Pubblicato in: AUTOSTIMA, IDENTITA' E AUTOSTIMA, NATURA UMANA E RIFLESSIONE, PSICOLOGO SAN CESAREO, PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Non so chi sono, non so chi sei!La confusione dell’identità nelle “organizzazioni di personalità borderline”:


Pablo Picasso, Il Bacio, 1925-
Pablo Picasso, Il Bacio- 1925

A cura di Marialba Albisinni

L’identità corrisponde al modo in cui ci percepiamo soggettivamente, al modo in cui ci rappresentiamo e vediamo con trasparenza il  nostro  mondo interno e lo seguiamo secondo le nostre inclinazioni, i  nostri orientamenti valoriali, le nostre passioni e interessi che vengono perseguiti senza conflitti. Abbiamo più o meno una stabilità emotiva e una cognitiva e coerenza nel modo in cui ci percepiamo e percepiamo gli altri.  

Mentre negli adolescenti è naturale che queste rappresentazioni di sé siano più o meno confuse e instabili, poiché si sta attraversando l’esperienza di crescita fisica e psicologica di cambiamento su chi sono e chi desiderano diventare, negli adulti questa identità è più o meno organizzata in modo stabile e coerente.  Se non ci sono state esperienze di deragliamento evolutivo o traumi relazionali,  la conoscenza della propria persona prosegue verso la chiarificazione e la realizzazione di vita.  

Questa stabilità e coerenza interiore permette anche di vedere con più chiarezza chi si ha di fronte e di capirne più o meno la personalità, il buono e il negativo si alternano e integrano e si accettano come sfumature possibili che coesistono; per esempio la persona con cui si ha un legame non viene abbandonata solo perché si vede il difetto temporaneo. La percezione stabile di sé e degli altri permette infatti di tollerare l’ambivalenza che spesso c’è nelle relazioni senza mettere sempre in discussione ciò che si è e ciò che è l’altro in base a elementi apparentemente poco significativi.

Tuttavia non tutti gli adulti hanno una chiara percezione di sé; tale confusione   è il campanello di allarme che aspetti della propria persona sono troppo disorganizzati o sono rimasti sconosciuti,  inespressi, a volte negati  e quindi ci si percepisce semplicemente “confusi e disorientati” si tende a vedere secondo un registro rigido e dicotomico nella prospettiva  del bianco o del nero in cui i meccanismi di difesa proiettivi di qualcosa di me sull’altro o la scissione (buono e cattivo) o il senso di onnipotenza poco realistica confondono la percezione identitaria.

<< Cara dottoressa, sto male _  sono una sognatrice ma non so cosa voglio, comunque sono una fallita ma credo che la colpa sia degli altri;

  • per me lui era così dolce e disponibile, mi dava attenzione _  ma poi si è rivelato tutt’altro perché non mi risponde subito al telefono, a volte lo sento distante e freddo, così non l’ho più cercato, poi era strano a volte la sua presenza mi soffocava.
  • Anche io sono dolce e disponibile ma poi divento cattiva.
  • Non ho chiarezza di chi sono alcune persone, io mi comporto sempre bene perché  non sbaglio mai, quindi mi allontano perché l’altro si comporta male. Questo mi succede con tutti e non trovo l’ uomo giusto. Sono io o sono loro? Sono molto confuso e in ansia>>.

In queste frasi non c’è assolutamente consapevolezza della confusione identitaria che si nasconde dietro queste continue contraddizioni. Sia lei che l’ altro sono percepiti in base alla disponibilità, la freddezza e la mancanza temporanea. Non c’è una valutazione nell’interezza identitaria. C’è un ambivalenza percettiva e una rottura continua che si ripete nella difficoltà di mantenere  relazioni importanti tra il bisogno di averci una disponibilità e al contempo di allontanarla. Nel mezzo e centrale c’è la cosiddetta “diffusione d’identità” per cui si è confusi su chi si è, e su chi sono gli altri;  il lavoro di meccanismi difensivi proiettivi e di scissione  confondono il confine identitario.

Otto Kernberg, noto psicoanalista ci parla di “dispersione o diffusione dell’identità” per cui l’esperienza di sé e degli altri e molto instabile, si cambia continuamente la percezione della propria persona prima svalutandosi molto poi sopravvalutandosi fino ad idealizzarsi. L’immagine di sé e degli altri  cambia continuamente. Ci sono oscillazioni troppo disconnesse,  il bianco o il nero (dovuto a meccanismi difensivi di scissione) prendono il sopravvento alternandosi e quando si subisce per esempio un piccolo torto, l’altro diviene tutto il nero possibile; oppure quando si sbaglia su qualcosa e ci si tende a svalutare in maniera troppo negativa “non valgo”;  oppure si tende a sopravvalutarsi quando ci si percepisce un ambizione che però non è stata mai portata a termine. Il problema è che la percezione del bianco  annulla la percezione del nero, con la difficoltà ad organizzare e riconoscere che le oscillazioni possono coesistere senza necessariamente scindersi. Tale incostanza percettiva di sé e degli altri è fonte di sofferenza e denota  scarsa consapevolezza di sé e della propria storia in termini di confini identitari  e continuità. Si parla in questo caso di organizzazioni di personalità molto instabili e disorganizzate che al contempo soffrono di questa immensa confusione emotiva; in ambito diagnostico le identifichiamo come Organizzazioni di Personalità Borderline. Ciò non deve mai impedire di vedere l’interezza della persona ma ci facilita a contattare le parti di sé poco funzionali e di sofferenza  che emergono durante gli incontri di psicoterapia.

Vediamo nello specifico le difficoltà di chi ha sviluppato la percezione di quel bianco e nero che polarizza, frammenta, entra in contraddizione con aspetti di quel me e dell’altro che non solo crea sofferenza interna,  confusione e instabilità ma disconnette anche troppo dagli altri.

