Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Il senso reale della propria esistenza: quale autenticità?

Diventiamo ridicoli solo quando vogliamo apparire ciò che non siamo.”Giacomo Leopardi

Pablo Picasso, Buste de Femme au Chapeau, 1962. Museum Boijmans Van Beuningen

L’essere umano si è sempre occupato del problema tra il  rapporto di ciò che è percepito oggettivamente (cosi com’è per esempio un oggetto nella sua configurazione) e ciò che è concepito soggettivamente (così come organizziamo la nostra personale esperienza secondo le nostre personali sensazioni). Tale complesso quesito è stato sollevato da D. Winnicott, noto psicoanalista.

Nella mia esperienza clinica ritrovo spesso persone tormentate dalla confusione di ciò che è sentito reale ed autentico e da ciò che invece è vissuto come non reale, quasi non appartenente a sè “un enorme groviglio per la propria esistenza, perchè a volte la sensazione è di non vivere la propria vita”. Si è confusi nel riconoscere i bisogni ma anche i desideri, le ambizioni che autenticamente  appartengono a sè, quindi l’identità non si sviluppa in maniera fluida e naturale.

La comprovata ricerca sul campo evolutivo, ci indica, come sia importante per la crescita dell’uomo, l’aspetto affettivo ed empatico di come il senso reale del  sé di un bambino si sviluppi grazie ad un adulto maturo capace di  buona sintonizzazione ai bisogni dei piccoli, ma ciò che conta è la sufficiente risposta che viene data  e convalida degli stessi stati emotivi.   Sarà in questo caso, successivamente, un adulto, capace di stare in pieno contatto con se stesso e con la propria soggettività, con il proprio senso autentico della sua esperienza che si evolve nella sana direzione in termini di continuità e coerenza con sè e gli altri.

La motivazione che spinge l’uomo a fare scelte e che orienta pensieri e azioni dipende in larga misura  dall’esperienza vissuta e dagli scambi  affettivi ed empatici ricevuti.

E’ un’area di base, “l’affettività o l’anaffettività” collegata alla possibilità di ricevere empatia o meno da chi ci circonda, che orienta la nostra esperienza di vita in termini di sentirsi o meno esistenti nel proprio modo o adattati al modo dell’altro.
Il senso reale in termini soggettivi è riferito quindi alla sensazione, alla percezione di ciò che sentiamo nella nostra esperienza di vita, e la capacità di saperli esprimere spontaneamente. In fase precoce  la presenza di un adulto che supporta e contribuisce al processo di crescita, facilita lo sviluppo in linea col personale  disegno di vita in continua conoscenza, in coerenza con lo sviluppo delle inclinazioni personali che lo aiuteranno a sviluppare la sua identità in maniera sana e autentica .

Il contatto, il modo in cui una madre per esempio  tiene in braccio il proprio bambino, lo sguardo, il ritmo e l’intonazione della voce forniscono degli indicatori di scambio affettivo importanti per il bambino, poi adulto. E’ importante decifrare bene (usando l’empatia e la conoscenza del proprio figlio) dare il giusto nome agli stati emotivi del piccolo, e rispondere alle sue richieste “regolandolo” ; ciò  aiuta a definire la sua soggettività. Ma se la risposta al bisogno dato dall’adulto non coincide con lo stato emotivo che lui prova, oppure i suoi bisogni sono del tutto ignorati ed assenti, è facile crescere più confusi che mai sul chi siamo, cho vogliamo diventare. Ciò genera la ricerca di conferme continue, di dipendenza a scelte di relazioni disfunzionali che spesso invece confermano il proprio “non essere”. Si è disorientati nel giudizio che l’altro fornisce e nella ricerca paradossale che l’altro può attribuire “si diventa ciò che l’altro si aspetta”.

La mancata difficoltà dell’adulto di riconoscere la sua stessa difficoltà a comprendere il bambino ed a rispondere  empaticamente, tende ad essere, quindi un fattore di rischio per un possibile deragliamento dello sviluppo soggettivo del bambino, in quanto ostacolo per lo sviluppo autentico del Sé e per la propria unicità identitaria. Spesso ci si adatta alla soggettività dell’altro pur di mantenere il legame pseudo-affettivo, si presenta una sintomatologia e si rinuncia al personale sentito. La propria  soggettività rischia di rimanere estranea a se stessa.

Questo processo avviene in modo inconsapevole, non voluto da nessuno, nessuno ha colpa e la situazione non cambia fino a che qualcuno, spesso l’adulto genitore, spesso il bambino diventato adulto non  si mette in discussione e apre possibilità esplorative di conoscenza soggettiva e scioglie modelli di relazione irretiti e ripetitivi, conformi più alle aspettative altrui che al proprio contatto con se stessi.

Sottolineo ancora, come spesso l’adulto accudente, inconsapevolmente sostituisce il gesto del bambino secondo il proprio bisogno. Kohut, direbbe che ci troviamo dinanzi ad un adulto narcisistico, incapace di empatizzare con il proprio figlio ma impone inconsapevolmente  i propri bisogni all’altro, spesso inappagati e frustrati. La conseguenza porta il piccolo a non avere possibilità di comprendere i suoi stati emotivi ed i suoi bisogni vengono disconosciuti; impara ad adattarsi senza possibilità di scelta, senza possibilità di verbalizzare ed esprimere, senza possibilità di  consolidare i suoi stati e la sua soggettività non si sviluppa in modo strutturata e fluida. Da adulto si rende conto che non sa chi sia. Non sa stare in contatto emotivo con sè.

Tristemente, infatti Il risultato della confusione sopracitata, ricade sulla sensazione  che alcune persone hanno di “non esistenza”.

