Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

I drammi di Joker

Probabilmente ognuno di noi si è sentito un pò folle oppure no. Poi abbiamo bisogno di sensibilità, gentilezza, empatia e speranza per uscirne fuori. Un diritto al sostegno, alla presenza dell’altro che spesso viene a mancare.

Chi sono? Tutti abbiamo più o meno bisogno di trovare una risposta in noi stessi, per raggiungere non solo il nostro grado di accettazione e sicurezza emotiva interna (coesione) ma anche il nostro orientamento alla vita.  In tutto ciò siamo aiutati quando sappiamo più o meno chi siamo, rispettiamo la nostra indole e siamo capiti da coloro che ci sono vicini. Il contesto relazionale è fondamentale per la crescita psicologica.

Ma comprendere la nostra identità non è così semplice. La nostra mente è relazionale, sin dalla nascita ha bisogno dell’altro per capire e crescere, abbiamo bisogno di amore per sentirsi accettati, supporto emotivo e presenza fisica per crescere e affrontare la vita nel sociale; ma  non sempre le figure di riferimento sono presenti in modo sano, tanto meno le risorse di aiuto in ambito sociale e contestuali. La sofferenza umana si autogenera in un dolore interiore senza fine.

La società istituzionale non interviene negli aiuti psicologici e chiude gli occhi dinanzi a ciò che a noi professionisti della salute mentale e a chi si occupa di psicologia e sociologia risulta invece visibile. Già in tenera età i bambini vanno protetti da relazioni malsane e i genitori aiutati nella difficile impresa della crescita psicologica dei propri figli per la tutela della loro sanità mentale.

Allora ci chiediamo, quanto è complesso il processo di crescita identitario? Come viene deragliato dalle relazioni malsane e dall’indifferenza sociale? Quanta sofferenza procura tutto ciò?

Prendo spunto dalla storia di Joker poiché è rappresentativa di un malessere esistenziale e sociale caratteristico dell’uomo di sempre, ma ancor più di oggi. Evidenzia in maniera enfatizzata una sofferenza devastante e come viene a crearsi un disturbo molto grave di personalità . Il disturbo peggiora fino ad arrivare alla psicopatia – con un tempestivo supporto poteva perlomeno fermarsi? Chi ha toccato la sua sofferenza?

Qui nella storia di Joker ci addentriamo in un vissuto particolare i cui “traumi sono cumulativi” ossia diversi e ripetuti durante tutto il processo di crescita; intorno al personaggio ci sono diversi vuoti non solo affettivi. Niente e nessuno lo aiuta a “riorganizzare in modo relazionale” e sano  la sua mente e nessuno lo accompagna a fare un tentativo per trovare la sua identità. Il sociale violenta la sua mente con il rifiuto. Non c’è alcuna possibilità per lui. Ricordiamo sempre che è un film ma ci porta a riflettere su importanti sfaccettature e su come si arriva a distorcere la realtà, proiettando il dolore interno sul mondo esterno, in questo caso in maniera distruttiva.

Cominciamo dall’inizio:

Arthur, nasce da una madre patologica la quale ha una realtà distorta che il figlio interiorizza come unica realtà. Lui, non ha altre figure di riferimento con cui confrontarsi. Vive nell’inganno e nella distorsione di questa realtà. Una madre che non vede assolutamente la condizione di suo figlio ma esprime il suo “desiderio” che Arthur interiorizza nel tempo: “devi far ridere la gente” _ è l’unica direzione che all’inizio orienta la sua ambizione di vita. Lui che in qualche modo cerca di divenire il desiderio di sua madre. Un cabarettista che fa ridere la gente. Nel film vediamo un adulto malato, non si occupa di se stesso ma di lei, nutre la madre, le fa il bagno, se ne a modo cura. Del bambino che è stato sappiamo poco ma abbastanza da dedurre il   suo sviluppo psico-patologico.