Ciò che è evidente sono diverse rappresentazioni di sé e manifestazioni comportamentali, anche se non sempre si presentano tutte insieme, ma il numero maggiore di queste condizioni ci indica più o meno il livello di gravità. Per comprendere questo aspetto, di seguito prendiamo in esame le caratteristiche di personalità specifiche elaborate da Otto Kernberg e il suo gruppo di lavoro che caratterizzano questa confusione di identità:  

In Ambito studio/lavorativo

  • Abbandoni scolastici e impegni vari;
  • Si percepisce inefficiente:
  • L’instabilità nelle relazioni e nel lavoro;
  • Insoddisfazione per il proprio lavoro;
  • Instabilità negli impegni e cambiamenti vari;
  • Gli obiettivi non corrispondono alla carriera intrapresa;
  • Le attività che si intraprendono non hanno molta rilevanza e significato;
  • Detesta lo studio o è indifferente e non trae alcuna gratificazione:
  • Non identifica alcuna attività che implichi un significativo investimento di tempo e impegno;
  • Non ci sono attività ricreative significative nella sua vita;

Il Senso del Sé

  • Il tempo è percepito discontinuo e frammentato; non c’è consapevolezza di continuità storica del suo vissuto;
  • Incoerenza sui personali gusti, opinioni e preferenze;
  • Quando parla di sé mostra delle incoerenze, confusione e contraddizioni non è in grado di spiegare chi è;
  • Grave disagio quando è da solo;
  • Assenza di relazioni intime significative e continuative;
  • Tendenza ad attribuirsi valore in relazione ad altri; l’autostima è in gran misura determinata dal confronto con gli altri;
  • Tendenza a sentirsi superiore o migliore agli altri, o in contraddizione a sentire di valere meno degli altri;
  • Valore di sé masochistico;
  • Senso di autostima instabile, cambiamenti sul modo di vedersi;
  • Fragile senso di autostima influenzata e definita quasi interamente dai feedback esterni, in grado decisamente maggiore rispetto ad altre persone;

 Senso dell’altro

  •  L’altro va bene quando risponde ai propri bisogni e viene idealizzato ma non riesce a descriverlo o e contraddittorio.
  • Incapacità di giudicare i sentimenti degli altri a partire dalle loro azioni;
  • Difficoltà a valutare come gli altri la percepiscono;
  • Preoccupazione consistente per il timore che le opinioni degli altri su di lui/lei cambino rapidamente e imprevedibilmente;
  • La visione degli altri è influenzata da come queste persone sono percepite dagli altri, i feedback e le opinioni esterne sono tenuti in considerazione e hanno un forte peso nella stima e nella valutazione  di sé nei confronti di persone significative;
  • Ha frequenti fraintendimenti sociali, errori di giudizio;
  • E’ superficiale, confuso contraddittorio quando parla degli altri.

In terapia il lavoro è altamente collaborativo, si contatta la sofferenza e si lavora non solo con alcune di queste dimensioni del vissuto soggettivo ma si aiuta a organizzare la propria identità in maniera più integrata e sicura.  Si aiuta a differenziare il Sé da ciò che è altro, ciò permette a creare e chiarire i confini identitari – a ciò che è interno (rappresentazione di sé) e ciò che è esterno (distinto anche dai meccanismi proiettivi di sé verso l’altro).

Dopo aver lavorato molto nella relazione terapeutica, solo l’alleanza ci permette di lavorare e comprendere  cosa ha contribuito a tale disorganizzazione.  Un  lungo lavoro  di impegno da ambe le parti che porta risultati solo se si lavora nell’accordo della continuità;  si comprende la discontinuità e le contraddizioni che avvengono nel qui ed ora autentico col terapeuta;  ciò  aiuta a riorganizzarsi in maniera più coerente  e sicura con sé e  con gli altri, di vedere bene il confine psichico ed emotivo che c’è tra il terapeuta e il paziente ma anche le persone che includono la vita del paziente; esplorare  i meccanismi difensivi “insieme” quelli che impediscono la riorganizzazione del proprio assetto identitario più consono a sé e sicuro aiuta a far emergere gradualmente l’autenticità del senso del Sè.

Se avete questa confusione e pensate spesso di mollare la terapia probabilmente è importante parlarne in maniera aperta con il vostro terapeuta che probabilmente sta subendo la vostra svalutazione imminente che è dovuta alla vulnerabilità percettiva. Il terapeuta conosce i meccanismi difensivi che si attivano e capirà l’importanza del momento svalutativo. Infatti la  svalutazione probabilmente è dovuta ad una momentanea incomprensione o proiezione di un vostro vissuto distorto sul di lui, ricordate il lavoro che state facendo con lui/ lei e non perdetelo di vista. Se cadete in quella gabbia del “nero” probabilmente sarete portati a pensare di cambiare terapeuta ma  il mio consiglio nonostante la confusione che avete è “non mollare”; la confusione tra chi siete e chi è l’altro avviene anche in terapia ma si lavora per comprendere come siete organizzati. La continuità  che state creando con un professionista di cui vi siete fidati sarà la base sicura per riorganizzare emotivamente voi stessi ed è fondamentale per la vostra salute mentale, per  l’identità e per le relazioni che desiderate avere nella vostra vita. Abbiate fiducia, i tempi per riconoscervi in questo caso però sono  lunghi, dipenderà molto anche dalla relazione di fiducia che avrete con il terapeuta che scegliete per voi _ ma parlate dei dubbi, delle confusioni e vedrete che pian piano riuscirete a riorganizzarvi con maggior fiducia e serenità.

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta

Or.psicoanalitico

Disturbi di Personalità- Organizzazioni di Personalità Borderline

Confusione dell'identità
Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

La coppia: tra individualità e condivisione.


Il lavoro con le coppie è molto particolare. Solitamente le coppie che si presentano in psicoterapia hanno una difficoltà a confrontarsi in maniera rispettosa. Il piu delle volte nascono incomprensioni a causa di vissuti emotivi non risolti con la propria famiglia di origine.

Le dinamiche inconsce dovute a ciò che si è interiorizzato nel passato influisce negativamente nella nuova progettualità relazionale innescando incomprensione e distanza emotiva.

È importante lavorare nell’ individualità per conoscere come alcune organizzazioni emotive si sono irrigidite creando incomunicabilità con l’altro e mancato contatto con se stesso.

È importante lavorare con momenti di condivisione per potersi confrontare per un benessere comune e di maggior comprensione empatica.

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta.

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Sulla realizzazione personale


La sofferenza dell’ uomo è in parte determinata dalla sua mancata realizzazione personale in termini di espressione del suo essere.

Il contesto, le relazioni di base interiorizzate e quelle continuative influiscono su questa carenza di sé.

È molto importante rivendicare la propria unicità in base alla propria storia, il vissuto, i valori e le ambizioni di vita.

Se tutto ciò si vive senza consapevolezza difficilmente si attiva l’ impegno per potersi seguire. Si sfocia spesso in ciò che Heinz Kohut chiama disturdi del sé.

In tutto questo la psicoterapia di approccio psicoanalitico aiuta non solo a comprendersi ma anche a impegnarsi per realizzare la propria persona. Ognuno ha un proprio tempo per cominciare e per continuare a lavorare per la propria stabilità emotiva. Non può esserci cambiamento se non si contatta se stessi e se non si collabora per se stessi.

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

I drammi di Joker


Probabilmente ognuno di noi si è sentito un pò folle oppure no. Poi abbiamo bisogno di sensibilità, gentilezza, empatia e speranza per uscirne fuori. Un diritto al sostegno, alla presenza dell’altro che spesso viene a mancare.