Winnicott, pediatra e noto psicoanalista individua tale risultato nel “falso sé”, un sé custode che in qualche modo protegge, preserva il vero sé, lo nasconde per qualche motivo specifico, esso è ciò che si presenta al mondo esterno.
Si diviene, a volte, ciò che l’altro desidera ed a parlare è la sintomatologia.

“L ‘integrazione dell’esperienza reale, tuttavia, non è mai completato e nessun essere umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con la realtà esterna e che il sollievo da questa tensione è provveduto spesso da un’area intermedia di esperienza, indiscutibile, per cui si libera la personale creatività come può essere un arte, un particolare lavoro, la scrittura… “E’ questa  un’area di gioco necessaria, in cui apparentemente ci si perde ma si riconquista la propria autenticità”.
La complessità di tutto ciò è spiegato in modo semplicistico ed è riduttivo in tale contesto.Essere empatici e rispondere alle esigenze del bambino non significa mancare di disciplina ma facilitare lo sviluppo di ciò che si è attraverso l’empatia e il do contatto emotivo con colui che sta crescendo.

La terapia serve anche a trovare altre modalità di sviluppo in cui affettività e soggettività vanno a braccetto, non sono necessariamente rinunciatarie l’una dell’altra ma fanno parte di un’integrazione, ma ciò implica riconoscimento e consapevolezza. Tale processo di sviluppo ha bisogno del giusto tempo per avviarsi e prendere la forma più consona a sé, per incontrare se stessi, attraverso un percorso di contatto emotivo, di conoscenza e sblocco verso la propia realizzazione della propria unicità come persone.
Autore: Marialba Albisinni

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Io mi solleverò – Maya Angelou

Tu puoi scrivere di me nella storia, con le tue bugie amare e contorte.
Puoi calpestarmi nella sporcizia ma io, come la polvere, mi solleverò.
La mia sfacciataggine ti irrita?
Perché sei assediato dalla malinconia?
Perché io cammino come se avessi pozzi di petrolio che sgorgano nel mio salotto.
Proprio come le lune e i soli, con la certezza delle maree,
proprio come la speranza che alta si slancia, ancora io mi solleverò.
Volevi vedermi spezzata?
Con la testa china e gli occhi bassi?
Le spalle cadenti come lacrime.
Indebolita dal mio pianto, che viene dall’anima.
La mia superbia ti offende? Non prenderla così male.
Perché io rido come se avessi miniere d’oro scavate nel mio cortile.
Puoi spararmi con le tue parole. Puoi ferirmi con i tuoi occhi.
Puoi uccidermi con il tuo odio, ma io, come l’aria, mi solleverò.
È la mia sensualità a disturbarti?
Ti arriva come una sorpresa,
il fatto ch’io danzi come se avessi diamanti all’incrocio delle mie cosce?
Fuori dalle capanne della vergogna della storia, mi sollevo.
Su, da un passato che ha le radici nel dolore, mi sollevo.
Sono un oceano nero, ampio, che balza,
zampillando e gonfiandomi, genero nella marea.
Lasciando alle spalle notti di terrore e paura, mi sollevo.
In un’alba che è meravigliosamente chiara, mi sollevo.
Portando i doni che i miei antenati mi diedero,
io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
Mi sollevo.
Mi sollevo.
Mi sollevo.
Maya Angelou (poetessa afro-americana)

DEDICATA A TUTTE QUELLE DONNE CHE CE L’HANNO FATTA NONOSTANTE “L’ INDIFFERENZA” E A TUTTE QUELLE “DONNE CHE DEVONO AFFRONTARE IL CORAGGIO DI FARE QUALCOSA DI DIVERSO DA CIO’ CHE LE IMPRIGIONA”

I CARNEFICI SPESSO SONO TROPPO PROTETTI DA CHI NON VUOL VEDERE… PURTROPPO

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“Riconoscere chi siamo,
la nostra storicità e i nostri pregiudizi,
soltanto in questo modo possiamo entrare nel dialogo giocoso,
che amplia e approfondisce la nostra comprensione”. Robert  Stolorow- Prospettiva Intersoggettiva

L’enorme mole di studi sulla psicoanalisi integra gli studi contemporanei sulle dinamiche inconsce. La Psicoanalisi Intersoggettiva è un approccio psicoanalitico prospettivista  orientato a comprendere a  pieno la prospettiva soggettiva dell’altro, il suo modo di percepire, di organizzare e costruire la realtà sia in termini fenomenologici sia in termini più profondi e inconsci tipico e caratteristico e imprescindibile  degli studi psicoanalitici.

La mente non è isolata nella sua entità ma funziona sempre in un campo intersoggettivo esperienziale. Mette a fuoco Il mondo dell’esperienza interna dell’individuo accanto ad altri in un flusso continuo di influenza reciproca. Intersoggettivo perché qualsiasi campo psicologico è formato da mondi soggettivi esperienziali interagenti, ognuno ad un livello evolutivo diverso che caratterizza l’organizzazione personale e  differente. L’ampliamento della capacità riflessiva aiuta a comprendere il modo in cui si è organizzati, la parti di sé che ostacolano o facilitano i processi evolutivi di crescita.

L’esperienza umana nei suoi aspetti più profondi è uno dei punti essenziali della terapia  poichè la profonda immersione nel mondo del paziente  aiuta la persona a trovare nuovi significati.

L’esperienza, l’inconscio, il trauma, le fantasie, la psicosomatica, i conflitti, le difese, la formazione della propria identità, vengono sempre viste all’interno del campo intersoggettivo, all’interno della relazione di un osservazione traslativa e relazionale oltre che narrativa.