Arthur in realtà non sa ridere, tant’è che disegna sul volto un sorriso, rappresentativo del personaggio desiderato da sua madre. La risata inquietante che esprime è la conseguenza di una dissociazione emotiva,  è il “conflitto inconscio” tra l’incongruenza della richiesta materna: “devi far ridere la gente” e la sua personale e autentica tragicità  dell’esperienza “c’è poco da ridere quando sei nella tragedia della tua esistenza storica e attuale “. Ne esce un sorriso inquietante e strozzato. Al suo nascere sembra che lo faccia morire. Lui è inconsapevole di ciò.

Un personaggio quindi che sin da bambino non è mai stato a contatto con  l’amore familiare, né tantomeno a contatto con la sua tragicità emotiva per integrarla al suo vissuto storico (ha rimosso gli eventi traumatici) _ soprattutto non ha avuto la possibilità di relazionarsi  con menti organizzate sane e responsabili in modo più lo aiutessero a liberarsi dalle gabbie del suo doloroso vissuto. La sua realtà diviene non reale, diviene commedia; fino a giungere a ribattezzarsi in una forma identitaria che racchiude ed esprime tutto il suo dolore e la sua rabbia da cui poi prenderà il nome di Joker.

Azzardiamo il suo senso storico in base agli elementi che lui stesso ci fornisce.

Nasce senza un padre poiché lo ha abbandonato e disconosciuto. Non viene visto dai Servizi Sociali né da quelli Sanitari. E’ abbandonato tragicamente al suo destino sin da bambino.  Non ha alcun tipo di supporto, è un non visto. Prima di diventare Joker fa dei tentativi di divenire e comprendere il suo senso storico. E’ consapevole che ha bisogno di aiuto. Ricerca degli indizi che li diano delle risposte su chi è sua madre, chi è suo padre e trovare qualcosa di sé, indizi per la sua identità. Ritrova i traumi, il peggio che un figlio possa scoprire, sono i maltrattamenti, gli abusi vissuti con la madre e gli abbandoni istituzionali. E’ la figura di un uomo profondamente ingannato e disconosciuto dagli affetti e profondamente ferito dalla vita, dall’indifferenza e poi dalla manipolazione della società capitalista.

Gradualmente la verità che trova, lo porta ad essere più confuso ed arrabbiato, diviene una mina vagante perché i suoi traumi si accumulano non solo nel suo presente ma anche nello svelamento di ciò che scopre essere  la sua storia, gli abusi, i maltrattamenti materni… il modo in cui si rivelano hanno un impatto emotivo uraganico su di lui. Anche qui nessuno lo aiuta ad elaborare queste scoperte e la sua mente è in balia alla follia_ non ha nessun supporto per questi traumi svelati.  La sua confusione si implementa tra gli inganni di una società che non  tutela quel bambino maltrattato, poi non supporta quell’adulto disturbato.  Nel ritorno a casa anestetizza le sue emozioni, è il bravo bambino che si occupa della madre ma è un uomo arrabbiato che si esaspera nella sua solitudine. Chi è Arthur? Tanti sensi di ingiustizia che non trovano nessuno sfogo relazionale, nessuna accoglienza, nessuna comprensione, nessun contesto supportivo. Rimane solo. I suoi tanti traumi rimangono isolati in se stesso, e nonostante il suo bisogno di condividerli e  di cercare qualcuno che lo ascolti e lo aiuti viene nuovamente abbandonato dalla società, i fondi sanitari finiscono e lui non ha alcuna possibilità di recuperarsi, nemmeno con l’aiuto farmacologico. Non dimentichiamo che lui si  presenta agli appuntamenti con la terapeuta assegnata, anche se non si sente capito e viene accolto in modo poco gentile da lei, lui persiste_ si sfoga senza avere alcuna sintonia con la terapeuta che lo invita a scrivere i suoi pensieri senza alcuna possibilità di sintonia con lo stato emotivo sofferto; non c’è possibilità di ricostruire e comprendere emotivamente un uomo distrutto dall’esperienza vissuta. Qui è ancora un personaggio disturbato dissociato e istrionico, al limite della psicosi ma non ha ancora una organizzazione di personalità psicopatica. Arthur spera  e si aspetta di ricevere quella speciale e  attenzione e comprensione dell’altro di cui ogni essere umano ha necessità, si chiama “empatia”_ ne rimane profondamente deluso. Questa è la ri-traumatizzazione dell’assenza. Una piccola speranza che era ancora viva, muore e si reitera nella rabbia.