Chi sono? Tutti abbiamo più o meno bisogno di trovare una risposta in noi stessi, per raggiungere non solo il nostro grado di accettazione e sicurezza emotiva interna (coesione) ma anche il nostro orientamento alla vita.  In tutto ciò siamo aiutati quando sappiamo più o meno chi siamo, rispettiamo la nostra indole e siamo capiti da coloro che ci sono vicini. Il contesto relazionale è fondamentale per la crescita psicologica.

Ma comprendere la nostra identità non è così semplice. La nostra mente è relazionale, sin dalla nascita ha bisogno dell’altro per capire e crescere, abbiamo bisogno di amore per sentirsi accettati, supporto emotivo e presenza fisica per crescere e affrontare la vita nel sociale; ma  non sempre le figure di riferimento sono presenti in modo sano, tanto meno le risorse di aiuto in ambito sociale e contestuali. La sofferenza umana si autogenera in un dolore interiore senza fine.

La società istituzionale non interviene negli aiuti psicologici e chiude gli occhi dinanzi a ciò che a noi professionisti della salute mentale e a chi si occupa di psicologia e sociologia risulta invece visibile. Già in tenera età i bambini vanno protetti da relazioni malsane e i genitori aiutati nella difficile impresa della crescita psicologica dei propri figli per la tutela della loro sanità mentale.

Allora ci chiediamo, quanto è complesso il processo di crescita identitario? Come viene deragliato dalle relazioni malsane e dall’indifferenza sociale? Quanta sofferenza procura tutto ciò?

Prendo spunto dalla storia di Joker poiché è rappresentativa di un malessere esistenziale e sociale caratteristico dell’uomo di sempre, ma ancor più di oggi. Evidenzia in maniera enfatizzata una sofferenza devastante e come viene a crearsi un disturbo molto grave di personalità . Il disturbo peggiora fino ad arrivare alla psicopatia – con un tempestivo supporto poteva perlomeno fermarsi? Chi ha toccato la sua sofferenza?

Qui nella storia di Joker ci addentriamo in un vissuto particolare i cui “traumi sono cumulativi” ossia diversi e ripetuti durante tutto il processo di crescita; intorno al personaggio ci sono diversi vuoti non solo affettivi. Niente e nessuno lo aiuta a “riorganizzare in modo relazionale” e sano  la sua mente e nessuno lo accompagna a fare un tentativo per trovare la sua identità. Il sociale violenta la sua mente con il rifiuto. Non c’è alcuna possibilità per lui. Ricordiamo sempre che è un film ma ci porta a riflettere su importanti sfaccettature e su come si arriva a distorcere la realtà, proiettando il dolore interno sul mondo esterno, in questo caso in maniera distruttiva.

Cominciamo dall’inizio:

Arthur, nasce da una madre patologica la quale ha una realtà distorta che il figlio interiorizza come unica realtà. Lui, non ha altre figure di riferimento con cui confrontarsi. Vive nell’inganno e nella distorsione di questa realtà. Una madre che non vede assolutamente la condizione di suo figlio ma esprime il suo “desiderio” che Arthur interiorizza nel tempo: “devi far ridere la gente” _ è l’unica direzione che all’inizio orienta la sua ambizione di vita. Lui che in qualche modo cerca di divenire il desiderio di sua madre. Un cabarettista che fa ridere la gente. Nel film vediamo un adulto malato, non si occupa di se stesso ma di lei, nutre la madre, le fa il bagno, se ne a modo cura. Del bambino che è stato sappiamo poco ma abbastanza da dedurre il   suo sviluppo psico-patologico.

Arthur in realtà non sa ridere, tant’è che disegna sul volto un sorriso, rappresentativo del personaggio desiderato da sua madre. La risata inquietante che esprime è la conseguenza di una dissociazione emotiva,  è il “conflitto inconscio” tra l’incongruenza della richiesta materna: “devi far ridere la gente” e la sua personale e autentica tragicità  dell’esperienza “c’è poco da ridere quando sei nella tragedia della tua esistenza storica e attuale “. Ne esce un sorriso inquietante e strozzato. Al suo nascere sembra che lo faccia morire. Lui è inconsapevole di ciò.

Un personaggio quindi che sin da bambino non è mai stato a contatto con  l’amore familiare, né tantomeno a contatto con la sua tragicità emotiva per integrarla al suo vissuto storico (ha rimosso gli eventi traumatici) _ soprattutto non ha avuto la possibilità di relazionarsi  con menti organizzate sane e responsabili in modo più lo aiutessero a liberarsi dalle gabbie del suo doloroso vissuto. La sua realtà diviene non reale, diviene commedia; fino a giungere a ribattezzarsi in una forma identitaria che racchiude ed esprime tutto il suo dolore e la sua rabbia da cui poi prenderà il nome di Joker.

Azzardiamo il suo senso storico in base agli elementi che lui stesso ci fornisce.

Nasce senza un padre poiché lo ha abbandonato e disconosciuto. Non viene visto dai Servizi Sociali né da quelli Sanitari. E’ abbandonato tragicamente al suo destino sin da bambino.  Non ha alcun tipo di supporto, è un non visto. Prima di diventare Joker fa dei tentativi di divenire e comprendere il suo senso storico. E’ consapevole che ha bisogno di aiuto. Ricerca degli indizi che li diano delle risposte su chi è sua madre, chi è suo padre e trovare qualcosa di sé, indizi per la sua identità. Ritrova i traumi, il peggio che un figlio possa scoprire, sono i maltrattamenti, gli abusi vissuti con la madre e gli abbandoni istituzionali. E’ la figura di un uomo profondamente ingannato e disconosciuto dagli affetti e profondamente ferito dalla vita, dall’indifferenza e poi dalla manipolazione della società capitalista.

Gradualmente la verità che trova, lo porta ad essere più confuso ed arrabbiato, diviene una mina vagante perché i suoi traumi si accumulano non solo nel suo presente ma anche nello svelamento di ciò che scopre essere  la sua storia, gli abusi, i maltrattamenti materni… il modo in cui si rivelano hanno un impatto emotivo uraganico su di lui. Anche qui nessuno lo aiuta ad elaborare queste scoperte e la sua mente è in balia alla follia_ non ha nessun supporto per questi traumi svelati.  La sua confusione si implementa tra gli inganni di una società che non  tutela quel bambino maltrattato, poi non supporta quell’adulto disturbato.  Nel ritorno a casa anestetizza le sue emozioni, è il bravo bambino che si occupa della madre ma è un uomo arrabbiato che si esaspera nella sua solitudine. Chi è Arthur? Tanti sensi di ingiustizia che non trovano nessuno sfogo relazionale, nessuna accoglienza, nessuna comprensione, nessun contesto supportivo. Rimane solo. I suoi tanti traumi rimangono isolati in se stesso, e nonostante il suo bisogno di condividerli e  di cercare qualcuno che lo ascolti e lo aiuti viene nuovamente abbandonato dalla società, i fondi sanitari finiscono e lui non ha alcuna possibilità di recuperarsi, nemmeno con l’aiuto farmacologico. Non dimentichiamo che lui si  presenta agli appuntamenti con la terapeuta assegnata, anche se non si sente capito e viene accolto in modo poco gentile da lei, lui persiste_ si sfoga senza avere alcuna sintonia con la terapeuta che lo invita a scrivere i suoi pensieri senza alcuna possibilità di sintonia con lo stato emotivo sofferto; non c’è possibilità di ricostruire e comprendere emotivamente un uomo distrutto dall’esperienza vissuta. Qui è ancora un personaggio disturbato dissociato e istrionico, al limite della psicosi ma non ha ancora una organizzazione di personalità psicopatica. Arthur spera  e si aspetta di ricevere quella speciale e  attenzione e comprensione dell’altro di cui ogni essere umano ha necessità, si chiama “empatia”_ ne rimane profondamente deluso. Questa è la ri-traumatizzazione dell’assenza. Una piccola speranza che era ancora viva, muore e si reitera nella rabbia.