Essendo la psicoanalisi intersoggettiva una psicologia del profondo è orientata all’esplorazione delle dinamiche inconsce, ossia le dinamiche che agiscono sulla nostra personalità e nel nostro comportamento ma di cui non ne siamo consapevoli. Lo studio sull’inconscio integra l’inconscio Freudiano (inconscio dinamico) ed amplia ulteriori studi e osservazioni clniche in questo campo. Semplifico di seguito i tre tipi di inconscio considerati oggi nel lavoro psicoanalitico contemporaneo ed elaborati da Robert Stolorow  e George Atwood, noti psicoanalisti e ricercatori di orientamento intersoggettivo:

Inconscio pre-riflessivo riguarda quei  principi invarianti inconsci organizzatori (P.O.I) dell’esperienza che operano al di fuori della consapevolezza. Questi principi organizzatori innescati nella nostra psiche possono agire sia positivamente facilitando i nostri processi di crescita, sia negativamente impedendo a certe configurazioni di svilupparsi. Capire cosa ostacola a livello più profondo aiuta a comprendere come siamo strutturati ampliando la possibilità di fare esperienza di modi alternativi che sbloccano e orientano  la crescita psicologica.

Inconscio dinamico è riferito a quella parte della nostra psiche in conflitto strutturata da quelle esperienze a cui è stata negata espressione perché mettevano in pericolo legami indispensabili. Questo conflitto diviene una minaccia sia per l’organizzazione psicologica acquisita sia per salvaguardare legami importanti. Si rinuncia a  parti di sé importanti per salvaguardare legami affettivi provocando dei deragliamenti nello sviluppo di crescita.

Inconscio non convalidato riguarda  le esperienze di sé che non sono state espresse perché non hanno mai suscitato la necessaria risposta di convalida da parte dell’ambiente, per cui sono rimaste nascoste. La risposta di convalida è riferita alla possibilità di sentirsi validate le proprie percezioni che spesso rimangono poche definite e che rischiano di compromettere  la  la  propria identità, chi si è e chi si vuole essere.

In un setting di psicoterapia psicoanalitica che abbraccia il lavoro dei tanti lavori clinici e scientifici l’attivazione esplorativa con la persona che richiede un percorso personale è tesa soprattutto ad approfondire le dinamiche inconscie che mirano  verso una profonda comprensione di se stessi, ciò che ostacola ma anche ciò che facilita la crescita per avviare verso  una maggior conoscenza e padronanza di Sè.

Marialba Albisinni

Bibliografia- I contesti dell’essere – Robert Stolorow e George Atwood- Boringhieri
Volti nelle nuvole- Stolorow  e George Atwood- Borla

L’inconscio che agisce. La Psicoanalisi intersoggettiva (integrazioni psicoanalitiche)

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Le emozioni inascoltate

depressione

Quando sentiamo e ascoltiamo le nostre emozioni siamo a contatto con la nostra realtà sensitiva, con la parte più introspettiva, sentiamo che siamo vivi… ma a volte non vorremmo sentire c’è troppo dolore e allora si prosegue con  una vita infelice, così rabbia, frustrazione, delusione, ma purtroppo anche gioia, godimento divengono un diniego a cui non c’è via di uscita.

Si preferisce non sentire ma l’emozione non scompare si incanala in un organo, per esempio lo stomaco, la testa, la schiena etc. il nodo in gola, oppure si nasconde in un comparto psichico e si dissocia dalla consapevolezza e si esprime in maniera disfunzionale comunque.

In terapia il lavoro è delicato, qual è il conflitto o il dramma inconscio da cui la persona non riesce ad uscire o non riesce ad affrontare con consapevolezza? C’è ansia, uno stato emotivo che stringe la gola, accelera il battito cardiaco, sembra barcollare nel nulla, il senso di vertigine è in agguato. I sintomi psicosomatici prendono il sopravvento, parlano al posto della meritata ma negata consapevolezza.

La rabbia che si protrae per anni verso un coniuge scarsamente empatico si traduce in rassegnazione e ansia, ostacolo alla propria serenità. La paura di affrontare dei cambiamenti si traduce in ansia anticipatoria o in corazze corporee. La delusione verso un rapporto importante si può tradurre nell’ambivalenza di desiderare una nuova relazione ma anche nella paura di perdere quella che si ha. Il senso di vergogna in seguito ad un umiliazione ostacola la possibilità di essere più assertivo e confrontativo verso gli altri e verso il proprio progetto di vita, il senso di colpa si protrae nella dipendenza dalla propria famiglia di origine o un rapporto di coppia fermo nella ripetitività di schemi irrigiditi. Sono solo alcuni esempi.

La consapevolezza emotiva aiuta a orientare verso una strada più veritiera per noi e più autentica, i meccanismi difensivi a volte sono sbagliati e la rigidità psichica aumenta senza dare possibilità di aprire quella finestra che ci apre verso un sé più sano, una strada più nitida e aerosa da percorrere, il tragitto di viversi la vita con più emozioni e meno patologia. Più emozioni riconosciute e meno ansia generalizzata. Ciò è possibile se siamo in contatto con noi stessi, non in base a prescrizioni universali date come coach del saper tutto cosa afre di voi ma in base all’ascolto che possiamo avere verso noi stessi, questo è parte del delicato lavoro terapeutico. Scegliete il terapeuta con cui credete di poter creare un’affidabile alleanza cooperativa.

Questo è il lavoro continuativo che si fa in terapia quando ci si affida al professionista che considera una persona pensante e capace di viversi la vita in base alla sua scala di valori e alla coerenza con se stessa, ecco perchè a volte nello scoprire tutto ciò c’è bisogno di affidarsi nelle mani dell’esperto che si è formato per dare privilegio a chi ancora non se lo dà. Le emozioni non solo colorano la nostra vita ma la orientano in maniera più autentica.

Marialba Albisinni

 

 

 

 

 

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Nella stanza del terapeuta. Una sintetica panoramica

di Marialba Albisinni – La psicologia per la gente

Il nostro lavoro di psicologi e psicoterapeuti porta ad aprirci alla conoscenza altrui, alle richieste che provengono dalle persone che richiedono un aiuto psicologico, ciò significa che tante persone si rivolgono a noi laddove c’è un disagio doloroso o in qualche modo invalidante sulla persona, spesso una fase critica e una difficoltà nelle relazioni interpersonali.

