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I Disturbi di Personalità


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Non dimenticare mai che c’è una soggettività per ogni persona

I disturbi di personalità cominciano a svilupparsi durante l’arco della vita e l’esordio avviene per lo più in adolescenza e tarda adolescenza.
Lo scopo è informare, intervenire quanto più possibile sulla prevenzione prima che il disturbo si cronicizzi.
Tutti i disturbi di personalità provocano una grande sofferenza e hanno origini psicologiche esplorabili e da comprendere. La valutazione può essere fatta solo tramite colloqui clinici o test diagnostici da parte dello psicologo.

Si parla di disturbo di personalità quando il disagio interiore e comportamentale è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione (invalidità).

Gruppo A: disturbo paranoide, schizoide e schizotipico di personalità. Gli individui di questo gruppo spesso appaiono strani ed eccentrici (sul versante più psicotico).

Il disturbo paranoide di personalità: è un pattern caratterizzato da sfiducia e sospettosità, per cui le motivazioni degli altri vengono interpretate come malevole.
Il disturbo schizoide di personalità: è un pattern caratterizzato da distacco dalle relazioni sociali e da una gamma ristretta di espressività emotiva.
Il disturbo schizotipico di personalità: è un pattern caratterizzato da disagio acuto nelle relazioni affettive, distorsioni cognitive o percettive ed eccentricità nel comportamento.

Gruppo B: include il disturbo antisociale, borderline, istrionico e narcisistico di personalità. Gli individui di questo gruppo appaiono amplificativi, emotivi ed imprevedibili (sul versante stati limiti, personalità eccentriche).

Il disturbo antisociale di personalità: è un quadro caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti degli altri.
Il disturbo borderline di personalità: è un pattern caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività.
Il disturbo istrionico di personalità è un pattern caratterizzato da emotività eccessiva e da ricerca di attenzione.
Il disturbo narcisistico di personalità è un pattern caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia.

Gruppo C: include i disturbi evitante, dipendente e ossessivo compulsivo. Gli individui di questo gruppo appaiono spesso ansiosi e timorosi (sul versante nevrotico, personalità angosciante).

Il disturbo evitante di personalità: è un pattern caratterizzato da inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità ai giudizi negativi.
Il disturbo dipendente di personalità: è un pattern caratterizzato da comportamento sottomesso e adesivo legato ad eccessivo bisogno di essere accuditi.
Il disturbo ossessivo compulsivo di personalità: è un pattern caratterizzato da preoccupazione per l’ordine, perfezionismo ed esigenze di controllo.

Non dimenticare mai che c’è una soggettività per ogni persona

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15 Marzo Giornata di Sensibilizzazione per la Prevenzione e informazione dei disturbi alimentari


fiocchetto lilla15 15 Marzo  Giornata di Sensibilizzazione per la Prevenzione e informazione dei disturbi alimentari

Nel loro insieme, i Disordini Alimentari, in particolare Bulimia e Anoressia, costituiscono ormai un allarme sociale e nei casi gravi possono avere un esito infausto. Secondo l’American Psychiatric Association, sono la prima causa di morte per disordine psicologico nei paesi occidentali; è un’affermazione che porta a riflettere se si considera che nel nostro paese sono circa tre milioni, pari al 5% della popolazione, le persone che soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare e il loro numero è in costante aumento. Secondo il Primo monitoraggio sui Disturbi Alimentari online in Italia, condotto da Eurispes, infatti, ogni anno si contano in Italia 3500 nuovi casi di Anoressia e 6000 di Bulimia.
Dai dati emersi risulta che Anoressia, Bulimia e anche l’Obesità, sono gravi psicopatologie che utilizzano alimentazione e corpo per esprimere una sofferenza profonda. Il corpo si riempie o si svuota sino a dimagrire fino a rendersi “invisibile” o si ingrassa a dismisura: è il segnale preciso di disagi psicologici sottostanti di grave entità e che denunciano la vera sofferenza che va ben oltre a semplici Disordini dell’Alimentazione e come psicopatologie, devono essere comprese e affrontate.
Gli studi clinici sulla bulimia concordano nel ritenere che l’autostima delle persone che soffrono di questo disturbo, oppure di persone obese, sia in qualche modo legata implicitamente e restrittivamente al peso e al corpo. Ciò tralascia altri aspetti importanti e integrativi della personalità che, in qualche modo restano sconosciuti e distanti dalla possibilità di essere rispettati da se stessi.
Nel PDM (manuale psicodiagnostico psicodinamico), la bulimia nervosa è descritta nel seguente modo:
la bulimia è caratterizzata da un ciclo di abbuffate, seguite da condotte di evacuazione con cui si cerca di “liberare il corpo” da “calorie non desiderate” e di “evitare un aumento di peso”.
L’abbuffata in sé è definita come l’assunzione di grandi quantità di cibo introdotte in un breve lasso di tempo (meno di due ore). Tale assunzione è spesso accompagnata da una “disforia transitoria”, seguita da un “umore depresso”, “pesanti e severe autocritiche” e la sensazione di” non avere controllo” su ciò che si sta ingerendo.
Il vomito o i lassativi, oppure l’eccessiva attività fisica, farmaci dimagranti, diuretici e cosi via caratterizzano le condotte di evacuazione. La sensazione di vuoto nello stomaco è associata alla sensazione di un sé sminuito e per l’appunto vuoto.
Concordo con Massimo Recalcati, esponente della psicoanalisi che affronta il problema della bulimia in termini profondi e spiega come la persona che soffre del disturbo bulimico è spinta non solo a raggiungere il vuoto ma anche a conservarlo con condotte di evacuazione: “attraverso il vomito si induce un vuoto nel corpo”.
Tra l’altro la sofferenza di queste persone è legata alla scarsa tolleranza di sostenere sia il pieno sia il vuoto, poiché il pieno corrisponde all’essere invaso dall’Altro significativo che si è occupato probabilmente delle sue cure offrendo essenzialmente nutrimento in materia, rispondendo afferma Recalcati al “registro dell’avere”, tralasciando il vero dono d’amore e aggiungo inconsapevolmente “occultando la vera identità deragliata in un malsano sviluppo“.
Il cibo è un simulacro di ciò che non c’è. Il corpo si svuota dal peso della sostanza, così al termine di ogni crisi di fame si mostra in realtà all’Altro (reale o interiorizzato) che niente potrà mai riempirla veramente “il vuoto non è un vuoto del contenitore ma una mancanza ad essere”.
In linea col pensiero Kohutiano ma anche di altri studiosi che si sono occupati del significato profondo che il cibo ha per queste pazienti:
L’abbuffata secondo la prospettiva psicoanalitica e l’esperienza analitica, mettono in primo piano l’importanza e lo scordinamento dei diversi sistemi motivazionali, affermando come l’esperienza dell’abbuffata e del successivo svuotamento è un’ esperienza che funge da “regolatore emotivo”.
Nei momenti distonici, la gratificazione dei bisogni non soddisfatti in uno o più sistemi motivazionali cercheranno la vitalità attraverso esperienze alternative, la focalizzazione e l’uso dell’esperienza vitale (oggetto – sé arcaico) confermerà illusoriamente un senso di vigore compensatorio.
L’esperienza alternativa va alla ricerca, quindi, in modo illusorio di affetti, le cui funzioni sono di consolazione, fusione e senso di vigore. L’ingorgo di cibo costituisce un affetto immediato, piacevole, ripetitivo, apparentemente controllabile ma molto punitivo.
Tale atto porta con sé al contempo la punizione rappresentata dal successivo svuotamento (tipico è il vomito e l’uso di lassativi). Il senso del Sé, infatti, permane nello stato iniziale di vuoto, poiché secondo l’accezione di Kohut è rimasto deficitario nel suo sé nucleare, quel sè capace di sviluppo e sana autorealizzazione.
L’abbuffata, la sensazione di riempirsi e svuotarsi esprime la cui valenza sta negli affetti e questi pazienti vivono nell’illusione di reintegrare una parte mancante rappresentata invece dalla sensazione di vuoto che rimane offuscato dall’incomprensione.
Marialba Albisinni