Arthur Fleck si ribattezza in Joker il personaggio malvagio e vendicativo.

La sua identità parte quindi dal “disconoscimento di un padre” il vuoto affettivo lo ricerca a livello immaginario nell’idealizzazione in figure potenti e famose  _ figure  fortemente “idealizzate” affinché coprano un vuoto esistenziale. Con l’idealizzazione ricerca di interiorizzare figure forti, per un riscatto sociale e identitario. L’idealizzazione è un processo psicologico che tende a interiorizzare dentro di sè una figura che dà forza e vigore, ciò che non è stato quindi si idealizza. Aiuta a mantenere un grado di coesione con se stessi. Un’ illusione che poi ripetutamente si perde perchè c’è la delusione di ciò che avviene nella realtà, poichè appunto, idealizzato significa che non è del tutto reale. Con questi uomini non ha alcun reale legame. E’ un bisogno di forza che lo sostiene emotivamente. Ecco l’importanza della figura del padre e del bisogno di ogni figlio di avercero vicino, per rafforzarsi emotivamente e affrontare il sociale. E’ una figura che resta dentro, sia nella presenza che nell’assenza.

L’umiliazione, l’inganno e la delusione lo segnano nuovamente: “ l’inganno della madre” e il disconoscimento di un immaginario padre _ e l’umiliazione da parte di una figura che ammira e idealizza come una figura che lo guarda con occhi esclusivi e speciali. Idealizza infatti la figura di  Rober De Niro; immagina di ricevere empatia e ammirazione da lui e dalle  persone su cui lui esercita la sua influenza. Immagina di essere il suo  pupillo ma nella realtà viene umiliato pubblicamente e ingannato anche da questo personaggio di cui successivamente si vendicherà. Dopo l’idealizzazione si ha un crollo emotivo difficile da recuperare se non si viene aiutati a capire.

Lui è sensibilizzato al disconoscimento, e all’inganno. La sua vita diviene un teatro, la sua vita è stata una commedia, tutti han recitato una parte ed è l’unica realtà che conosce. Ha vissuto in una realtà distorta e confusa.

C’è ad un certo punto una confusione su cosa è la realtà. Cosa è accaduto? Sua madre è stata ingannata da un uomo influente? Quale verità? Oppure sua madre lo ha sottoposto ad un ambiente di maltrattamenti e abusi? Di chi deve fidarsi Joker? Quanta confusione ha in testa?

Il difendersi con la violenza diviene la sua unica identità possibile perché da quell’episodio di “legittima difesa” sulla metro comincia ad essere casualmente visibile al mondo _ comincia ad esistere per la società solo quando diviene ciò che non avrebbe mai pensato di diventare. Prima crolla, anche qui da solo; poi comincia a godere del suo protagonismo ed è meno solo; diviene un eroe ammirato. Joker perpetua la sua identità nella sua onnipotenza malata.

Chi è Joker?

Joker è un personaggio psicopatico che vive nel rifiuto di tutti, non ha mai avuto la possibilità di capire chi è _ non ha esperienze amorevoli alla base, tantomeno nel presente. E’ un uomo emarginato da chi prima di tutto poteva vedere e proteggere, è stato disconosciuto da tutti.

Un film non per tutti. C’è bisogno di un equilibrio mentale per vederlo e riflettere su come certe dinamiche della vita segnano profondamente. Lui ha traumi cumulati nel tempo, non trova via d’uscita. La sua mente è malata nella cronicità malata della società e dalla mancata presenza di affetti, dalla presenza di persone per niente gentili.

Abbiamo tutti bisogno di un ambiente più o meno sicuro che ci dia una possibilità, una famiglia più o meno amorevole per crescere se non felici sereni. Ma se l’ amore e il rispetto non lo troviamo in famiglia è bene ricercarlo nelle relazioni, quella che oggi con l’abuso dei social stiamo perdendo. “La nostra mente si forma in relazione con altre menti”. Il contesto educativo, sociale e supportivo esterno alla famiglia resta importante per compensare le mancanze.

Approfondimeto clinico:

Un sano sviluppo evolutivo e l’identità più autentica  tesa verso l’integrazione dipende dai rifornimenti emotivi e le cure materne (ma non solo) che permettono al bambino di iniziare la sua vita esistendo, non reagendo ai cosiddetti urti considerati invece come i non adattamenti materni al bambino. Solo in questo modo le persone vivono creativamente e sentono che la vita merita di essere vissuta  (Winnicott 1971).

La teoria della mente di riferimento è la   psicoanalisi relazionale che considera l’eterogeneità delle teorie  psicoanalitiche e le integra in termini di complementarietà. Ogni teoria psicoanalitica serve a darci contributi significativi e importanti per comprendere la psiche umana, come strutturiamo la nostra identità e sul come lavorare in ambito terapeutico.

La psicoanalisi relazionale parte dal presupposto che la mente è fondamentalmente diadica e interattiva “la mente è relazionale”; ciò significa che tutti noi ci organizziamo emotivamente e strutturiamo la nostra personalità in base alle relazioni con gli altri _ in primis con le figure di riferimento. La mente ricerca contatto, il rapporto con altre menti. C’è sempre una inclinazione temperamentale ma l’esperienza relazionale con gli altri ci permette di organizzarci in maniera più o meno sana o malsana. Il modo in cui ci percepiamo, creiamo legami affettivi e relazionali, esploriamo il mondo in buona parte dipende dal nostro bagaglio affettivo ed esperienziale.

I traumi se sono cumulativi ossia ripetuti  (Masud Khan) e relazionali mettono a dura prova la sanità mentale di ogni psiche umana.