In questi ultimi anni c’è stata una forte richiesta psicoterapica, le persone sono più informate, probabilmente grazie all’accesso virtuale e grazie al lavoro di rete con altri professionisti, o la rincorsa inconsapevole verso una vita fittizia di ipotetici e inutili trofei esibizionistici che si rivelano distonici  con la vera e personale realtà psichica  sconosciuta porta le persone  a sentire la necessità di chiarirsi e conoscersi meglio.

In primis sta cambiando la cultura sull’importanza di affidarsi ad un professionista del settore e  sono aumentati i canali di invio: il medico di base che ascoltando i disagi dei propri pazienti rappresenta un canale importante; le persone che traggono beneficio dalla terapia e che diffondono la loro esperienza privata, l’effetto domino sull’effetto  del benessere psichico finalmente sta avvenendo con maggior consapevolezza.

Il medico ha la possibilità di osservare direttamente i miglioramenti dei propri pazienti, l’evolvere verso dei benefici esistenziali e psico-fisici  rafforzano l’idea che la figura dello psicologo e dello psicoterapeuta in molti casi è davvero necessaria e a lungo andare proficua per la crescita realizzativa e per il superamento del disagio in corso.

COSA SPINGE LE PERSONE A RIVOLGERSI ALLO PSICOLOGO?

Dall’adolescenza fino all’età più matura, i disagi che spingono le persone a rivolgersi a noi sono le difficoltà relazionali, le relazioni di coppia, le disregolazioni emotive (tra cui ansie varie o alessitimie dormienti), le crisi, le dipendenze relazionali e le difficoltà per alcune personalità di costruire legami importanti o autorealizzarsi secondo i propri bisogni più autentici.  La sintomatologia che si manifesta si traduce in disagio e in realtà nasconde spesso radicate questioni irrisolte o vissuti odierni poco consoni alla propria vita idealizzata; qui la psicoanalisi relazionale lavora su più fronti considerando la persona nella sua globalità in cui l’ascolto empatico è una base prioritaria sia di un modo di essere terapeutico sia prettamente e terapeuticamente responsivo verso la persona.

ATTENZIONE! I DISAGI SI CRONOCIZZANO ED E’ DIFFICILE TROVARE UNA VIA DI USCITA

Purtroppo c’è una grande richiesta quando i problemi si sono più o meno cronicizzati e una scarsa capacità del genitore o dell’adulto poco consapevole e responsivo di individuare precocemente problematiche inerenti al proprio vissuto emotivo ed esperienziale poco elaborato che spessoe influisca sulla vita dei figli e sull’aspettativa irreale di chi vorrebbero che diventassero. Quindi i ragazzi divenuti più o meno adulti, verso i 20 anni circa sentono la necessità in maniera autonoma di richiedere un intervento di conoscenza e di facilitazione per la loro crescita perché sentono un disagio troppo ostacolante per i loro progetti realizzativi. E’ uno dei motivi di ostacolo alla crescita sana.

Il campo infantile è il più bisognoso eppure il meno  toccato in terapia, ma parlo della  mia esperienza, eppure nasco come educatrice. Ipotizzo  che l’adulto, inconsapevolmente si pone poco il problema di come gestire in maniera più supportiva il rapporto e la crescita emotiva e psichica dei figli oppure ci sono palesemente dei rapporti di coppia coniugali disfunzionali e fermi che si riversano sulla psiche della prole in maniera sempre inconsapevole provocando ulteriori disagi.

E’ doveroso ricordare che le dinamiche relazionali ed emotive dei primi anni di vita, sono invece fondamentali affinché lo sviluppo psichico ed emotivo della persona abbia una base  affettiva e sufficientemente avviata per stimolare la naturale esplorazione dell’individuo in maniera più o meno sicur. E’ nel preverbale che già si stabiliscono i cosiddetti legami di attaccamento di base che influiranno sulla futura personalità più o meno sicura o ansiosa o del tutto disorganizzata, la presenza emotiva di un adulto capace di sintonizzarsi emotivamente col piccolo facilita la crescita sana e un rapporto base di fiducia che avrà un significato inestimabile per tutta la vita dell’individuo in sviluppo.

LE RICHIESTE PIU’ DIFFUSE RIGUARDANO:

Gli adolescenti

La fascia di età molto presente riguarda gli adolescenti e i giovani adulti che hanno subito umiliazioni e vivono la loro vita con un senso di chiusura e vergogna, quindi hanno una gran difficoltà a realizzarsi e sviluppare serenamente la loro identità, a strutturare l’ autostima in maniera più o meno equilibrata.

Questo è un campo delicatissimo e come ci spiegano le ricerche cliniche, l’esordio delle malattie gravi con rischio di psicosi avvengono in età molto precoce e all’incirca verso  i 17, 18 anni compaiono i primi sintomi di chiusura o come mi capita spesso di vedere la frequenza maggiore riguarda ansia e  sintomi paranoici.  E’ importante intervenire tempestivamente, sostenere la loro crescita, affrontare le difficoltà e i disagi psichici probabili legati alle possibili frammentazioni dissociative che disorientano  quella  formazione identitaria che fa aftica ad avviarsi.  Il rischio di sviluppare  patologia molto gravi e senza via di uscita è in agguato.

Questa è un’area di noi psicoterapeuti ad orientamento psicodinamico molto cara e sicuramente su cui si lavora in maniera preventiva, coinvolgendo se necessario i genitori nel lavoro psicoterapico.