Bibliografia
-L’ultima cena:anoressia e bulimia- Mondadori – Massimo Recalcati
-Bulimici e obesi immancabilmente – L.D. Regazzo – CLEUP- articolo “Principali interventi psicoterapici per la Bulimia nervosa di Marialba Albisinni
-PDM Manuale Diagnostico Psicodinamico- Raffaello Cortina

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La natura dei legami affettivi


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“Dalla culla alla tomba, sosteneva Bowlby, la salute mentale di un individuo è strettamente legata alle relazioni con figure di attaccamento che offrono sostegno emozionale e protezione fisica: è chiaro che non solo i bambini piccoli, ma gli esseri umani di tutte le età sono al colmo della felicità e possono adoperare le loro doti nel modo più fruttuoso quando hanno la fiducia di avere alle spalle una o più persone fidate che verranno loro in aiuto qualora insorga qualche difficoltà. La persona fidata costituisce una base sicura da cui il compagno può partire per operare (Bowlby 1973, p. 445)”.

La teoria dell’attaccamento ci aiuta a capire la base dei nostri legami affettivi, la modalità relazionale di attaccamento è significativo per comprendere i legami intimi tra gli adolescenti e le  successive relazioni affettive negli adulti. In questa prima parte andremo a presentare cos’è un legame affettivo e come si forma.

Durante tutta la vita l’individuo costruisce una gamma di importanti e differenti legami affettivi che non sempre implicano attaccamento;

L’attaccamento nei confronti di una persona avviene quando:

  1. Un legame affettivo è persistente, non transitorio.
  2. Un legame affettivo coinvolge una persona specifica, una figura che non è intercambiabile con nessun altro. Questo legame riflette l’attrazione che un individuo ha per un altro individuo (per esempio, la tristezza associata con la perdita di un amico intimo non è ridotta dal fatto che uno abbia altri amici intimi).
  1. La relazione è emozionalmente significativa
  2. L’individuo desidera mantenere la vicinanza o il contatto con la persona (varia a seconda dell’età)
  3. L’individuo si sente angosciato per una separazione
  4. L’individuo cerca sicurezza e conforto con la persona (Ainsworth, 1989)

E’ la ricerca della sicurezza la caratteristica che definisce il tipo di attaccamento.

Un attaccamento può essere sicuro se l’individuo ottiene sicurezza, conforto e rassicurazione.

Un attaccamento può essere insicuro se non  ottiene tutto questo ma l’attaccamento si forma comunque ma è in qualche modo dis-regolato, ansioso,  o addirittura disorganizzato e coinvolge dinamiche intrapsichiche e interpersonali.

Il criterio basato sulla rassicurazione è fondamentale e determinante al fine di creare un attaccamento sano genitore/figlio. I bambini cercano sicurezza quando sono in difficoltà e la  presenza di un genitore attento alla richiesta del bambino permette di instaurare un legame di attaccamento sicuro. Il verificarsi di un rovesciamento per esempio dei ruoli, che porta un genitore a  ottenere sicurezza da un bambino non solo indica quasi sempre una patologia del genitore ma mette a rischio la formazione di una patologia nel bambino.