Il  protagonista “Arthur” ha una personalità disturbata altamente dissociata, confusa, disorganizzata con sé e con gli altri. Il disconoscimento, la malattia materna, gli abusi e i maltrattamenti, l’essere bullizzato, l’essere umiliato, e il non avere alcun tipo di riferimento lo portano al delirio completo di sé.  Lo “stile di attaccamento” come direbbe John Bowlby è disorganizzato e invaso dalla paura. Il contatto col mondo fa paura. Il disorientamento materno diviene il suo. E’ un personaggio rifiutato.

L’unica mente con cui si è relazionato infatti  è quella materna _ ma da cui ne esce confuso e deluso. La patologia psicotica della madre che è fuori dalla realtà lo disorienta e l’organizza in maniera malsana. E’ una personalità completamente dissociata dal suo vissuto storico, quindi non sa chi sia anche se  va ostinatamente alla ricerca. Si ritrova ad essere un personaggio dal sorriso forzato. Interiorizza la realtà distorta e il desiderio materno.

Come ci ricorda Daniel Stern  vari sensi del sé hanno necessità di sperimentarsi per la formazione della nostra identità. Tutto ciò è stato assente nel personaggio che stiamo trattando.

  1. Il senso di essere soggetti agenti, senza di esso possono aversi paralisi, la sensazione di non essere padroni delle proprie azioni, l’esperienza della perdita di controllo degli agenti esterni.
  2. Il senso di coesione fisica, senza di esso possono aversi esperienze di frammentazione corporea, spersonalizzazione, esperienze extracorporee, derealizzazioni.
  3. Il Senso di continuità, senza di esso possono aversi dissociazione temporale, stati di fuga, amnesie, la perdita della sensazione di continuità dell’esistenza.
  4. Il senso dell’affettività, senza di esso vi è può essere anedonia e stati dissociativi.
  5. Il senso di un sé soggettivo permette di stabilire rapporti intersoggettivi con gli altri, la mancanza di esso porta ad una solitudine cosmica o all’altro estremo trasparenza psichica.
  6. Il senso di essere produttore di organizzazione, senza il quale vi può essere caos psichico.
  7. Il senso di poter comunicare significati, la sua mancanza può portare ad una esclusione culturale, scarsa socializzazione, e mancata validazione delle conoscenze personali.

I differenti sensi del sé in realtà maturano e cambiano e Stern riflette sulla possibilità di come avvenga tale cambiamento e si chiede se ciò è dovuto ad una maturità del bambino e della sua esperienza o ciò è dovuto alla nuova attribuzione che il genitore fa di lui. Per esempio il sorriso del bambino avviene per maturità o perché viene stimolato dal clima emotivo delle persone che lo circondano. Nel  cambiamento nella nuova capacità anche gli adulti interagiscono diversamente; tale paradosso si risolve con l’affermazione che i due sensi del sé cambiano in interazione l’uno con l’altro. Il clima emotivo di lui è tragico il “desiderio interiorizzato della madre”: <<sorridi per far ridere le persone >> senza che ci sia alcun clima emotivo favorevole alla sua crescita lo disorienta. Lui subisce molteplici traumi mai elaborati e accolti. Nessuno lo aiuta.

Il tentativo di contatto con la terapeuta (cognitivista comportamentale) non lo connette nè con le sue emozioni, né col suo senso storico e lo imprigiona in quelli che sono i pensieri negativi. Lui cerca empatia, supporto e accettazione ma soprattutto un aiuto per non soffrire così dolorosamente;  fa uso e abuso di psicofarmaci ma ha necessità di essere ascoltato. La sua mente è completamente disorientata e disorganizzata dall’incomprensione totale col mondo. E’ già un uomo molto malato. Il lavoro di equipe non esiste.

Anche “dal punto di vista neurobiologico il terapeuta sintonizzato ha quindi un’opportunità per agire come regolativo affettivo interattivo degli stati privi di regolazione del paziente” (Schore, 2002). “Il terapeuta che vuole comprendere cosa è successo al bambino il cui sé adulto è venuto in trattamento, diventa il testimone che rende possibile all’adulto di fare esperienza di tutto l’orrore della sua storia e quindi di cominciare a guarire. Quella che chiamiamo diniego o dimensione inconscia, può essere un’esperienza di cui non si è mai fatta veramente esperienza. I fenomeni dissociativi sono il risultato dell’assenza di un testimone convalidante in momenti cruciali della storia della persona”. (Orange, Stolorow e Atwood, 1992). Nel film il terapeuta è  del tutto assente come figura responsiva ed empatica. Anche qui nella sua speranza e nel suo bisogno di supporto per la sua mente il protagonista trova il vuoto dell’altro. “In un setting analitico appropriato vi è la possibilità per i domini dissociati del sé di sviluppare, insieme all’analista, quegli aspetti dell’esperienza non simbolizzata che consentiranno agli elementi motori, affettivi, immaginativi e verbali di fondersi con una memoria narrativa pertinente nel contesto di un qualche cosa prima inconcepibile”. (Bromberg, 1998).

“Niente può creare un legame più del prolungato tentativo di trovare insieme il senso della vita emotiva di qualcuno” (Orange, 1995) ma lui era solo.

Le figure interiorizzate sono di disconoscimento (padre) e ingannevoli e patologiche (madre).  Il padre e’ una figura che lo  disconosce totalmente, visto che non sa chi sia_ dentro di sé porta questa profonda ferita di vuoto, abbandono e rifiuto mai riparata o compensata con nessun altra relazione. Vive infatti una condizione esistenziale di emarginato, di invisibile. Quel vuoto lo induce a fantasticare la possibilità di piacere ed essere accettato da  due uomini forti,  influenti  e conosciuti a livello sociale. Uno è l’ipotetico padre, uomo politico;  l’altro da cui vorrebbe essere accettato è il personaggio che ricopre Robert De Niro. Non solo si identifica con lui ma fantastica di essere accettato da lui come un cabarettista speciale, una persona che idealizza nella possibilità di ricevere empatia per la sua storia ma anche amore.  L’idealizzazione di una persona fornisce forza e contenimento in un momento difficile ma altrettanto si frammenta dinanzi alla disillusione e delusione che anch’essa può ferire. Se ti ferisce la persona che si è idealizzata si crolla, perché la forza che traeva dall’idealizzazione viene a perdersi poichè reggeva la speranza, la possibilità di una riparazione profondamente affettiva ma soprattutto la sua coesione interna. La realtà è che proprio colui che aveva idealizzato nel suo intimo immaginario,  come una persona altamente empatica ed accettante di sé lo umilia pubblicamente, ne rimane doppiamente ferito (ri-traumatizzato) fino a vendicarsi di lui, pur non avendo alcun reale legame affettivo. Questo ci spiega come alcune ferite si organizzano intorno a distorsioni e fantasie di possibili riparazioni anche se non c’è alcun legame reale. “L’organizzazione psichica del bambino tenta di affrontare le situazioni irregolari costruendo nuovi sistemi di perfezione. tra cui l’idealizzazione”, (Heinz Kohut, 1978).