I giovani e gli adulti

Questa è la fascia più popolata in terapia, per lo meno nel mio studio.  I disagi  più o meno complessi, le persone che vanno dalla fascia di età tra i 20 in poi per lo più si presentano per tre motivi:

Un motivo è per lo più palesemente sintomatico ed ha a che fare con i frequenti attacchi di panico o l’ansia generalizzata che per la loro frequenza ostacolano il vivere quotidiano, allontanano sia dalla sfera lavorativa, sia dalla sfera più prettamente sociale. Solitamente chi ne soffre gravemente tende a rinchiudersi nella nicchia familiare ma spesso tutto questo sfocia in stati depressivi che si cronicizzano col tempo in vere e proprie problematiche patologiche.

Il secondo motivo riguarda per lo più un sentito personale svalutante, distimico verso sé dettato dall’insicurezza di proseguire la propria vita e una netta dipendenza dal giudizio altrui, siamo nelle problematiche più delicate, abbiamo a che fare con la realizzazione della propria identità che  non ha mai fine. In ogni fase della vita ci può essere una necessità di ricostruire in maniera intima il  proprio senso del sé.

Il terzo riguarda più prettamente le situazioni relazionali, difficoltà a trovare un partner, a mantenere la relazione, a fidarsi in una dinamica di co- costruzione con l’altro, il perno principale è la fiducia, le delusioni. Diverse condizioni traumatiche che hanno a che fare con la relazione con gli altri si ripercuotono in un malessere psichico, sono molto diffuse anche le dipendenze relazionali e purtroppo i cosiddetti disturbi di personalità borderline, narcisistiche e dipendenti. Le problematiche di coppia sono sempre presenti, poichè le fasi critiche della coppia sono inevitabili ma non sempre risolvibili senza la consapevolezza necessaria per superarle.

Una problematica a sé, molto frequente più di quella che si creda sono i disturbi ossessivi compulsivi, la mania del controllo che spesso nasconde una difficoltà nella tolleranza emotiva verso se stessi e verso gli altri, un modo molto faticoso di gestire la vita e renderla ferma a qualcosa che in realtà è trascorsa e la difficoltà di riconoscere stati emotivi importanti come per esempio la rabbia, la vergogna, i limiti, il rischio degli inevitabili fallimenti. Il disagio per se e per gli altri con i quali convivono diviene pesante e disfunzionale.

Quindi il lavoro terapeutico è  molto delicato, soprattutto con i giovani che lottano con la loro realizzazione,  con gli adulti che ritrattano scelte di vita poche consone con il proprio sé presente;

L’identità collegata alla formazione della personale autostima è sempre il perno di tutto, inizia dalla nostra nascita e progredisce per l’intera vita; spesso non si riconoscono gli inevitabili cambiamenti, si ostacola la realizzazione anziché assecondarla naturalmente, il disconoscimento di emozioni importanti e la regolazione emotiva è alla base di molti disagi.

Aggiungo a tutto ciò disagi importanti ed esistenziali che in terapia hanno la possibilità di trovare un posto espressivo e confrontativo privo di giudizio ma carico di comprensione e supporto empatico in cui non è possibile esperire in alcun altro luogo o con nessun altra persona, al di fuori del fidato terapeuta scelto liberamente da chi sente che con lui o con lei può comprendersi meglio di quanto sia avvenuto fino a quel momento della sua vita.

La psicoterapia è un lavoro di consapevolezza, una nuova opportunità di ritrovarsi e crescere anche se non sempre porta ad un cambiamento visibile esterno, porta a fare pace con se stessi in una relazione tutelata dalla privacy e dalla relazione umana col terapeuta, è un incontro emotivo, affettivo ed elaborativo con il proprio vissuto; i più coraggiosi poi osano cambiamenti visibili agli altri.

Ciò che conta è vivere la propria vita con maggiore autenticità e onestà con se stessi poi ognuno ha i propri tempi e la propria soggettività esperienziale e affettiva da rispettare. Tutto ciò facilita un processo di vita in evoluzione in una soggettività che attende di riconoscersi ed esprimersi.

Marialba Albisinni – psicologa, psicoterapeuta or. Psicoanalitico relazionale

Studio di psicoterapia psicoanalitica relazionale – San Cesareo –  Roma

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L’EMDR

www.emdr.it

Una psicoanalista che utilizza l’emdr? Veramente complicato. E’ chiedere troppo anche a me stessa, soprattutto se si lavora con l’approccio relazionale. Mi sono avvicinata a questa tecnica per curiosità come ho fatto con altre formazioni, ma continuo a lavorare con l’approccio a cui credo maggiormente, ossia la la psicoanalisi.

Utlizzo l’emdr solo su richiesta della persona interessata. E’ una tecnica molto lontana dalla profonda e completa psicoanalisi; tutta parte dalla psicoanalisi, anche lo studio neurofisiologico; non dimentichiamo che Freud era un medico, neurologo prima di scoprire altro.

Vediamo come ne parla chi la studia:

Che cos’è l’EMDR?

L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico.
L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo.
Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico hanno una desensibilizzazione, perdono la loro carica emotiva negativa. Il cambiamento è molto rapido, indipendentemente dagli anni che sono passati dall’evento. L’immagine cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi in genere si attutiscono o spariscono, diventando più adattivi dal punto di vista terapeutico e le emozioni e sensazioni fisiche si riducono di intensità. L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva che avviene, di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, incorporando emozioni adeguate alla situazione oltre ad eliminare le reazioni fisiche. Questo permette, in ultima istanza, di adottare comportamenti più adattivi. Dal punto di vista clinico e diagnostico, dopo un trattamento con EMDR il paziente non presenta più la sintomatologia tipica del disturbo post-traumatico da stress, quindi non si riscontrano più gli aspetti di intrusività dei pensieri e ricordi, i comportamenti di evitamento e l’iperarousal neurovegetativo nei confronti di stimoli legati all’evento, percepiti come pericolo. Un altro cambiamento significativo è dato dal fatto che il paziente discrimina meglio i pericoli reali da quelli immaginari condizionati dall’ansia.