Arthur Fleck si ribattezza in Joker il personaggio malvagio e vendicativo.

La sua identità parte quindi dal “disconoscimento di un padre” il vuoto affettivo lo ricerca a livello immaginario nell’idealizzazione in figure potenti e famose  _ figure  fortemente “idealizzate” affinché coprano un vuoto esistenziale. Con l’idealizzazione ricerca di interiorizzare figure forti, per un riscatto sociale e identitario. L’idealizzazione è un processo psicologico che tende a interiorizzare dentro di sè una figura che dà forza e vigore, ciò che non è stato quindi si idealizza. Aiuta a mantenere un grado di coesione con se stessi. Un’ illusione che poi ripetutamente si perde perchè c’è la delusione di ciò che avviene nella realtà, poichè appunto, idealizzato significa che non è del tutto reale. Con questi uomini non ha alcun reale legame. E’ un bisogno di forza che lo sostiene emotivamente. Ecco l’importanza della figura del padre e del bisogno di ogni figlio di avercero vicino, per rafforzarsi emotivamente e affrontare il sociale. E’ una figura che resta dentro, sia nella presenza che nell’assenza.

L’umiliazione, l’inganno e la delusione lo segnano nuovamente: “ l’inganno della madre” e il disconoscimento di un immaginario padre _ e l’umiliazione da parte di una figura che ammira e idealizza come una figura che lo guarda con occhi esclusivi e speciali. Idealizza infatti la figura di  Rober De Niro; immagina di ricevere empatia e ammirazione da lui e dalle  persone su cui lui esercita la sua influenza. Immagina di essere il suo  pupillo ma nella realtà viene umiliato pubblicamente e ingannato anche da questo personaggio di cui successivamente si vendicherà. Dopo l’idealizzazione si ha un crollo emotivo difficile da recuperare se non si viene aiutati a capire.

Lui è sensibilizzato al disconoscimento, e all’inganno. La sua vita diviene un teatro, la sua vita è stata una commedia, tutti han recitato una parte ed è l’unica realtà che conosce. Ha vissuto in una realtà distorta e confusa.

C’è ad un certo punto una confusione su cosa è la realtà. Cosa è accaduto? Sua madre è stata ingannata da un uomo influente? Quale verità? Oppure sua madre lo ha sottoposto ad un ambiente di maltrattamenti e abusi? Di chi deve fidarsi Joker? Quanta confusione ha in testa?

Il difendersi con la violenza diviene la sua unica identità possibile perché da quell’episodio di “legittima difesa” sulla metro comincia ad essere casualmente visibile al mondo _ comincia ad esistere per la società solo quando diviene ciò che non avrebbe mai pensato di diventare. Prima crolla, anche qui da solo; poi comincia a godere del suo protagonismo ed è meno solo; diviene un eroe ammirato. Joker perpetua la sua identità nella sua onnipotenza malata.

Chi è Joker?

Joker è un personaggio psicopatico che vive nel rifiuto di tutti, non ha mai avuto la possibilità di capire chi è _ non ha esperienze amorevoli alla base, tantomeno nel presente. E’ un uomo emarginato da chi prima di tutto poteva vedere e proteggere, è stato disconosciuto da tutti.

Un film non per tutti. C’è bisogno di un equilibrio mentale per vederlo e riflettere su come certe dinamiche della vita segnano profondamente. Lui ha traumi cumulati nel tempo, non trova via d’uscita. La sua mente è malata nella cronicità malata della società e dalla mancata presenza di affetti, dalla presenza di persone per niente gentili.

