!”.

L’atmosfera era tesissima, piena di elettricità, come quando sta per scatenarsi un temporale. L’ingannatrice, piena di collera, resa cieca dalla cupidigia, si mostrò irremovibile. Disperato il giovane gli offrì tutte le sue ricchezze, il suo palazzo, i suoi gioielli, i suoi diamanti, al fine di salvare il gallo, ma non servì a farle cambiare idea. Imperturbabile, la donna considerava la sua decisione non negoziabile. Il problema fu portato davanti al garante della legge che ascoltò la discussione. Gelosi come erano, tutti i membri della Giuria richiesero la morte del colpevole che con la pancia piena sonnecchiava nell’orto; andarono a prenderlo e lo sbuzzarono.

I chicchi di mais furono restituiti alla proprietaria ma intanto il povero volatile, non resistendo alle ferite, morì. Crudelmente provato da questa ingiustizia, il giovane deperì a vista d’occhio. Colpito dal dolore, era distrutto e ogni giorno più triste. Sotterrò in segreto il cadavere del gallo dietro il suo palazzo e, ferito nel profondo dell’animo, si rinchiuse per molti mesi nella sua abitazione. Un giorno, nel posto dove riposava il gallo, nacque un mango dai frutti allettanti. La vicina invidiosa, che era ghiotta e sfrontata, andò a chiedere un frutto al proprietario del mango, che non rifiutò. La donna fece venire il suo unico figlio e lo spinse a mangiarne anche lui. Così ne colsero molti, al posto di uno solo.

Il giorno dopo, al levarsi del sole, in assenza del proprietario dell’albero, il figlio della donna cattiva andò di nuovo, questa volta senza autorizzazione, a cogliere i deliziosi frutti. Salito in cima al mango, sceglieva quelli più maturi e li mangiava, ma stupidamente lasciava cascare i noccioli e le bucce in terra. Il proprietario dell’albero, tornando dalla sua passeggiata, si accorse del fanciullo appollaiato lassù su un ramo dell’albero; questi masticava un frutto e sembrava completamente indifferente alla sua presenza. A un tratto un mango, sfuggito dalle mani del ladruncolo, cascò sulla testa del proprietario. Furioso e assetato di vendetta, l’uomo batté il gong e radunò tutto il villaggio.

Appena tutti furono riuniti, egli dichiarò minaccioso: “Chi ha mangiato i miei manghi deve restituirmeli!” Tutti i presenti approvarono.

Informata dell’Assemblea, la madre del colpevole si presentò tutta trafelata e disse al proprietario: “Bene ti restituirò i tuoi frutti!”

Ma lui, ricordandosi della morte ingiusta del gallo, le disse “Oh donna, poiché la tua giustizia fu buona per il passato, questa lo sarà di nuovo in questo giorno. Io ti reclamo proprio quei frutti che sono stati mangiati da tuo figlio”.

Il Consiglio dei saggi riconobbe ch’egli era in diritto di esigere una giustizia equa. Piangendo e supplicando il suo vicino, la donna offrì tutti i suoi poveri beni in cambio della vita del figlio. Niente da fare, secondo la legge, il ragazzo doveva subire la stessa sorte del povero gallo. Tuttavia l’uomo dichiarò che era pronto a perdonare tutte le cattiverie passate. Egli si ritirò dunque nel suo palazzo, lasciando salvo il figlio della vicina.

Scioccata da tutta quella confusione, risparmiata dalla sorte, ma vergognandosi, la donna comprese che suo figlio doveva la vita a quest’uomo. Supplicò allora il cielo di liberarla della sua gelosia e dei suoi passati misfatti. Il destino le aveva dato una dolorosa lezione ed ella comprese infine che l’invidia distrugge chi la nutre. Il giorno dopo questo fatto, il mango cominciò a dare dei frutti d’oro. Si dice che ne fornisca ancora.