La madre è una figura patologica, e sembra che sia lui a prendersene cura. Mancano tanti dati. Non si capisce cosa  sia avvenuto veramente durante la sua infanzia ma la gravità della sua patologia  ci fa pensare che la sua disorganizzazione psichica sia stata dovuto ad ulteriori traumi come  l’abuso e il maltrattamento durante la sua infanzia. La confusione è quanto sia stato reale tutto ciò è quanto sia stato manipolato da persone influenti, ossia l’ipotetico personaggio del padre che fa internare sua madre e falsa le carte per salvarsi la faccia. Questo rimane confuso, come confusa e disorganizzata rimane la sua mente e la sua identità. 

Il “desiderio della madre”: <<sorridi per far ridere le persone>> ;  il desiderio di lei diviene la sua ambizione. Qui siamo all’interno di una cornice narcisistica materna di cui Heinz Kohut si occupa per tutta la sua vita.  Una madre con patologia narcisistica di personalità non è capace di empatizzare e rispecchiare il bisogno del proprio figlio ma lo fa agire secondo i suoi bisogni. Una componente narcisistica dei genitori moderni che è sotto gli occhi di tutti.  Non c’è alcuna possibilità per lui di trovare la sua reale ambizione, la sua reale identità. Forse sarebbe stato un bravo ballerino! Ballando autoregola la sua colpa. Lui si appoggia al desiderio della madre , si espone ma  le persone ridono  di lui, della sua goffaggine e della sua stranezza. La risata spontanea nei momenti di tensione denota probabilmente la sua dissociazione emotiva: <<vivo nella tragicità e devo pure sorridere per far ridere>>. Che assurdità! Quando non si è consapevoli delle proprie emozioni e di alcuni vissuti che sono nella memoria emotiva il corpo parla. La risata strozzata al suo nascere è simbolo della sua tragicità esistenziale.

Il rischio di una ritraumatizzazione conduce alla dissociazione patologica e al fallimento della simbolizzazione o all’impoverimento della capacità di rappresentare cognitivamente esperienze affettivamente intense o complesse”(Bromberg, 1998).

Si ribattezza  “Joker” e comincia ad ostentare il desiderio di un riconoscimento sociale ormai malsano reiterato dalla malattia. “L’individuo offeso narcisisticamente, non può trovare pace finché non ha cancellato un nemico, percepito indistintamente, che ha osato opporsi a lui, essere in disaccordo con lui, oppure lo ha messo in ombra” (Kohut, 1978).

La rabbia si verifica in molte forme: tutte presentano, tuttavia un aspetto psicologico specifico che dà loro una posizione definita entro l’ampia area dell’aggressività umana. Il bisogno di vendicarsi, di raddrizzare un torto, di annullare un danno con qualsiasi mezzo, e un’implacabile coazione, profondamente ancorata, a proseguire tutti questi fini, che non dà riposo a coloro che hanno sofferto di una ferita narcisistica, sono le caratteristiche della rabbia narcisistica i tutte le sue forme, che la distinguono d altre specie di aggressività, (Kohut, 1972).Qui siamo nell’ambito della patologia narcisistica maligna.

Interrogarsi sul momento negativo permette il risveglio. ( J.Benjamin, 1998), ma c’è bisogno di tante menti e di un sistema solido che lo aiuti a riorganizzarsi.  Joker si risveglia onnipotente circondato da altrettante menti arrabbiate e deluse  dalla società.

“La dissociazione  è una funzione normale e adattiva della mente che esclude dal campo della coscienza stati di sofferenza intollerabili, legate a realtà esterne ed interne; è un meccanismo che mette al riparo la coscienza ordinaria dall’inondazione di stimoli dolorosi, come quelli di origine traumatica. In qualche modo ci si costruisce una realtà parallela più favorevole dove trovare rifugio.  Questo ritiro temporaneo o rifugio non è patologico ma può essere messo al servizio dell’io (per la creatività, delle relazioni e dell’energia personale).  Se però tende alla reiterazione eccessiva e alla dipendenza morbosa si rischia la coazione all’isolamento, alla distorsione del senso del sé e delle relazioni fino alla perdita del contatto vitale con la realtà sfociando in disturbi psichiatrici” (Bromberg, 1998).

Nel delicato lavoro terapeutico “L’esibizionismo arcaico e la grandiosità  devono essere trasformati gradualmente in autostima inibita nella meta e in ambizioni realistiche, il suo desiderio di fusione con l’oggetto-sé arcaico onnipotente deve essere sostituito da atteggiamenti che sono sotto il controllo dell’io come per esempio l’entusiasmo per ideali significativi  e della sua devozione ad essi”(Kohut, 1978).

Ma Arthur era stato lasciato da solo sin da bambino. La sua mente si era ammalata molto precocemente fino a sfociare in un esibizionismo arcaico e pericoloso del suo essere senza nessuno e di divenire Joker, il malevole personaggio che si autosostiene nella sua stessa malata onnipotenza che si autoperpetua.

La società ha bisogno degli psicologi. La patologia narcisistica, la istrionica e la dissociata e l’antisociale_ tutte organizzazioni di personalità particolari, sono oramai sono sotto gli occhi di tutti proprio perché invisibili sotto altri punti di vista. Quanta prevenzione si potrebbe fare se ci fosse la responsabilità e buon senso di essere tutelati se non nell’amore in quella dignità umana per cui bisogna lottare in maniera saggia proteggendo da umiliazioni e traumi i bambini già in tenera età. Ma anche noi professionisti siamo impotenti, stanchi e soli dinanzi a tanta pazzia “istituzionale”. Si conosce molto di come ci sviluppiamo e la prevenzione psicologica aiuterebbe a tutelare le identità e facilitarne la crescita. Ci si ammala quando si è troppo deragliati dai propri bisogni e dall’empatia verso l’altro.

Questo è un film che permette di calarti empaticamente in un personaggio patologico e di vederne le mille sfaccettature che provocano tanti traumi ma ricordatevi di “differenziarvi” per non cadere nella trappola della sua mente, ricordandovi di riconoscere la vostra perchè Joker rimane un personaggio drammatico e per fortuna di fantasia. La sofferenza umana diverrà mai veramente visibile per essere affrontata?

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta, (or. psicoanalitico relazionale)

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Il senso reale della propria esistenza: quale autenticità?


Diventiamo ridicoli solo quando vogliamo apparire ciò che non siamo.”Giacomo Leopardi

Pablo Picasso, Buste de Femme au Chapeau, 1962. Museum Boijmans Van Beuningen

L’essere umano si è sempre occupato del problema tra il  rapporto di ciò che è percepito oggettivamente (cosi com’è per esempio un oggetto nella sua configurazione) e ciò che è concepito soggettivamente (così come organizziamo la nostra personale esperienza secondo le nostre personali sensazioni). Tale complesso quesito è stato sollevato da D. Winnicott, noto psicoanalista.