Abbiamo tutti bisogno di un ambiente più o meno sicuro che ci dia una possibilità, una famiglia più o meno amorevole per crescere se non felici sereni. Ma se l’ amore e il rispetto non lo troviamo in famiglia è bene ricercarlo nelle relazioni, quella che oggi con l’abuso dei social stiamo perdendo. “La nostra mente si forma in relazione con altre menti”. Il contesto educativo, sociale e supportivo esterno alla famiglia resta importante per compensare le mancanze.

Approfondimeto clinico:

Un sano sviluppo evolutivo e l’identità più autentica  tesa verso l’integrazione dipende dai rifornimenti emotivi e le cure materne (ma non solo) che permettono al bambino di iniziare la sua vita esistendo, non reagendo ai cosiddetti urti considerati invece come i non adattamenti materni al bambino. Solo in questo modo le persone vivono creativamente e sentono che la vita merita di essere vissuta  (Winnicott 1971).

La teoria della mente di riferimento è la   psicoanalisi relazionale che considera l’eterogeneità delle teorie  psicoanalitiche e le integra in termini di complementarietà. Ogni teoria psicoanalitica serve a darci contributi significativi e importanti per comprendere la psiche umana, come strutturiamo la nostra identità e sul come lavorare in ambito terapeutico.

La psicoanalisi relazionale parte dal presupposto che la mente è fondamentalmente diadica e interattiva “la mente è relazionale”; ciò significa che tutti noi ci organizziamo emotivamente e strutturiamo la nostra personalità in base alle relazioni con gli altri _ in primis con le figure di riferimento. La mente ricerca contatto, il rapporto con altre menti. C’è sempre una inclinazione temperamentale ma l’esperienza relazionale con gli altri ci permette di organizzarci in maniera più o meno sana o malsana. Il modo in cui ci percepiamo, creiamo legami affettivi e relazionali, esploriamo il mondo in buona parte dipende dal nostro bagaglio affettivo ed esperienziale.

I traumi se sono cumulativi ossia ripetuti  (Masud Khan) e relazionali mettono a dura prova la sanità mentale di ogni psiche umana.

Il  protagonista “Arthur” ha una personalità disturbata altamente dissociata, confusa, disorganizzata con sé e con gli altri. Il disconoscimento, la malattia materna, gli abusi e i maltrattamenti, l’essere bullizzato, l’essere umiliato, e il non avere alcun tipo di riferimento lo portano al delirio completo di sé.  Lo “stile di attaccamento” come direbbe John Bowlby è disorganizzato e invaso dalla paura. Il contatto col mondo fa paura. Il disorientamento materno diviene il suo. E’ un personaggio rifiutato.

L’unica mente con cui si è relazionato infatti  è quella materna _ ma da cui ne esce confuso e deluso. La patologia psicotica della madre che è fuori dalla realtà lo disorienta e l’organizza in maniera malsana. E’ una personalità completamente dissociata dal suo vissuto storico, quindi non sa chi sia anche se  va ostinatamente alla ricerca. Si ritrova ad essere un personaggio dal sorriso forzato. Interiorizza la realtà distorta e il desiderio materno.

Come ci ricorda Daniel Stern  vari sensi del sé hanno necessità di sperimentarsi per la formazione della nostra identità. Tutto ciò è stato assente nel personaggio che stiamo trattando.