Si sente che veramente il ricordo dell’ esperienza traumatica fa parte del passato e quindi viene vissuta in modo distaccato. I pazienti in genere riferiscono che, ripensando all’evento, lo vedono come un “ricordo lontano”, non più disturbante o pregnante dal punto di vista emotivo.

Dopo l’EMDR il paziente ricorda l’evento ma il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adattiva. L’esperienza è usata in modo costruttivo dall’individuo ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo. Cioè il paziente realizza le connessioni di associazioni appropriate, quello che è utile è appreso ed immagazzinato con l’emozione corrispondente ed è disponibile per l’uso futuro.

Quali sono le basi dell’EMDR?

L’approccio EMDR, adottato da un numero sempre crescente di psicoterapeuti in tutto il mondo, è basato sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione (AIP). Secondo l’AIP, l’evento traumatico vissuto dal soggetto viene immagazzinato in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel momento. Tutte queste informazioni immagazzinate in modo disfunzionale, restano “congelate” all’interno delle reti neurali e incapaci di mettersi in connessione con le altre reti con informazioni utili. Le informazioni ”congelate” e racchiuse nelle reti neurali, non potendo essere elaborate, continuano a provocare disagio nel soggetto, fino a portare all’insorgenza di patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici. Le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi, infatti, non scompaiono facilmente dal cervello: molte persone continuano dopo decenni a soffrire di sintomi che ne condizionano il benessere e impediscono loro di riprendere una nuova vita.
L’obiettivo dell’EMDR è quello di ripristinare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere ad una risoluzione adattiva attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. Una volta avvenuto ciò, il paziente può vedere l’evento disturbante e se stesso da una nuova prospettiva. L’EMDR considera tutti gli aspetti di un’ esperienza stressante o traumatica, sia quelli cognitivi ed emotivi che quelli comportamentali e neurofisiologici. Utilizzando un protocollo strutturato il terapeuta  guida il paziente nella descrizione dell’evento traumatico, aiutandolo a scegliere gli elementi disturbanti importanti.  Al termine della seduta di EMDR, quando il processo di rielaborazione ha raggiunto la risoluzione adattiva, l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.
Attraverso il trattamento con l’EMDR è dunque possibile alleviare la sofferenza emotiva, permettere la riformulazione delle credenze negative e ridurre l’arousal fisiologico del paziente.
Questo approccio risulta efficace anche con i pazienti che hanno difficoltà nel verbalizzare l’evento traumatico che hanno vissuto. L’EMDR, infatti, utilizza tecniche che possono fornire al paziente un maggior controllo verso le esperienze di esposizione (poiché non si basa su interventi verbali), e che possono aiutarlo nella regolazione e nella gestione delle emozioni intense che potrebbero scaturire durante la fase di elaborazione.

L’EMDR come approccio evidence -based

Nel lasso di trent’anni dalla sua scoperta, ad opera della ricercatrice americana Francine Shapiro, l’EMDR ha ricevuto più conferme scientifiche di qualunque altro metodo usato nel trattamento dei traumi. Oggi è riconosciuto come metodo evidence based per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato, tra gli altri, dall’American Psychological Association (1998-2002), dall’American Psychiatric Association (2004), dall’International Society for Traumatic Stress Studies (2010) e dal nostro Ministero della salute nel 2003. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’agosto del 2013, ha riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.
L’efficacia dell‘EMDR è stata dimostrata in tutti i tipi di trauma, sia per il Disturbo Post Traumatico da Stress che per i traumi di minore entità.  La ricerca recente mostra che, attraverso l’utilizzo dell’EMDR, le persone possono beneficiare degli effetti di una psicoterapia che una volta avrebbe impiegato anni per fare la differenza. Alcune ricerche hanno infatti dimostrato che tra l’84% e il 90% dei pazienti che riportavano l’esperienza di un singolo evento traumatico non mostravano più i sintomi di un Disturbo da Stress Post-traumatico dopo sole 3 sessioni di EMDR da 90 minuti ciascuna. L’efficacia dell’EMDR nel trattamento del PTSD è ormai ampiamente riconosciuta e documentata, ma attualmente l’EMDR è un approccio terapeutico ampiamente usato anche per il trattamento di varie patologie e disturbi psicologici. Data l’importanza che gli eventi traumatici (siano essi traumi singoli che cumulativi e relazionali) rivestono nello sviluppo di differenti patologie, diviene importante affrontarle attraverso un approccio che tenga in considerazione e riesca ad intervenire sull’origine traumatica di tali disturbi.
La ricerca riguardante l’EMDR è una delle prime in cui sono stati evidenziati i cambiamenti neurobiologici che si verificano durante ogni seduta di psicoterapia, rendendo l’EMDR il primo trattamento psicoterapeutico con un’efficacia neurobiologica provata. Le scoperte in questo campo confermano l’associazione tra i risultati clinici di questa terapia e alcuni cambiamenti a livello delle strutture e del funzionamento cerebrale.

 

Fonte Emdr.it Italia

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

L’invidia. Quale rapporto avete con questo sentimento?

Freud ne parlò tanto anche se in una posizione “fallocentrica” questo significa che la individuava con molta frequenza nei suoi pazienti, ma non solo, essendo la persona che era, l’aveva subita fortemente nella sua vita. Come non si faceva ad invidiare Freud e la sua mente?

Infatti, il primo sentimento di cui si parla in psicoterapia è sempre “l’amore” e le sue pene, non lo batte nessuno … ma il secondo, almeno nella mia esperienza  clinica è “l’invidia”, molti la subiscono ma i più coraggiosi parlano di quella che sentono. Sono molto fortunata, “Voi mi aprite i mondi più veri”.