A cura di Marialba Albisinni

 

Bibliografia

Potere Coraggio e Narcisismo – Heinz Kohut, Astrolabio

Fiabe dell’Africa, curato dalla Onlus Thiaroye sur Mer,

 

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I Disturbi di Personalità


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Non dimenticare mai che c’è una soggettività per ogni persona

I disturbi di personalità cominciano a svilupparsi durante l’arco della vita e l’esordio avviene per lo più in adolescenza e tarda adolescenza.
Lo scopo è informare, intervenire quanto più possibile sulla prevenzione prima che il disturbo si cronicizzi.
Tutti i disturbi di personalità provocano una grande sofferenza e hanno origini psicologiche esplorabili e da comprendere. La valutazione può essere fatta solo tramite colloqui clinici o test diagnostici da parte dello psicologo.

Si parla di disturbo di personalità quando il disagio interiore e comportamentale è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione (invalidità).

Gruppo A: disturbo paranoide, schizoide e schizotipico di personalità. Gli individui di questo gruppo spesso appaiono strani ed eccentrici (sul versante più psicotico).

Il disturbo paranoide di personalità: è un pattern caratterizzato da sfiducia e sospettosità, per cui le motivazioni degli altri vengono interpretate come malevole.
Il disturbo schizoide di personalità: è un pattern caratterizzato da distacco dalle relazioni sociali e da una gamma ristretta di espressività emotiva.
Il disturbo schizotipico di personalità: è un pattern caratterizzato da disagio acuto nelle relazioni affettive, distorsioni cognitive o percettive ed eccentricità nel comportamento.

Gruppo B: include il disturbo antisociale, borderline, istrionico e narcisistico di personalità. Gli individui di questo gruppo appaiono amplificativi, emotivi ed imprevedibili (sul versante stati limiti, personalità eccentriche).

Il disturbo antisociale di personalità: è un quadro caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti degli altri.
Il disturbo borderline di personalità: è un pattern caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività.
Il disturbo istrionico di personalità è un pattern caratterizzato da emotività eccessiva e da ricerca di attenzione.
Il disturbo narcisistico di personalità è un pattern caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia.

Gruppo C: include i disturbi evitante, dipendente e ossessivo compulsivo. Gli individui di questo gruppo appaiono spesso ansiosi e timorosi (sul versante nevrotico, personalità angosciante).

Il disturbo evitante di personalità: è un pattern caratterizzato da inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità ai giudizi negativi.
Il disturbo dipendente di personalità: è un pattern caratterizzato da comportamento sottomesso e adesivo legato ad eccessivo bisogno di essere accuditi.
Il disturbo ossessivo compulsivo di personalità: è un pattern caratterizzato da preoccupazione per l’ordine, perfezionismo ed esigenze di controllo.

Non dimenticare mai che c’è una soggettività per ogni persona

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15 Marzo Giornata di Sensibilizzazione per la Prevenzione e informazione dei disturbi alimentari


fiocchetto lilla15 15 Marzo  Giornata di Sensibilizzazione per la Prevenzione e informazione dei disturbi alimentari