Nella mia esperienza clinica ritrovo spesso persone tormentate dalla confusione di ciò che è sentito reale ed autentico e da ciò che invece è vissuto come non reale, quasi non appartenente a sè “un enorme groviglio per la propria esistenza, perchè a volte la sensazione è di non vivere la propria vita”. Si è confusi nel riconoscere i bisogni ma anche i desideri, le ambizioni che autenticamente  appartengono a sè, quindi l’identità non si sviluppa in maniera fluida e naturale.

La comprovata ricerca sul campo evolutivo, ci indica, come sia importante per la crescita dell’uomo, l’aspetto affettivo ed empatico di come il senso reale del  sé di un bambino si sviluppi grazie ad un adulto maturo capace di  buona sintonizzazione ai bisogni dei piccoli, ma ciò che conta è la sufficiente risposta che viene data  e convalida degli stessi stati emotivi.   Sarà in questo caso, successivamente, un adulto, capace di stare in pieno contatto con se stesso e con la propria soggettività, con il proprio senso autentico della sua esperienza che si evolve nella sana direzione in termini di continuità e coerenza con sè e gli altri.

La motivazione che spinge l’uomo a fare scelte e che orienta pensieri e azioni dipende in larga misura  dall’esperienza vissuta e dagli scambi  affettivi ed empatici ricevuti.

E’ un’area di base, “l’affettività o l’anaffettività” collegata alla possibilità di ricevere empatia o meno da chi ci circonda, che orienta la nostra esperienza di vita in termini di sentirsi o meno esistenti nel proprio modo o adattati al modo dell’altro.
Il senso reale in termini soggettivi è riferito quindi alla sensazione, alla percezione di ciò che sentiamo nella nostra esperienza di vita, e la capacità di saperli esprimere spontaneamente. In fase precoce  la presenza di un adulto che supporta e contribuisce al processo di crescita, facilita lo sviluppo in linea col personale  disegno di vita in continua conoscenza, in coerenza con lo sviluppo delle inclinazioni personali che lo aiuteranno a sviluppare la sua identità in maniera sana e autentica .

Il contatto, il modo in cui una madre per esempio  tiene in braccio il proprio bambino, lo sguardo, il ritmo e l’intonazione della voce forniscono degli indicatori di scambio affettivo importanti per il bambino, poi adulto. E’ importante decifrare bene (usando l’empatia e la conoscenza del proprio figlio) dare il giusto nome agli stati emotivi del piccolo, e rispondere alle sue richieste “regolandolo” ; ciò  aiuta a definire la sua soggettività. Ma se la risposta al bisogno dato dall’adulto non coincide con lo stato emotivo che lui prova, oppure i suoi bisogni sono del tutto ignorati ed assenti, è facile crescere più confusi che mai sul chi siamo, cho vogliamo diventare. Ciò genera la ricerca di conferme continue, di dipendenza a scelte di relazioni disfunzionali che spesso invece confermano il proprio “non essere”. Si è disorientati nel giudizio che l’altro fornisce e nella ricerca paradossale che l’altro può attribuire “si diventa ciò che l’altro si aspetta”.

La mancata difficoltà dell’adulto di riconoscere la sua stessa difficoltà a comprendere il bambino ed a rispondere  empaticamente, tende ad essere, quindi un fattore di rischio per un possibile deragliamento dello sviluppo soggettivo del bambino, in quanto ostacolo per lo sviluppo autentico del Sé e per la propria unicità identitaria. Spesso ci si adatta alla soggettività dell’altro pur di mantenere il legame pseudo-affettivo, si presenta una sintomatologia e si rinuncia al personale sentito. La propria  soggettività rischia di rimanere estranea a se stessa.

Questo processo avviene in modo inconsapevole, non voluto da nessuno, nessuno ha colpa e la situazione non cambia fino a che qualcuno, spesso l’adulto genitore, spesso il bambino diventato adulto non  si mette in discussione e apre possibilità esplorative di conoscenza soggettiva e scioglie modelli di relazione irretiti e ripetitivi, conformi più alle aspettative altrui che al proprio contatto con se stessi.

Sottolineo ancora, come spesso l’adulto accudente, inconsapevolmente sostituisce il gesto del bambino secondo il proprio bisogno. Kohut, direbbe che ci troviamo dinanzi ad un adulto narcisistico, incapace di empatizzare con il proprio figlio ma impone inconsapevolmente  i propri bisogni all’altro, spesso inappagati e frustrati. La conseguenza porta il piccolo a non avere possibilità di comprendere i suoi stati emotivi ed i suoi bisogni vengono disconosciuti; impara ad adattarsi senza possibilità di scelta, senza possibilità di verbalizzare ed esprimere, senza possibilità di  consolidare i suoi stati e la sua soggettività non si sviluppa in modo strutturata e fluida. Da adulto si rende conto che non sa chi sia. Non sa stare in contatto emotivo con sè.

Tristemente, infatti Il risultato della confusione sopracitata, ricade sulla sensazione  che alcune persone hanno di “non esistenza”.

Winnicott, pediatra e noto psicoanalista individua tale risultato nel “falso sé”, un sé custode che in qualche modo protegge, preserva il vero sé, lo nasconde per qualche motivo specifico, esso è ciò che si presenta al mondo esterno.
Si diviene, a volte, ciò che l’altro desidera ed a parlare è la sintomatologia.

“L ‘integrazione dell’esperienza reale, tuttavia, non è mai completato e nessun essere umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con la realtà esterna e che il sollievo da questa tensione è provveduto spesso da un’area intermedia di esperienza, indiscutibile, per cui si libera la personale creatività come può essere un arte, un particolare lavoro, la scrittura… “E’ questa  un’area di gioco necessaria, in cui apparentemente ci si perde ma si riconquista la propria autenticità”.
La complessità di tutto ciò è spiegato in modo semplicistico ed è riduttivo in tale contesto.Essere empatici e rispondere alle esigenze del bambino non significa mancare di disciplina ma facilitare lo sviluppo di ciò che si è attraverso l’empatia e il do contatto emotivo con colui che sta crescendo.