Per definizione l’invidia è un sentimento distruttivo sia per chi la prova sia per chi la subisce. Ha a che fare col sentimento di ostilità e rancore per chi possiede qualcosa che il soggetto invidioso desidera, ma non possiede.

Durante la psicoterapia le persone che la provano, col tempo riescono a trasformarla in sana ammirazione ma quel che è più importante è che la trasformano in una sana ambizione e realizzazione verso la propria persona, non guardano più gli altri ma responsabilizzano se stessi, nei casi di più successo terapeutico divengono empatici verso l’altro e riconoscono la diversità, ampliano le loro prospettive; ecco perché si dice che le persone invidiose sono quelle più frustrate,  tendono a mettere in cattiva luce gli altri anziché responsabilizzarsi ed esplorare i loro sani attributi, purtroppo non ne sono capaci ma non lo riconoscono e la terapia aiuta a rintracciare il cosiddetto nucleo realizzativo del sé, per una maggiore soddisfazione della propria persona e garantire l’autostima.

Le persone che la subiscono invece imparano a tutelarsi e pian piano a non sentirsi in colpa per il loro modo di essere, e imparano a godere delle proprie realizzazioni personali, e come è giusto che sia a circondarsi di persone che riconoscono anziché disconoscono la loro persona. In ogni caso, non è per niente semplice poiché tutto ciò è tristemente umano ed è dettato dalle prime relazioni infantili, il rapporto tra fratelli o  da mancate elaborazioni intergenerazionali che si trasmettono da una famiglia all’altra con quella coazione a ripetere senza fine di cui parlava Freud, ma è poco rintracciabile perché agisce inconsciamente.

Heinz Kohut supporta l’idea del “narcisismo sano” ossia quello legato alla possibilità di realizzarsi come persone, parla di realizzazione del proprio sé  e dà importanza ai valori, ai principi e alle ambizioni personali,  al circondarsi di persone che supportano con empatia… tutti fattori importanti che inducono alla realizzazione dell’uomo e alla sua possibilità di avere un’autostima sana.

Tutto questo può avvenire in maniera lineare e serena se c’è stato un ambiente affettivo ed emotivo, rappresentato da persone capaci di sintonizzarsi con i reali bisogni del bambino, futuro adulto, altrimenti si rischia di perdersi o di ricercare continue ed effimere conferme su altri fronti privi di sostanza e di scarsa realizzazione.

Kohut prende in esame un punto dolente di tante persone ossia la “ferita narcisistica”, se tutto ciò che ho descritto poc’anzi non è avvenuto si crea una ferita profonda che compromette l’autostima e la possibilità di realizzare il proprio sé.

Un altro punto importante che può interferire con la realizzazione  del sé  è “l’invidia” che  alcune persone hanno subito da parte di chi invece avrebbe dovuto amare.

Riflettete sulla vostra infanzia, avevate un rapporto particolare con qualche adulto, vostro punto di riferimento affettivo? A chi ha disturbato questa relazione? Oppure a chi ha suscitato invidia una vostra indole particolare?

Quando si è bambini non si ha la capacità di elaborare cognitivamente cosa accade intorno a sé, si sentono emozioni forti, spesso confuse che qualcosa stia interferendo ingiustamente con la sana crescita.

A tal proposito cito letteralmente una passo significativo tratto da Potere e Coraggio di Heinz Kohut, maggiore esponente e studioso delle problematiche  di personalità narcisistiche:

Fin da quando ha cominciato a svilupparsi la nostra consapevolezza, queste forze ci hanno reso timorosi di esprimere liberamente la nostra iniziativa, l’emergere del nostro sé centrale ha suscitato una spaventosa reazione di invidia, che è una manifestazione del narcisismo ferito di coloro che ci stanno intorno. La totale affermazione del nostro Sé nucleare  è quindi per gran parte di noi oltre la portata del nostro coraggio”.

“NOI CI ALLONTANIAMO DALLE NOSTRE METE E DAI NOSTRI IDEALI PIU’ AUTENTICI, LI FALSIFICHIAMO E LI INDEBOLIAMO”.

Tutto questo aggiungo per mantenere dei pseudo affetti, ma c’è da ricordarsi che i veri affetti supportano, alimentano amore, ammirazione, anziché distruzione.

Ora vi porto a riflettere con questa fiaba e trarrete voi le conclusioni di alcune dinamiche distruttive a cui porta l’invidia,  laddove sanamente invece dovrebbe svilupparsi “ammirazione” o semplicemente “riconoscimento” dell’altro diverso da sé.. Le qualità dell’invidiato vengono negate, disconosciute ma nella fiaba emerge che per farlo c’è bisogno di strategie di gruppo, di una forza più grande, di una suggestiva convinzione affinché l’invidiato venga distrutto, in effetti ne esce distrutto ma la risoluzione sta sempre nell’intelligenza di chi invece è capace di altro nonostante tutto.

Buona riflessione

“Il gallo meraviglioso”.

Tratto dal libro “Fiabe dell’Africa”, curato dalla Onlus Thiaroye sur Mer,

Mancava poco al tramonto, il cielo, tutto colorato di arancio, prendeva in prestito dalla notte il suo travestimento più enigmatico. Nella città pervasa dal rumore di un torrente, un vecchio vicino a morire chiamò il suo unico figlio e gli disse: “Ascolta mia dolce creatura, presto ti lascerò per ricongiungermi con i nostri antenati. Ho pensato a te, io ti lascio in eredità il gallo meraviglioso che ha fatto la fortuna di mio padre, affinché assicuri anche per te la ricchezza. Grazie a lui potrai avere una vita felice e fare sempre l’elemosina ai poveri. Non è un gallo che si incontra in tutti i pollai. Da più generazioni viene tramandato di padre in figlio. Tu veglierai d’ora in poi su di lui con molto impegno”. Morto che fu il padre, il figlio organizzò un grandioso funerale dove convocò i parenti e gli amici.