Nel loro insieme, i Disordini Alimentari, in particolare Bulimia e Anoressia, costituiscono ormai un allarme sociale e nei casi gravi possono avere un esito infausto. Secondo l’American Psychiatric Association, sono la prima causa di morte per disordine psicologico nei paesi occidentali; è un’affermazione che porta a riflettere se si considera che nel nostro paese sono circa tre milioni, pari al 5% della popolazione, le persone che soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare e il loro numero è in costante aumento. Secondo il Primo monitoraggio sui Disturbi Alimentari online in Italia, condotto da Eurispes, infatti, ogni anno si contano in Italia 3500 nuovi casi di Anoressia e 6000 di Bulimia.
Dai dati emersi risulta che Anoressia, Bulimia e anche l’Obesità, sono gravi psicopatologie che utilizzano alimentazione e corpo per esprimere una sofferenza profonda. Il corpo si riempie o si svuota sino a dimagrire fino a rendersi “invisibile” o si ingrassa a dismisura: è il segnale preciso di disagi psicologici sottostanti di grave entità e che denunciano la vera sofferenza che va ben oltre a semplici Disordini dell’Alimentazione e come psicopatologie, devono essere comprese e affrontate.
Gli studi clinici sulla bulimia concordano nel ritenere che l’autostima delle persone che soffrono di questo disturbo, oppure di persone obese, sia in qualche modo legata implicitamente e restrittivamente al peso e al corpo. Ciò tralascia altri aspetti importanti e integrativi della personalità che, in qualche modo restano sconosciuti e distanti dalla possibilità di essere rispettati da se stessi.
Nel PDM (manuale psicodiagnostico psicodinamico), la bulimia nervosa è descritta nel seguente modo:
la bulimia è caratterizzata da un ciclo di abbuffate, seguite da condotte di evacuazione con cui si cerca di “liberare il corpo” da “calorie non desiderate” e di “evitare un aumento di peso”.
L’abbuffata in sé è definita come l’assunzione di grandi quantità di cibo introdotte in un breve lasso di tempo (meno di due ore). Tale assunzione è spesso accompagnata da una “disforia transitoria”, seguita da un “umore depresso”, “pesanti e severe autocritiche” e la sensazione di” non avere controllo” su ciò che si sta ingerendo.
Il vomito o i lassativi, oppure l’eccessiva attività fisica, farmaci dimagranti, diuretici e cosi via caratterizzano le condotte di evacuazione. La sensazione di vuoto nello stomaco è associata alla sensazione di un sé sminuito e per l’appunto vuoto.
Concordo con Massimo Recalcati, esponente della psicoanalisi che affronta il problema della bulimia in termini profondi e spiega come la persona che soffre del disturbo bulimico è spinta non solo a raggiungere il vuoto ma anche a conservarlo con condotte di evacuazione: “attraverso il vomito si induce un vuoto nel corpo”.
Tra l’altro la sofferenza di queste persone è legata alla scarsa tolleranza di sostenere sia il pieno sia il vuoto, poiché il pieno corrisponde all’essere invaso dall’Altro significativo che si è occupato probabilmente delle sue cure offrendo essenzialmente nutrimento in materia, rispondendo afferma Recalcati al “registro dell’avere”, tralasciando il vero dono d’amore e aggiungo inconsapevolmente “occultando la vera identità deragliata in un malsano sviluppo“.
Il cibo è un simulacro di ciò che non c’è. Il corpo si svuota dal peso della sostanza, così al termine di ogni crisi di fame si mostra in realtà all’Altro (reale o interiorizzato) che niente potrà mai riempirla veramente “il vuoto non è un vuoto del contenitore ma una mancanza ad essere”.
In linea col pensiero Kohutiano ma anche di altri studiosi che si sono occupati del significato profondo che il cibo ha per queste pazienti:
L’abbuffata secondo la prospettiva psicoanalitica e l’esperienza analitica, mettono in primo piano l’importanza e lo scordinamento dei diversi sistemi motivazionali, affermando come l’esperienza dell’abbuffata e del successivo svuotamento è un’ esperienza che funge da “regolatore emotivo”.
Nei momenti distonici, la gratificazione dei bisogni non soddisfatti in uno o più sistemi motivazionali cercheranno la vitalità attraverso esperienze alternative, la focalizzazione e l’uso dell’esperienza vitale (oggetto – sé arcaico) confermerà illusoriamente un senso di vigore compensatorio.
L’esperienza alternativa va alla ricerca, quindi, in modo illusorio di affetti, le cui funzioni sono di consolazione, fusione e senso di vigore. L’ingorgo di cibo costituisce un affetto immediato, piacevole, ripetitivo, apparentemente controllabile ma molto punitivo.
Tale atto porta con sé al contempo la punizione rappresentata dal successivo svuotamento (tipico è il vomito e l’uso di lassativi). Il senso del Sé, infatti, permane nello stato iniziale di vuoto, poiché secondo l’accezione di Kohut è rimasto deficitario nel suo sé nucleare, quel sè capace di sviluppo e sana autorealizzazione.
L’abbuffata, la sensazione di riempirsi e svuotarsi esprime la cui valenza sta negli affetti e questi pazienti vivono nell’illusione di reintegrare una parte mancante rappresentata invece dalla sensazione di vuoto che rimane offuscato dall’incomprensione.
Marialba Albisinni