Ma vediamo più nel dettaglio:

I bambini non hanno le capacità cognitive di definire la “qualità” di ciò che fornisce emotivamente un dato ambiente (ad esempio se l’ambiente sia sicuro, confortevole ecc. e di altre cose o se al contrario può essere definito pericoloso o povero di risorse emotive). Essi però sono in grado di sentire  se i caregiver (le persone di riferimento con funzioni di cura) riservono loro quella sensibilità, quella capacità di risposta e quell’attenzione che le loro necessità biologiche richiedono, a lungo andare in ogni caso per uno stato di sopravvivenza si trutturano degli attaccamenti.
Tutti i bambini imparano a relazionarsi e a regolarsi emotivamente attraverso le esperienze di vita e di relazione. La teoria dell’attaccamento di Bowlby (1969/1982, 1973, 1980) ha accordato un ruolo centrale alle relazioni interpersonali supportive.

I teorici dell’attaccamento hanno osservato i diversi modi in cui la regolazione delle emozioni è usata per mantenere la relazione con la figura di attaccamento; hanno notato che le differenze individuali rispetto l’attaccamento hanno a che fare con il modo in cui, all’interno della relazione, le emozioni hanno ricevuto una risposta, sono state condivise e regolate (Cassidy e Berlin 1994) dagli adulti.
La ricerca dimostra sempre più quanto sia importante la regolazione emotiva all’interno della relazione e come tali configurazioni relazionali favoriscono attaccamenti sicuri o insicuri con le figure di riferimento, figure necessarie al fine di fronteggiare le situazioni incombenti e i cambiamenti che si hanno nel corso dello sviluppo psicologico.
Ma cosa significa regolarsi emotivamente con l’altro?
Significa che in caso di richiesta di bisogni fisiologici, di pericolo, di stress, di paura si attivano meccanismi emotivi che per essere mantenuti in una condizione omeostatica e di equilibrio necessitano di regolazione emotiva da parte dell’adulto. I bambini non hanno ancora gli strumenti per regolare le proprie emozioni, richiedono tendenzialmente vicinanza, conforto e protezione; cosi che, quando sperimentano emozioni quali sofferenza, rabbia, paura si rivolgono ai loro caregiver per avere assistenza emotiva.
Gli studi empirici dimostrano che soddisfacendo in maniera coerente e costante i bisogni dei bambini, non si condannano a una perpetua dipendenza, ma si offre un trampolino di lancio alla  fiducia in se stessi infondendogli un senso di efficacia rispetto l’ambiente esplorativo. Similmente, essere costantemente curato, nutrito ed accudito con empatia (che non significa accontentarlo in tutto ma capire di cosa ha necessità per la sua crescita) non porta ad un bambino viziato, indulgente verso se stesso, ma piuttosto ad un bambino che impara a rispettare i suoi bisogni e probabilmente ad un adulto maturo capace di rispettare anche quelli degli altri.

Ciò significa che i bambini che hanno genitori responsivi ai loro bisogni, imparano a capire quando una persona ha bisogno dell’altro e risponde offrendo supporto; quando una persona è emozionalmente ipereccitata l’altra conforta e rassicura è umanamente empatico e maturo.
Questa esperienza quindi permette loro di decentrarsi e maturare in una modalità più fiduciosa e sicura il loro essere nel mondo e stabilire relazioni tendenzialmente sane rispetto ai bambini cresciuti in ambienti problematici e deprivati di risposte empatiche verso i propri bisogni.
Le esperienze di relazione a loro volta danno indicazioni affidabili sulle caratteristiche dell’ambiente presente e probabilmente futuro (Belsky et al. 1991, Chisholm,1996).

Nel corso della storia evolutiva, se i caregiver erano in grado di dedicare il tempo, le risorse e le energie necessarie a soddisfare le esigenze dei figli, allora l’ambiente era probabilmente sicuro e riccho di risorse emotive. Una minore sensibilità, reattività e disponibilità dei caregiver era invece indice che l’ambiente era più difficile e meno ospitale.
Quindi l’esperienza relazionale con l’adulto innesca un meccanismo predittivo della risposta di quest’ultimo e struttura nel bambino e nel futuro adulto modelli interni sicuri o poco sicuri. Se un bambino ha una relazione in cui si struttura un attaccamento insicuro, poichè l’attaccamento avviene per sopravvivenza anche nei confronti di figure che non sono state confortanti, questo tipo di modalità verrà tendenzialmente ricercata anche nella vita adulta, poichè c’è un modello operativo interno dominante che regola le leggi interne delle relazioni. L’adulto sensibile, presente e con “facile accessibilità” e disponibilità nei confronti del bambino fornirà esperienze funzionali e tendenti a trasmettere un senso di fiducia e di efficacia in termini di sicurezza emotiva e capacità esplorativa nel mondo circostante.
Nella letteratura sull’attaccamento, il termine “sicuro” è utilizzato per descrivere la convinzione e l’aspettativa emotiva di un individuo, indipendentemente dall’età, che una figura protettiva e supportiva sia accessibile e disponibile in caso di bisogno.

Le ricerche empiriche dimostrano che l’attaccamento insicuro ansioso e disorganizzante facilita il rischio per una patologia futura e per relazioni disturbate. Non tutti i bambini con attaccamento insicuro sviluppano una patologia ma sono più a rischio di chi ha vissuto legami di attaccamento più sicuri (che non è inevitabilmente indice  garanzia di salute mentale) ma ci risulta che questi bambini hanno maggiori possibilità di svilupparsi in modo sano e di ricercare relazioni sane meno problematiche.
La ricerca ha dimostrato che i bambini con storie sicure sono più resistenti allo stress ( Pianta, Sroufe 1990) e ripristinano con più facilità un buon funzionamento dopo un periodo in cui il comportamento è stato più problematico rispetto i bambini coinvolti in storie d’attaccamento ansioso. Quindi la capacità di regolazione emotiva e supportiva del caregiver è fondamentale sin dalla nascita dei piccoli, struttura modelli interni di attaccamento sicuro o insicuro che si ripresentano in maniera predittiva anche nelle future relazioni una volta adulti che saranno più o meno sane o più o meno malsane.