  1. Il senso di essere soggetti agenti, senza di esso possono aversi paralisi, la sensazione di non essere padroni delle proprie azioni, l’esperienza della perdita di controllo degli agenti esterni.
  2. Il senso di coesione fisica, senza di esso possono aversi esperienze di frammentazione corporea, spersonalizzazione, esperienze extracorporee, derealizzazioni.
  3. Il Senso di continuità, senza di esso possono aversi dissociazione temporale, stati di fuga, amnesie, la perdita della sensazione di continuità dell’esistenza.
  4. Il senso dell’affettività, senza di esso vi è può essere anedonia e stati dissociativi.
  5. Il senso di un sé soggettivo permette di stabilire rapporti intersoggettivi con gli altri, la mancanza di esso porta ad una solitudine cosmica o all’altro estremo trasparenza psichica.
  6. Il senso di essere produttore di organizzazione, senza il quale vi può essere caos psichico.
  7. Il senso di poter comunicare significati, la sua mancanza può portare ad una esclusione culturale, scarsa socializzazione, e mancata validazione delle conoscenze personali.

I differenti sensi del sé in realtà maturano e cambiano e Stern riflette sulla possibilità di come avvenga tale cambiamento e si chiede se ciò è dovuto ad una maturità del bambino e della sua esperienza o ciò è dovuto alla nuova attribuzione che il genitore fa di lui. Per esempio il sorriso del bambino avviene per maturità o perché viene stimolato dal clima emotivo delle persone che lo circondano. Nel  cambiamento nella nuova capacità anche gli adulti interagiscono diversamente; tale paradosso si risolve con l’affermazione che i due sensi del sé cambiano in interazione l’uno con l’altro. Il clima emotivo di lui è tragico il “desiderio interiorizzato della madre”: <<sorridi per far ridere le persone >> senza che ci sia alcun clima emotivo favorevole alla sua crescita lo disorienta. Lui subisce molteplici traumi mai elaborati e accolti. Nessuno lo aiuta.

Il tentativo di contatto con la terapeuta (cognitivista comportamentale) non lo connette nè con le sue emozioni, né col suo senso storico e lo imprigiona in quelli che sono i pensieri negativi. Lui cerca empatia, supporto e accettazione ma soprattutto un aiuto per non soffrire così dolorosamente;  fa uso e abuso di psicofarmaci ma ha necessità di essere ascoltato. La sua mente è completamente disorientata e disorganizzata dall’incomprensione totale col mondo. E’ già un uomo molto malato. Il lavoro di equipe non esiste.

Anche “dal punto di vista neurobiologico il terapeuta sintonizzato ha quindi un’opportunità per agire come regolativo affettivo interattivo degli stati privi di regolazione del paziente” (Schore, 2002). “Il terapeuta che vuole comprendere cosa è successo al bambino il cui sé adulto è venuto in trattamento, diventa il testimone che rende possibile all’adulto di fare esperienza di tutto l’orrore della sua storia e quindi di cominciare a guarire. Quella che chiamiamo diniego o dimensione inconscia, può essere un’esperienza di cui non si è mai fatta veramente esperienza. I fenomeni dissociativi sono il risultato dell’assenza di un testimone convalidante in momenti cruciali della storia della persona”. (Orange, Stolorow e Atwood, 1992). Nel film il terapeuta è  del tutto assente come figura responsiva ed empatica. Anche qui nella sua speranza e nel suo bisogno di supporto per la sua mente il protagonista trova il vuoto dell’altro. “In un setting analitico appropriato vi è la possibilità per i domini dissociati del sé di sviluppare, insieme all’analista, quegli aspetti dell’esperienza non simbolizzata che consentiranno agli elementi motori, affettivi, immaginativi e verbali di fondersi con una memoria narrativa pertinente nel contesto di un qualche cosa prima inconcepibile”. (Bromberg, 1998).

“Niente può creare un legame più del prolungato tentativo di trovare insieme il senso della vita emotiva di qualcuno” (Orange, 1995) ma lui era solo.