Bibliografia
-L’ultima cena:anoressia e bulimia- Mondadori – Massimo Recalcati
-Bulimici e obesi immancabilmente – L.D. Regazzo – CLEUP- articolo “Principali interventi psicoterapici per la Bulimia nervosa di Marialba Albisinni
-PDM Manuale Diagnostico Psicodinamico- Raffaello Cortina

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Disturbi Depressivi


Edvard_Munch_-_Melancholy_(1894)
Edvard Munch, Melancolia, 1894-1895

Non dimenticare mai che c’è una soggettività per ogni persona

Lo scopo è informare, dare indicazione ed intervenire quanto più possibile sulla prevenzione prima che il problema si cronicizzi.

La valutazione può essere fatta solo tramite colloqui clinici o test diagnostici da parte dello psicologo.

I DISTURBI DEPRESSIVI:
La caratteristica comune dei disturbi depressivi è la presenza di umore triste, senso di vuoto  e umore irritabile, accompagnato da modificazioni somatiche e cognitive che incidono in modo significativo sulla capacità di funzionamento dell’individuo.

I disturbi depressivi (DSM-5) includono:

  • Il disturbo da dis-regolazione dell’umore dirompente: la caratteristica principale è una grave e persistente irritabilità, scoppi di collera che avvengono in risposte a frustrazioni.
  • Il disturbo depressivo maggiore: i sintomi sono presenti quasi tutti i giorni, spesso la faticabilità e l’insonnia rappresentano il sintomo di manifestazione, perdita di interesse e piacere in quasi tutte le attività, diminuzione di energia, sensi di colpa e di autovalutazione che possono includere valutazioni negative irrealistiche del proprio valore; compromissione in ambito sociale e lavorativo.
  • Il disturbo depressivo persistente (distimia): la caratteristica principale riguarda l’umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, come riferito dall’individuo o osservato da altri per almeno due anni. Questo disturbo rappresenta l’unione del disturbo depressivo maggiore cronico e del disturbo depressivo persistente. L’esordio precoce può avvenire anche prima dei 21 anni è associato a una probabilità e comorbilità con altri disturbi di personalità. Scarso appetito, scarsa energia, scarsa autostima, difficoltà di concentrazione e difficoltà a prendere decisioni, sentimenti di disperazione, insonnia sono i sintomi principali. Ci possono essere delle variazioni.
  • Il disturbo disforico premestruale
  • Il disturbo depressivo indotto da sostanze /farmaci
  • Il disturbo depressivo dovuto a un’altra condizione medica
  • Il disturbo depressivo con altra specificazione e il disturbo depressivo senza specificazione

Il lutto può indurre una grande sofferenza ma non indica tipicamente un episodio di disturbo depressivo maggiore.