ATTACCAMENTI MULTIPLI
Poiché ci possono essere attaccamenti multipli, l’attaccamento si determina secondo delle gerarchie; c’è una “monotropia” per designare questa forte tendenza dei bambini a preferire una particolare figura di attaccamento per ottenere conforto e sicurezza rispetto ad altre. In assenza della madre o del padre per esempio i dati di ricerca mostrano che la maggior parte dei bambini cercano conforto e sicurezza da altre figure preferenziali di attaccamento (Ainsworth 1967 et al.).
La preferenza è probabilmente determinata dai seguenti fattori:
1- Quanto tempo il bambino trascorre con ciascuna figura di accudimento;
2- La qualità delle cure che ognuna di queste figure offre;
3- L’investimento emozionale sul bambino di ognuna di esse;
4- I segnali sociali

I fattori che determinano la preferenzialità (Colin, 1996) sono collegabili alla possibilità di sopravvivenza del piccolo, cioè la preferenza cade su chi contribuisce ad assicurare che un bambino non venga trascurato. La figura del caregiver e la capacità di comprendere e rispondere ai suoi bisogni di crescita è fondamentale al fine di agevolare uno sviluppo psichico sano e sicuro.
A cura di Marialba Albisinni

Bowlby, (1972) Attaccamento e perdita, Vol. 1: Attaccamento alla madre. Bollati boringhieri

Bowlby J (1972) Attamento e perdita, Vol.2: La separazione dalla madre. Bollati Boringhieri

Bowlby J. (1983) Costruzione e rottura dei legami affettivi. Cortina Milano

Bowlby J. (1983) Attaccamento e perdita Vol. 3 La perdita della madre. Bollati Boringhieri, Torino

Bowlby J. (1988) Una base sicura. Bollati Boringhieri Torino

Jude Cassidy e Phillip Shaver (2010) Manuale dell’attaccamento – Fioriti,

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Le nuove famiglie


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Donne di Algeri- Pablo Picasso 1955

C’è molta confusione su ciò che è oggi una famiglia, mi auguro di alleggerire l’animo di molte persone cercando di trasmettere il messaggio che la famiglia di oggi ha diverse organizzazioni,  dipende dalle scelte, dai nuovi adattamenti che molte persone si ritrovano ad affrontare. Ci sono persone che lottano con gli stigmi della  cultura tradizionale,  con conseguenze e scelte molto dolorose soprattutto perchè non vengono capiti, ne tantomeno sostenuti.

Etimologicamente famiglia nasce come parola latina, indicava l’insieme degli schiavi che vivevano sotto lo stesso tetto  (Lat. familia, der. di famŭlus ‘servitore’ •fine sec. XIII) gradualmente il concetto sociale si amplia ma il significato che lo caratterizza e che non muta tutt’oggi riguarda la convivenza di più persone  nella stessa abitazione, il legame di consanguinità nel caso dei figli e di affinità affettiva. Ma vediamo sinteticamente com’ è la situazione attuale.

Nel suo libro  “Le Nuove Famiglie” esordisce così Anna Laura Zanatta, Docente di Sociologia della famiglia della Sapienza di Roma:
“Non esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore per tutti (…) La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa perché le circostanze sono diverse”.
La famiglia, come ogni altro fenomeno umano, non è un prodotto della natura, ma della società e, in quanto tale, è soggetta a mutamento. Il declino del matrimonio e la diffusione di una molteplicità di tipi di famiglia sono realtà concrete difficilmente contestabili. Dopo l’industrializzazione, le recenti trasformazioni della famiglia sono documentati da alcuni fenomeni demografici, cosi riassunti:
• Il calo e la posticipazione del matrimonio;
• Il calo complessivo delle nascite;
• L’aumento delle convivenze (famiglie di fatto o unioni libere) e delle nascite fuori il matrimonio;
• L’aumento di instabilità coniugale (separazioni e divorzi);
• L’aumento della famiglia con un solo genitori:
• L’aumento delle famiglie ricomposte (in cui almeno uno dei coniugi o partner proviene da una precedente unione);
• L’aumento delle famiglie unipersonali (composte da una sola persona)
Questi fenomeni indicano che il matrimonio non rappresenta più il passaggio simbolico dell’adolescenza all’età adulta, non è nemmeno più l’evento che legittima l’accesso alla vita sessuale, né il fondamento necessario della famiglia e della procreazione.

La famiglia tende più a trasformarsi da esperienza totale e permanente in esperienza parziale e transitoria della vita individuale; per esempio, ciò significa che se un uomo divorziato si risposa, spesso la famiglia in cui egli vive non è la stessa in cui vivono i suoi figli biologici, ma vive in una nuova famiglia, quella formata dalla nuova compagna o moglie che potrebbe a sua volta avere dei figli avuti da un precedente matrimonio. Queste famiglia èrendono in nome di “famiglie bi-nucleari o bi-genitoriali”.
Cambia il corso di vita della famiglia e cambia quello della vita individuale. Un singolo individuo può fare l’esperienza di vivere per esempio in una famiglia tradizionale, poi se i genitori divorziano farà parte di una famiglia monogenitoriale; se la madre si risposa la famiglia prende una’altra forma ossia diviene una  “famiglia ricomposta”.
In passato la stabilità matrimoniale era garantita dagli interessi sia economici sia di potere; oggi la donna ha realizzato una nuova identità sociale ed individuale.