La terapia serve anche a trovare altre modalità di sviluppo in cui affettività e soggettività vanno a braccetto, non sono necessariamente rinunciatarie l’una dell’altra ma fanno parte di un’integrazione, ma ciò implica riconoscimento e consapevolezza. Tale processo di sviluppo ha bisogno del giusto tempo per avviarsi e prendere la forma più consona a sé, per incontrare se stessi, attraverso un percorso di contatto emotivo, di conoscenza e sblocco verso la propia realizzazione della propria unicità come persone.
Autore: Marialba Albisinni

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Io mi solleverò – Maya Angelou


Tu puoi scrivere di me nella storia, con le tue bugie amare e contorte.
Puoi calpestarmi nella sporcizia ma io, come la polvere, mi solleverò.
La mia sfacciataggine ti irrita?
Perché sei assediato dalla malinconia?
Perché io cammino come se avessi pozzi di petrolio che sgorgano nel mio salotto.
Proprio come le lune e i soli, con la certezza delle maree,
proprio come la speranza che alta si slancia, ancora io mi solleverò.
Volevi vedermi spezzata?
Con la testa china e gli occhi bassi?
Le spalle cadenti come lacrime.
Indebolita dal mio pianto, che viene dall’anima.
La mia superbia ti offende? Non prenderla così male.
Perché io rido come se avessi miniere d’oro scavate nel mio cortile.
Puoi spararmi con le tue parole. Puoi ferirmi con i tuoi occhi.
Puoi uccidermi con il tuo odio, ma io, come l’aria, mi solleverò.
È la mia sensualità a disturbarti?
Ti arriva come una sorpresa,
il fatto ch’io danzi come se avessi diamanti all’incrocio delle mie cosce?
Fuori dalle capanne della vergogna della storia, mi sollevo.
Su, da un passato che ha le radici nel dolore, mi sollevo.
Sono un oceano nero, ampio, che balza,
zampillando e gonfiandomi, genero nella marea.
Lasciando alle spalle notti di terrore e paura, mi sollevo.
In un’alba che è meravigliosamente chiara, mi sollevo.
Portando i doni che i miei antenati mi diedero,
io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
Mi sollevo.
Mi sollevo.
Mi sollevo.
Maya Angelou (poetessa afro-americana)

DEDICATA A TUTTE QUELLE DONNE CHE CE L’HANNO FATTA NONOSTANTE “L’ INDIFFERENZA” E A TUTTE QUELLE “DONNE CHE DEVONO AFFRONTARE IL CORAGGIO DI FARE QUALCOSA DI DIVERSO DA CIO’ CHE LE IMPRIGIONA”

I CARNEFICI SPESSO SONO TROPPO PROTETTI DA CHI NON VUOL VEDERE… PURTROPPO


cropped-cropped-cartolina-logo11.jpg
“Riconoscere chi siamo,
la nostra storicità e i nostri pregiudizi,
soltanto in questo modo possiamo entrare nel dialogo giocoso,
che amplia e approfondisce la nostra comprensione”. Robert  Stolorow- Prospettiva Intersoggettiva

L’enorme mole di studi sulla psicoanalisi integra gli studi contemporanei sulle dinamiche inconsce. La Psicoanalisi Intersoggettiva è un approccio psicoanalitico prospettivista  orientato a comprendere a  pieno la prospettiva soggettiva dell’altro, il suo modo di percepire, di organizzare e costruire la realtà sia in termini fenomenologici sia in termini più profondi e inconsci tipico e caratteristico e imprescindibile  degli studi psicoanalitici.

La mente non è isolata nella sua entità ma funziona sempre in un campo intersoggettivo esperienziale. Mette a fuoco Il mondo dell’esperienza interna dell’individuo accanto ad altri in un flusso continuo di influenza reciproca. Intersoggettivo perché qualsiasi campo psicologico è formato da mondi soggettivi esperienziali interagenti, ognuno ad un livello evolutivo diverso che caratterizza l’organizzazione personale e  differente. L’ampliamento della capacità riflessiva aiuta a comprendere il modo in cui si è organizzati, la parti di sé che ostacolano o facilitano i processi evolutivi di crescita.

L’esperienza umana nei suoi aspetti più profondi è uno dei punti essenziali della terapia  poichè la profonda immersione nel mondo del paziente  aiuta la persona a trovare nuovi significati.

L’esperienza, l’inconscio, il trauma, le fantasie, la psicosomatica, i conflitti, le difese, la formazione della propria identità, vengono sempre viste all’interno del campo intersoggettivo, all’interno della relazione di un osservazione traslativa e relazionale oltre che narrativa.

Essendo la psicoanalisi intersoggettiva una psicologia del profondo è orientata all’esplorazione delle dinamiche inconsce, ossia le dinamiche che agiscono sulla nostra personalità e nel nostro comportamento ma di cui non ne siamo consapevoli. Lo studio sull’inconscio integra l’inconscio Freudiano (inconscio dinamico) ed amplia ulteriori studi e osservazioni clniche in questo campo. Semplifico di seguito i tre tipi di inconscio considerati oggi nel lavoro psicoanalitico contemporaneo ed elaborati da Robert Stolorow  e George Atwood, noti psicoanalisti e ricercatori di orientamento intersoggettivo:

Inconscio pre-riflessivo riguarda quei  principi invarianti inconsci organizzatori (P.O.I) dell’esperienza che operano al di fuori della consapevolezza. Questi principi organizzatori innescati nella nostra psiche possono agire sia positivamente facilitando i nostri processi di crescita, sia negativamente impedendo a certe configurazioni di svilupparsi. Capire cosa ostacola a livello più profondo aiuta a comprendere come siamo strutturati ampliando la possibilità di fare esperienza di modi alternativi che sbloccano e orientano  la crescita psicologica.

Inconscio dinamico è riferito a quella parte della nostra psiche in conflitto strutturata da quelle esperienze a cui è stata negata espressione perché mettevano in pericolo legami indispensabili. Questo conflitto diviene una minaccia sia per l’organizzazione psicologica acquisita sia per salvaguardare legami importanti. Si rinuncia a  parti di sé importanti per salvaguardare legami affettivi provocando dei deragliamenti nello sviluppo di crescita.

Inconscio non convalidato riguarda  le esperienze di sé che non sono state espresse perché non hanno mai suscitato la necessaria risposta di convalida da parte dell’ambiente, per cui sono rimaste nascoste. La risposta di convalida è riferita alla possibilità di sentirsi validate le proprie percezioni che spesso rimangono poche definite e che rischiano di compromettere  la  la  propria identità, chi si è e chi si vuole essere.

In un setting di psicoterapia psicoanalitica che abbraccia il lavoro dei tanti lavori clinici e scientifici l’attivazione esplorativa con la persona che richiede un percorso personale è tesa soprattutto ad approfondire le dinamiche inconscie che mirano  verso una profonda comprensione di se stessi, ciò che ostacola ma anche ciò che facilita la crescita per avviare verso  una maggior conoscenza e padronanza di Sè.

Marialba Albisinni

Bibliografia- I contesti dell’essere – Robert Stolorow e George Atwood- Boringhieri
Volti nelle nuvole- Stolorow  e George Atwood- Borla

L’inconscio che agisce. La Psicoanalisi intersoggettiva (integrazioni psicoanalitiche)