 Non dimenticare mai che c’è una soggettività per ogni persona

http://www.psicoterapiaeconsulenza.com di Marialba Albisinni

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Inside Out: Riconoscere le emozioni


insidePrendo spunto da questo film di animazione per riflettere e parlare di un tema che mi sta particolarmente a cuore: la “prevenzione per i disturbi di personalità” soprattutto in giovane età, poiché non si è strutturati abbastanza, poiché si è in crescita, poiché meccanismi difensivi, come per esempio la “negazione” di un problema inducono anche noi adulti a non affrontarlo.
La personalità dei nostri ragazzi si delinea senza sosta, ma anche la nostra, e siamo richiamati continuamente ad essere responsabili della loro crescita, per chi è genitore sa quanto è faticoso.
Il nuovo cartone della Disney “Inside Out” ti trasporta all’interno di un grande agglomerato emotivo, insito nella nostra natura umana, nel nostro mondo interno: le emozioni e la necessità di riconoscerle a noi stessi, ma come si vedrà non è affatto semplice. Lo stato interno si manifesta in ogni caso in modalità differente.
Il film narra di una bambina, Riley che trascorre la sua infanzia in maniera felice, la gioia prevale e la bimba vive serenamente con la sua famiglia; le relazioni sociali, quali l’amicizia e il senso di agency ed esplorativo è funzionante, si concretizza nel piacere di uno sport come l’hockey , sembra procedere tutto in armonia.
Inside OutAd ognuno di noi, tristemente accade qualcosa durante l’arco della nostra esistenza, facciamo tutti i conti col passaggio dell’età e con gli eventi non previsti ed è fortunato chi ha qualcuno che “comprende” al suo fianco.
Riley deve affrontare un trasferimento a un’altra città, ha tante aspettative, è inizialmente entusiasta, ha 11 anni, un’età già di per sé complicata ma non necessariamente triste. Lontana dallo stile di vita che conduceva nel Minnesota, la ragazzina si ritrova a San Francisco e sarà molto delusa dalle aspettative immaginate. Le amicizie, la mancanza di stimoli più consoni alla sua persona, la mancanza di appartenenza e di riferimenti più familiari,  la inducono gradualmente ad avvertire uno stato di malessere, il disagio è troppo grande che si anestetizza, non avverte più emozioni, entra in uno stato pericoloso di anedonia, fino a destrutturarsi, smarrendo addirittura i bei ricordi. Il peggio di tutto, è che lo vive in piena solitudine, gli adulti non comprendono ciò che le sta accadendo poiché troppo occupati a gestire le loro di emozioni. Sola, cerca una escamotage per risolvere questa “triste situazione” e la ritrova nella fuga.
Il punto è che la sua tristezza non viene riconosciuta da chi la circonda, è assente la funzione di sostegno comprensivo dell’adulto: da una parte l’”indifferenza” del padre, dall’altra la “negazione” della madre, ma essere genitori è difficile; essendo lei immatura sia emotivamente che cognitivamente è impossibilitata a riconoscerla e ad affrontare in maniera funzionale tale cambiamento.
La parte finale ci fa capire quanto è importante riconoscere il malessere, anche quando si è tendenzialmente gioiosi. Siamo portati a ricercare il piacere, la gioia ostenta ed è un ingrediente indispensabile  per vivere ma quando è necessario deve lasciare spazio ad altre emozioni che fanno parte di noi. La tristezza non piace a nessuno ma come si vedrà nella parte finale il suo “riconoscimento” darà sollievo, poiché è stata compresa la situazione nebulosa che sovrastava “l’incomprensione” di ciò che accadeva nel suo mondo emotivo. I genitori divengono empatici e si sintonizzano sinceramente con lo stato emotivo di disagio di Riley. La vita può procedere poiché ci si organizza diversamente, si cresce, si integra quell’esperienza, che gioia e tristezza ci sono entrambe, è la vita; si evitano blocchi e si prevengono, soprattutto per i nostri ragazzi, permettetemi di dirlo, patologie importanti come i disturbi depressivi e depersonalizzazioni che rischiano di cronicizzarsi e permanere durante l’arco della loro vita. Il cartone avrebbe avuto forse un altro finale se cosi non fosse stato… Ma ovviamente è sempre tutto più complesso di ciò che abbiamo visto e di ciò che ho sinteticamente spiegato, c’è una “soggettività” che non va trascurata. L’animazione di questo film rende molto l’dea di ciò che accade emotivamente quando ci si smarrisce ma nel film ci solleva solo alla fine.