Il matrimonio d’amore ha preso il posto di quello combinato e le aspettative della coppia sono aumentate.

Il declino dei valori religiosi tradizionali, insieme alla crescente affermazione della soggettività e del pluralismo delle idee sono aspetti tipici della cultura contemporanea. Oggi a quanto pare e fortunatamente i legami si creano a causa dei sentimenti e del rispetto dell’autonomia.
Tuttavia, la realtà di oggi ci informa che anche se non riconosciute giuridicamente, vi sono diverse famiglie rispetto al modello tradizionale e nucleare (formata da coppia sposata e dai suoi figli biologici) e bisogna prendere consapevolezza.

In seguito un breve elenco:
• Ci sono famiglie di fatto (o unioni libere) sia eterosessuali che omosessuali;
• Le famiglie ricomposte (chi decide di divorziare e crearsi una nuova famiglia);
• Le famiglia monogenitoriali (famiglie composte con un solo genitore, a causa del decesso di uno dei coniugi);
• Le famiglie miste (unioni tra persone diverse di etnia);

E’ proprio la molteplicità delle scelte possibili nella società che rende necessaria la crescita di una nuova consapevolezza e della responsabilità a livello individuale e collettivo. Nella società contemporanea i valori condivisi rilevati dai sociologi sono: l’autorealizzazione, la parità di genere, la responsabilità, la solidarietà, la stabilità familiare intesa come continuità di una relazione affettiva anche quando una famiglia si ricompone. Il nostro paese è ancora molto lontano dallo sviluppo che le nuove famiglie hanno avuto altrove. Ciò che accomuna la scelta di formare queste nuove famiglie è tendenzialmente l’aspetto affettivo.
I sociologi parlano per lo più di famiglie anziché di famiglia; per indicare questa varietà e molteplicità di modi di vivere insieme e di esperienze familiari che l’individuo nel corso della propria vita può attraversare. Più che di crisi della famiglia in generale, è più corretto parlare di crisi di un certo tipo ideale di famiglia.

L’intento è di informare. A voi le riflessioni.
A cura di Marialba Albisinni

Dal libro “Le Nuove Famiglie” Il Mulino- di Anna Laura Zanatta- Docente di Sociologia della famiglia, Sapienza Università di Roma

 

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Disturbi Depressivi


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Edvard Munch, Melancolia, 1894-1895

Non dimenticare mai che c’è una soggettività per ogni persona

Lo scopo è informare, dare indicazione ed intervenire quanto più possibile sulla prevenzione prima che il problema si cronicizzi.

La valutazione può essere fatta solo tramite colloqui clinici o test diagnostici da parte dello psicologo.

I DISTURBI DEPRESSIVI:
La caratteristica comune dei disturbi depressivi è la presenza di umore triste, senso di vuoto  e umore irritabile, accompagnato da modificazioni somatiche e cognitive che incidono in modo significativo sulla capacità di funzionamento dell’individuo.

I disturbi depressivi (DSM-5) includono:

  • Il disturbo da dis-regolazione dell’umore dirompente: la caratteristica principale è una grave e persistente irritabilità, scoppi di collera che avvengono in risposte a frustrazioni.
  • Il disturbo depressivo maggiore: i sintomi sono presenti quasi tutti i giorni, spesso la faticabilità e l’insonnia rappresentano il sintomo di manifestazione, perdita di interesse e piacere in quasi tutte le attività, diminuzione di energia, sensi di colpa e di autovalutazione che possono includere valutazioni negative irrealistiche del proprio valore; compromissione in ambito sociale e lavorativo.
  • Il disturbo depressivo persistente (distimia): la caratteristica principale riguarda l’umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, come riferito dall’individuo o osservato da altri per almeno due anni. Questo disturbo rappresenta l’unione del disturbo depressivo maggiore cronico e del disturbo depressivo persistente. L’esordio precoce può avvenire anche prima dei 21 anni è associato a una probabilità e comorbilità con altri disturbi di personalità. Scarso appetito, scarsa energia, scarsa autostima, difficoltà di concentrazione e difficoltà a prendere decisioni, sentimenti di disperazione, insonnia sono i sintomi principali. Ci possono essere delle variazioni.
  • Il disturbo disforico premestruale
  • Il disturbo depressivo indotto da sostanze /farmaci
  • Il disturbo depressivo dovuto a un’altra condizione medica
  • Il disturbo depressivo con altra specificazione e il disturbo depressivo senza specificazione

Il lutto può indurre una grande sofferenza ma non indica tipicamente un episodio di disturbo depressivo maggiore.