Trascorso il periodo del lutto, il giovanotto decise di partecipare col suo gallo da combattimento a molti tornei, dove si trovò a lottare con i migliori galli del mondo. Per molti anni il gallo vinse tutti i combattimenti, procurando al suo proprietario fortuna e considerazione. Tutti i re lo volevano comprare, ma egli non accettò di sbarazzarsene nemmeno quando glielo avrebbero acquistato a peso d’oro. Diventato potente e ricco, costruì un immenso palazzo sulle rovine della sua vecchia capanna di paglia. Aveva tanti servi e procurava molto lavoro alla gente che aveva d’intorno. Creò una scuola per i fanciulli del villaggio dove apprendevano la conoscenza di molte discipline.

Questo successo non avvenne senza suscitare molte gelosie! Una sua vicina, invidiosa della sua felicità, decise di rendergli la vita più dura. Ella ebbe l’idea di seminare del mais da portare al gallo e questi si precipitò sui chicchi appetitosi e non smise di mangiarli finché non fu sazio: diventò così grasso che poteva appena camminare.

Fu a quel punto che la crudele donna andò a far visita al suo vicino e gli disse: “Il tuo gallo ha rubato il mio mais e non mi è rimasto niente da mangiare”.

Il giovane, imbarazzato, rispose: “Cara amica, calmati, ti pagherò il tuo mais!”

“No!” esclamò lei “no, no e poi no! Io rivoglio il mio mais, quello che il tuo gallo ha mangiato! Uccidi il tuo gallo e rendimi il mio mais!”.

L’atmosfera era tesissima, piena di elettricità, come quando sta per scatenarsi un temporale. L’ingannatrice, piena di collera, resa cieca dalla cupidigia, si mostrò irremovibile. Disperato il giovane gli offrì tutte le sue ricchezze, il suo palazzo, i suoi gioielli, i suoi diamanti, al fine di salvare il gallo, ma non servì a farle cambiare idea. Imperturbabile, la donna considerava la sua decisione non negoziabile. Il problema fu portato davanti al garante della legge che ascoltò la discussione. Gelosi come erano, tutti i membri della Giuria richiesero la morte del colpevole che con la pancia piena sonnecchiava nell’orto; andarono a prenderlo e lo sbuzzarono.

I chicchi di mais furono restituiti alla proprietaria ma intanto il povero volatile, non resistendo alle ferite, morì. Crudelmente provato da questa ingiustizia, il giovane deperì a vista d’occhio. Colpito dal dolore, era distrutto e ogni giorno più triste. Sotterrò in segreto il cadavere del gallo dietro il suo palazzo e, ferito nel profondo dell’animo, si rinchiuse per molti mesi nella sua abitazione. Un giorno, nel posto dove riposava il gallo, nacque un mango dai frutti allettanti. La vicina invidiosa, che era ghiotta e sfrontata, andò a chiedere un frutto al proprietario del mango, che non rifiutò. La donna fece venire il suo unico figlio e lo spinse a mangiarne anche lui. Così ne colsero molti, al posto di uno solo.

Il giorno dopo, al levarsi del sole, in assenza del proprietario dell’albero, il figlio della donna cattiva andò di nuovo, questa volta senza autorizzazione, a cogliere i deliziosi frutti. Salito in cima al mango, sceglieva quelli più maturi e li mangiava, ma stupidamente lasciava cascare i noccioli e le bucce in terra. Il proprietario dell’albero, tornando dalla sua passeggiata, si accorse del fanciullo appollaiato lassù su un ramo dell’albero; questi masticava un frutto e sembrava completamente indifferente alla sua presenza. A un tratto un mango, sfuggito dalle mani del ladruncolo, cascò sulla testa del proprietario. Furioso e assetato di vendetta, l’uomo batté il gong e radunò tutto il villaggio.

Appena tutti furono riuniti, egli dichiarò minaccioso: “Chi ha mangiato i miei manghi deve restituirmeli!” Tutti i presenti approvarono.

Informata dell’Assemblea, la madre del colpevole si presentò tutta trafelata e disse al proprietario: “Bene ti restituirò i tuoi frutti!”

Ma lui, ricordandosi della morte ingiusta del gallo, le disse “Oh donna, poiché la tua giustizia fu buona per il passato, questa lo sarà di nuovo in questo giorno. Io ti reclamo proprio quei frutti che sono stati mangiati da tuo figlio”.

Il Consiglio dei saggi riconobbe ch’egli era in diritto di esigere una giustizia equa. Piangendo e supplicando il suo vicino, la donna offrì tutti i suoi poveri beni in cambio della vita del figlio. Niente da fare, secondo la legge, il ragazzo doveva subire la stessa sorte del povero gallo. Tuttavia l’uomo dichiarò che era pronto a perdonare tutte le cattiverie passate. Egli si ritirò dunque nel suo palazzo, lasciando salvo il figlio della vicina.

Scioccata da tutta quella confusione, risparmiata dalla sorte, ma vergognandosi, la donna comprese che suo figlio doveva la vita a quest’uomo. Supplicò allora il cielo di liberarla della sua gelosia e dei suoi passati misfatti. Il destino le aveva dato una dolorosa lezione ed ella comprese infine che l’invidia distrugge chi la nutre. Il giorno dopo questo fatto, il mango cominciò a dare dei frutti d’oro. Si dice che ne fornisca ancora.

A cura di Marialba Albisinni

 

Bibliografia

Potere Coraggio e Narcisismo – Heinz Kohut, Astrolabio

Fiabe dell’Africa, curato dalla Onlus Thiaroye sur Mer,