inside out

Marialba Albisinni

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Psicoterapia: Le neuroscienze a sostegno della efficacia della psicoterapia psicoanalitica contemporanea


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Le neuroscienze dimostrano che il cervello adulto mantiene una sua plasticità e che questa plasticità, specialmente del cervello destro dominante per l’autoregolazione, permette l’apprendimento emotivo che si accompagna a un’esperienza psicoterapeutica efficace.La psicoanalisi contemporanea studia ed indaga le relazioni affettive precoci e il loro sviluppo, le mutue regolazioni emotive, che si imparano a modulare all’interno dei legami affettivi. Numerose prove cliniche e sperimentali indicano che tutte le forme di psicopatologia condividono sintomi di disregolazione emotiva e che i meccanismi di difesa sono, in sostanza delle strategie di regolazione emotiva per evitare, minimizzare, o trasformare gli affetti troppo difficili da tollerare (Cole, Michel e Oo’dONNELL, 1994).Sono proprio questre strategie di regolazione affettiva e questi schemi patogenetici di mancanza di regolazione a dover essere riconosciuti e affrontati nell’ambito di transfert-controtransfert all’interno della terapia. La corteccia orbitofrontale destra è coinvolta con gli stati interni, somatici e motivazionali ed è responsabile della manifestazione degli stati emotivi e dei processi inconsci (Galin, 1974; WATT, 1990). Le rappresentazioni interattive sono conservate nell’emisfero destro che contiene un sistema rappresentazionale per la configurazione affettiva e che si rivela dominante per l’elaborazione delle informazioni emotive. L’assenza di regolazione o disregolazioni continue nella relazione bambino- caregiver (colui che si occupa del bambino) provoca disturbi emotivi e quindi riflette con un alta probabilità sui disturbi di personalità in età adulta. Le ricerche multidisciplinari sull’attaccamento, e le ricerche sull’infanzia intersoggettive rivelano come i fallimenti della regolazione del sè e delle interazioni con il caregiver siano alla base di tutte le psicopatologie che si formano nei primi periodi di vita. Le personalità bordeline per esempio hanno difficoltà a mantenere rappresentazioni stabili di sè e degli  altri; le personalità narcisistiche, per quanto esibiscano un maggior sviluppo, presentano attaccamenti insicuri e un deterioramento dell’autostima.La psicoterapia degli arresti evolutivi (Stolorow e Lachmann, 1980) è volta  alla mobilizzazione delle modalità fondamentali dello sviluppo (Emde, 1999) e il completamento dei processi di sviluppo interrotti (Gedo, 1979). Il coinvolgimento interpersonale che si crea nel lavoro della psicoterapia rappresenta un potente ambiente in cui il singolo Sè può oggettivamente sperimentare il bisogno di conoscere e il bisogno di sentirsi conosciuto in un contesto sicuro ed emotivamente responsivo. Secondo Shore e altri neuroscienziati ritengono che la psicoterapia psicoanalitica lavorando sulla relazione, sui processi consci ed inconsci del sè,  e la possibilità di sintonizzarsi con la mente di altre persone faciliti  la maturazione dei circuiti cerebrali che mediano la capacità di autoregolazione. La relazione terapeutica produce cambiamenti cerebrali in termini evolutivi in quanto oltre le elaborazioni, si ha un cambiamento in termini di crescita e sblocco poichè per l’appunto il cervello muta con essa solo la buona capacità terapeutica permette questa nuova e particolare esperienza.Lavorare per sviluppare la capacità dell’io osservante del paziente significa anche non rendere il paziente dipendente in modo passivo al di là del necessario, ma coinvolgerlo nella sua capacità responsiva di migliorarsi e di essere agente nella sua vita.

Riferimento bibliografico-La regolazione degli affetti e la riparazione del sè di Allan Shore , 2003 Astrolabio A cura di Marialba Albisinni