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http://www.psicoterapiaeconsulenza.com di Marialba Albisinni

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Inside Out: Riconoscere le emozioni


insidePrendo spunto da questo film di animazione per riflettere e parlare di un tema che mi sta particolarmente a cuore: la “prevenzione per i disturbi di personalità” soprattutto in giovane età, poiché non si è strutturati abbastanza, poiché si è in crescita, poiché meccanismi difensivi, come per esempio la “negazione” di un problema inducono anche noi adulti a non affrontarlo.
La personalità dei nostri ragazzi si delinea senza sosta, ma anche la nostra, e siamo richiamati continuamente ad essere responsabili della loro crescita, per chi è genitore sa quanto è faticoso.
Il nuovo cartone della Disney “Inside Out” ti trasporta all’interno di un grande agglomerato emotivo, insito nella nostra natura umana, nel nostro mondo interno: le emozioni e la necessità di riconoscerle a noi stessi, ma come si vedrà non è affatto semplice. Lo stato interno si manifesta in ogni caso in modalità differente.
Il film narra di una bambina, Riley che trascorre la sua infanzia in maniera felice, la gioia prevale e la bimba vive serenamente con la sua famiglia; le relazioni sociali, quali l’amicizia e il senso di agency ed esplorativo è funzionante, si concretizza nel piacere di uno sport come l’hockey , sembra procedere tutto in armonia.
Inside OutAd ognuno di noi, tristemente accade qualcosa durante l’arco della nostra esistenza, facciamo tutti i conti col passaggio dell’età e con gli eventi non previsti ed è fortunato chi ha qualcuno che “comprende” al suo fianco.
Riley deve affrontare un trasferimento a un’altra città, ha tante aspettative, è inizialmente entusiasta, ha 11 anni, un’età già di per sé complicata ma non necessariamente triste. Lontana dallo stile di vita che conduceva nel Minnesota, la ragazzina si ritrova a San Francisco e sarà molto delusa dalle aspettative immaginate. Le amicizie, la mancanza di stimoli più consoni alla sua persona, la mancanza di appartenenza e di riferimenti più familiari,  la inducono gradualmente ad avvertire uno stato di malessere, il disagio è troppo grande che si anestetizza, non avverte più emozioni, entra in uno stato pericoloso di anedonia, fino a destrutturarsi, smarrendo addirittura i bei ricordi. Il peggio di tutto, è che lo vive in piena solitudine, gli adulti non comprendono ciò che le sta accadendo poiché troppo occupati a gestire le loro di emozioni. Sola, cerca una escamotage per risolvere questa “triste situazione” e la ritrova nella fuga.
Il punto è che la sua tristezza non viene riconosciuta da chi la circonda, è assente la funzione di sostegno comprensivo dell’adulto: da una parte l’”indifferenza” del padre, dall’altra la “negazione” della madre, ma essere genitori è difficile; essendo lei immatura sia emotivamente che cognitivamente è impossibilitata a riconoscerla e ad affrontare in maniera funzionale tale cambiamento.
La parte finale ci fa capire quanto è importante riconoscere il malessere, anche quando si è tendenzialmente gioiosi. Siamo portati a ricercare il piacere, la gioia ostenta ed è un ingrediente indispensabile  per vivere ma quando è necessario deve lasciare spazio ad altre emozioni che fanno parte di noi. La tristezza non piace a nessuno ma come si vedrà nella parte finale il suo “riconoscimento” darà sollievo, poiché è stata compresa la situazione nebulosa che sovrastava “l’incomprensione” di ciò che accadeva nel suo mondo emotivo. I genitori divengono empatici e si sintonizzano sinceramente con lo stato emotivo di disagio di Riley. La vita può procedere poiché ci si organizza diversamente, si cresce, si integra quell’esperienza, che gioia e tristezza ci sono entrambe, è la vita; si evitano blocchi e si prevengono, soprattutto per i nostri ragazzi, permettetemi di dirlo, patologie importanti come i disturbi depressivi e depersonalizzazioni che rischiano di cronicizzarsi e permanere durante l’arco della loro vita. Il cartone avrebbe avuto forse un altro finale se cosi non fosse stato… Ma ovviamente è sempre tutto più complesso di ciò che abbiamo visto e di ciò che ho sinteticamente spiegato, c’è una “soggettività” che non va trascurata. L’animazione di questo film rende molto l’dea di ciò che accade emotivamente quando ci si smarrisce ma nel film ci solleva solo alla fine.

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Marialba Albisinni

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Psicoterapia: Le neuroscienze a sostegno della efficacia della psicoterapia psicoanalitica contemporanea


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Le neuroscienze dimostrano che il cervello adulto mantiene una sua plasticità e che questa plasticità, specialmente del cervello destro dominante per l’autoregolazione, permette l’apprendimento emotivo che si accompagna a un’esperienza psicoterapeutica efficace.La psicoanalisi contemporanea studia ed indaga le relazioni affettive precoci e il loro sviluppo, le mutue regolazioni emotive, che si imparano a modulare all’interno dei legami affettivi. Numerose prove cliniche e sperimentali indicano che tutte le forme di psicopatologia condividono sintomi di disregolazione emotiva e che i meccanismi di difesa sono, in sostanza delle strategie di regolazione emotiva per evitare, minimizzare, o trasformare gli affetti troppo difficili da tollerare (Cole, Michel e Oo’dONNELL, 1994).Sono proprio questre strategie di regolazione affettiva e questi schemi patogenetici di mancanza di regolazione a dover essere riconosciuti e affrontati nell’ambito di transfert-controtransfert all’interno della terapia. La corteccia orbitofrontale destra è coinvolta con gli stati interni, somatici e motivazionali ed è responsabile della manifestazione degli stati emotivi e dei processi inconsci (Galin, 1974; WATT, 1990). Le rappresentazioni interattive sono conservate nell’emisfero destro che contiene un sistema rappresentazionale per la configurazione affettiva e che si rivela dominante per l’elaborazione delle informazioni emotive. L’assenza di regolazione o disregolazioni continue nella relazione bambino- caregiver (colui che si occupa del bambino) provoca disturbi emotivi e quindi riflette con un alta probabilità sui disturbi di personalità in età adulta. Le ricerche multidisciplinari sull’attaccamento, e le ricerche sull’infanzia intersoggettive rivelano come i fallimenti della regolazione del sè e delle interazioni con il caregiver siano alla base di tutte le psicopatologie che si formano nei primi periodi di vita. Le personalità bordeline per esempio hanno difficoltà a mantenere rappresentazioni stabili di sè e degli  altri; le personalità narcisistiche, per quanto esibiscano un maggior sviluppo, presentano attaccamenti insicuri e un deterioramento dell’autostima.La psicoterapia degli arresti evolutivi (Stolorow e Lachmann, 1980) è volta  alla mobilizzazione delle modalità fondamentali dello sviluppo (Emde, 1999) e il completamento dei processi di sviluppo interrotti (Gedo, 1979). Il coinvolgimento interpersonale che si crea nel lavoro della psicoterapia rappresenta un potente ambiente in cui il singolo Sè può oggettivamente sperimentare il bisogno di conoscere e il bisogno di sentirsi conosciuto in un contesto sicuro ed emotivamente responsivo. Secondo Shore e altri neuroscienziati ritengono che la psicoterapia psicoanalitica lavorando sulla relazione, sui processi consci ed inconsci del sè,  e la possibilità di sintonizzarsi con la mente di altre persone faciliti  la maturazione dei circuiti cerebrali che mediano la capacità di autoregolazione. La relazione terapeutica produce cambiamenti cerebrali in termini evolutivi in quanto oltre le elaborazioni, si ha un cambiamento in termini di crescita e sblocco poichè per l’appunto il cervello muta con essa solo la buona capacità terapeutica permette questa nuova e particolare esperienza.Lavorare per sviluppare la capacità dell’io osservante del paziente significa anche non rendere il paziente dipendente in modo passivo al di là del necessario, ma coinvolgerlo nella sua capacità responsiva di migliorarsi e di essere agente nella sua vita.

Riferimento bibliografico-La regolazione degli affetti e la riparazione del sè di Allan Shore , 2003 Astrolabio A cura di Marialba Albisinni

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Quale psicoterapia?


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Ogni teoria è formulata in base alla personalità soggettiva di chi la concepisce creativamente, è il presupposto concettuale su cui fa leva la psicoanalisi nella prospettiva intersoggettiva (Atwood e Stolorow, 1979 in Faces e Cloud) che rileva la rintracciabilità soggettiva sugli studi psico-biografici di personaggi della valenza di Freud, Jung, Reich e Rank.

Stolorow parte dall’assunto   che la personalità di chi elabora la teoria di riferimento sia influente, nel creare il concetto teorico.

Secondo la prospettiva intersoggettiva (Storolow e Atwood, 1979), ogni terapeuta abbraccia e sposa una teoria in base alla sua personalità e alla sua modalità di organizzare la propria esperienza. Mi esulo dall’approfondire l’enorme mole teorica.

Il paradigma relazionale in termini di scambio clinico tra terapeuta e paziente è un denominatore comune tra gli approcci principale;  i fattori implicanti per un buon trattamento sono l’alleanza, lo scambio, la valenza del contesto, il sistema, i confini, la collaborazione, la metodologia, la comprensione empatica, la condivisione emotiva, la regolazione e la soggettività.

Per quanto riguarda l’efficacia dei diversi approcci, riportiamo l’intuizione di Saul Rosenzweig che già nel 1936, attraverso la “metafora del verdetto di Dodo”, spiega come diversi tipi interventi psicoterapici abbiano lo stesso effetto sull’efficacia di un determinato disturbo.

Saul Rosenzweig, spiega, attraverso la metafora del verdetto di Dodo: alcuni animali di Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Caroll, ritrovandosi tutti bagnati devono trovare una soluzione su come asciugarsi. É per l’appunto il Dodo a trovare la risoluzione, tutti devono correre lungo un percorso iniziando la corsa in diversi momenti e fermandosi quando lo desiderano.

Non importa la forma esatta di come ciò avviene. Nell’epilogo risolutivo, gli animali, tutti asciutti chiedono chi avesse vinto e il Dodo risponde “tutti hanno vinto e ognuno deve ricevere un premio”.

In questo senso, tale concetto viene esteso metaforicamente ai diversi trattamenti terapeutici, in quanto tutti sono giunti ad una risoluzione, in questa ottica è importante il verdetto, il risultato, non il metodo. L’aspetto fondamentale probabilmente sta nello scegliere quello più consono a sè.

C’è un grande impegno nella ricerca clinica di comprendere ciò che più risulta efficace. Anche il paradosso dell’equivalenza (Stiles et al., 1999; Luborsky et al., 2002), elaborato da Luborscky si basa sull’assunto aderente alla metafora di Dodo e ne rafforza l’intuizione di Rosenzweig.

Il paradosso dell’equivalenza asserisce che “sebbene i diversi approcci terapeutici si basano su differenti modelli concettuali rispetto alla psicopatologia e al processo di cura, essi sono equivalenti nei risultati”(Dazzi, 2006).

L’efficacia terapeutica probabilmente dipenderà anche dalla fiducia che si ha nell’abbracciare una prospettiva anziché un’altra perché vicine al modo di organizzare la propria mente.

I tre principali tipi di interventi di trattamento psicoterapeutico sono:

  1. L’orientamento psicodinamico:  oggi più che mai  la psicoanalisi contemporanea è connotata come psicoterapia non è solo  interpretativo ma  vicina alla fenomenologia, ossia all’esperienza del qui ed ora. Esplora dinamiche rappresentazioni interne intrapsichiche che influenzano la percezione della realtà, passato, presente e futuro si incontrano in termini di continuità identitaria. Racchiude ricerche che sono pietre miliari per la clinica e la psicoterapia poichè vicina all’esperienza passata e presente. L ‘intersoggettività dell’uomo nel suo contesto relazionale e la sua storicità sono studiate in una prospettiva evolutiva (Michtell, Bowlby, Kohut, Lichtenberg, Stolorow ecc.). Inoltre è l’unica i grado di approfondire le dinamiche inconscie della persona e capire come sovrastano la sua vita.
  2. L’orientamento sistemico relazionale, focalizza il suo intervento considerando il sistema familiare e le relazioni sane e non sane all’interno di tale sistema;

2. L’orientamento cognitivista, suddiviso in cognitivismo evoluzionistico e cognitivismo più prettamente comportamentale (Fairbuirn, 2005);

Il cognitivismo e la psicoanalisi relazionale si connettono con gli studi neuroscientifici   traendo un maggior risultato di validità scientifica, ma ognin terapeuta più o meno si serve delle conoscenze di vari approcci anche se l’approfondimento è sull’orientamento più vicino alla sua modalità di lavorare.

Sempre più  studi dimostrano come la nuova esperienza psicoterapica, co-costruita in un processo relazionale tra terapeuta e paziente  permette una nuova modalità di organizzarsi in relazione tra sè con l’altro,   ciò facilita anche  la formazione  di nuove reti neurali, deputati  alla possibilità di mentalizzare e di comprendere lo stato emotivo dell’altro.

Autore: Marialba Albisinni

Bibliografia

    • Volti tra le nuvole, Borla- Atwood e Storolow, 1979- ed. italiana
    • La ricerca in psicoterapia-  Il Mulino di Dazzi, Lingiardi
Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Psicoterapia Psicoanalitica – Cenni alla Psicoanalisi Intersoggettiva


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La teoria dell’intersoggettività è una teoria di campo o sistemica, mira a comprendere i fenomeni psicologici non come prodotti di meccanismi intrapsichici isolati, ma formati nell’incontro di “soggettività in interazione”.

Il campo di indagine psicoanalitico non è più la mente isolata del soggetto ma il sistema interattivo dei mondi soggettivi. Tale orientamento descrive i contenuti dell’esperienza e delle “strutture della soggettività” per designare i “principi invarianti” che inconsciamente e ricorsivamente organizzano quei contenuti secondo significati e temi distintivi che possono facilitare o ostacolare la crescita psicologica. Alcuni principi invarianti spesso irretiscono e intrappolano le strutture mentali soggettive, fanno parte della struttura psichica e non sono eliminabili; quando emergono nell’analisi vanno esplorati e compresi.
L’affetto è inteso come costrutto motivazionale centrale della vita intersoggettiva che prende forma in specifici contesti nel sistema di reciproca regolazione adulto-bambino.

All’interno del sistema evolutivo ed intersoggettivo tra adulto e bambino, a lungo andare, i “principi organizzativi invarianti” organizzano inconsciamente le esperienze successive del bambino (Atwood e Storolow, 1984).

Il sistema di regolazione reciproca madre-bambino o figura di riferimento e bambino permettono di organizzare l’esperienza in un certo modo e di consolidare un certo stato interno del bambino che si è formato dalla reciproca regolazione con le figure di accudimento (Lichtenberg, 1983). L’interazione come spiega Daniel Stern (1985) con altri regolatori del sé portano alla formazione dei diversi sensi del sé del bambino, per esempio un bambino che ha un vissuto con una madre ansiosa ha più probabilità di sviluppare una modalità ansiosa preoccupante da adulto, e può avere un senso del sé più preoccupante rispetto chi ha vissuto con una genitore più sicuro. Lo sviluppo psicologico e la patogenesi sono studiati all’interno dei contesti intersoggettivi ed i fenomeni psicologici possono essere compresi all’interno della relazione analitica; i disturbi possono essere curati nella nuova relazione terapeutica ed esperienza transferale.
L’analista che abbraccia questo orientamento non ha una funzione neutrale ma entra in gioco nella relazione in una dimensione intersoggettiva con il paziente.

L’analisi è orientata nel profondo dell’esperienza umana, per cui non si parla più di un mondo “rappresentazionale” riferito per lo più ai contenuti immaginativi dell’esperienza, se pur importanti, ma lo spostamento clinico è uno studio attento, permeato nel mondo soggettivo dell’altro che influenza e interagisce con il mondo soggettivo dell’analista in un sistema di mutua regolazione. Si attivano riflessioni profonde che orientano al cambiamento.

Come descrive bene Storolow, il cambiamento terapeutico prodotto da un trattamento psicoanalitico riuscito, non deriva dall’eliminazione o modificazione dei principi organizzatori invarianti del paziente (per esempio, sono il quarto figlio, nella mia esperienza ho avuto dei genitori che mi hanno fatto sentire di troppo è probabile che questa persona svilupperà un principio organizzatore del tipo “sono di troppo, do fastidio e non mi permetto di aggregarmi ad altre persone” questo lo estenderà alla sua vita sociale e ne comprometterà il suo evolversi, ma il tutto avviene a livello inconscio).

La nuova esperienza relazionale con l’analista e l’aumento della capacità riflessiva che avviene in analisi, facilita il consolidamento di principi alternativi, ampliando il repertorio esperienziale del paziente e riattivando i processi di crescita psicologica. Nel campo intersoggettivo sono esplorate diverse dimensioni dell’esperienza, i traumi, i conflitti, le difese, le resistenze e l’esperienza affettiva. Intersoggettivo è riferito quindi ad un campo psicologico formato da mondi esperienziali interagenti in cui si esplorano specifici “schemi di transazione intersoggettiva” che spesso mantengono rigida la psicopatologia o irretiscono modalità che ostacolano la crescita psicologica.

Bibliografia- George Atwood e Robert Stolorow ,1995 I contesti dell’essere – Boringhieri