Le figure interiorizzate sono di disconoscimento (padre) e ingannevoli e patologiche (madre).  Il padre e’ una figura che lo  disconosce totalmente, visto che non sa chi sia_ dentro di sé porta questa profonda ferita di vuoto, abbandono e rifiuto mai riparata o compensata con nessun altra relazione. Vive infatti una condizione esistenziale di emarginato, di invisibile. Quel vuoto lo induce a fantasticare la possibilità di piacere ed essere accettato da  due uomini forti,  influenti  e conosciuti a livello sociale. Uno è l’ipotetico padre, uomo politico;  l’altro da cui vorrebbe essere accettato è il personaggio che ricopre Robert De Niro. Non solo si identifica con lui ma fantastica di essere accettato da lui come un cabarettista speciale, una persona che idealizza nella possibilità di ricevere empatia per la sua storia ma anche amore.  L’idealizzazione di una persona fornisce forza e contenimento in un momento difficile ma altrettanto si frammenta dinanzi alla disillusione e delusione che anch’essa può ferire. Se ti ferisce la persona che si è idealizzata si crolla, perché la forza che traeva dall’idealizzazione viene a perdersi poichè reggeva la speranza, la possibilità di una riparazione profondamente affettiva ma soprattutto la sua coesione interna. La realtà è che proprio colui che aveva idealizzato nel suo intimo immaginario,  come una persona altamente empatica ed accettante di sé lo umilia pubblicamente, ne rimane doppiamente ferito (ri-traumatizzato) fino a vendicarsi di lui, pur non avendo alcun reale legame affettivo. Questo ci spiega come alcune ferite si organizzano intorno a distorsioni e fantasie di possibili riparazioni anche se non c’è alcun legame reale. “L’organizzazione psichica del bambino tenta di affrontare le situazioni irregolari costruendo nuovi sistemi di perfezione. tra cui l’idealizzazione”, (Heinz Kohut, 1978).

La madre è una figura patologica, e sembra che sia lui a prendersene cura. Mancano tanti dati. Non si capisce cosa  sia avvenuto veramente durante la sua infanzia ma la gravità della sua patologia  ci fa pensare che la sua disorganizzazione psichica sia stata dovuto ad ulteriori traumi come  l’abuso e il maltrattamento durante la sua infanzia. La confusione è quanto sia stato reale tutto ciò è quanto sia stato manipolato da persone influenti, ossia l’ipotetico personaggio del padre che fa internare sua madre e falsa le carte per salvarsi la faccia. Questo rimane confuso, come confusa e disorganizzata rimane la sua mente e la sua identità. 

Il “desiderio della madre”: <<sorridi per far ridere le persone>> ;  il desiderio di lei diviene la sua ambizione. Qui siamo all’interno di una cornice narcisistica materna di cui Heinz Kohut si occupa per tutta la sua vita.  Una madre con patologia narcisistica di personalità non è capace di empatizzare e rispecchiare il bisogno del proprio figlio ma lo fa agire secondo i suoi bisogni. Una componente narcisistica dei genitori moderni che è sotto gli occhi di tutti.  Non c’è alcuna possibilità per lui di trovare la sua reale ambizione, la sua reale identità. Forse sarebbe stato un bravo ballerino! Ballando autoregola la sua colpa. Lui si appoggia al desiderio della madre , si espone ma  le persone ridono  di lui, della sua goffaggine e della sua stranezza. La risata spontanea nei momenti di tensione denota probabilmente la sua dissociazione emotiva: <<vivo nella tragicità e devo pure sorridere per far ridere>>. Che assurdità! Quando non si è consapevoli delle proprie emozioni e di alcuni vissuti che sono nella memoria emotiva il corpo parla. La risata strozzata al suo nascere è simbolo della sua tragicità esistenziale.

Il rischio di una ritraumatizzazione conduce alla dissociazione patologica e al fallimento della simbolizzazione o all’impoverimento della capacità di rappresentare cognitivamente esperienze affettivamente intense o complesse”(Bromberg, 1998).

Si ribattezza  “Joker” e comincia ad ostentare il desiderio di un riconoscimento sociale ormai malsano reiterato dalla malattia. “L’individuo offeso narcisisticamente, non può trovare pace finché non ha cancellato un nemico, percepito indistintamente, che ha osato opporsi a lui, essere in disaccordo con lui, oppure lo ha messo in ombra” (Kohut, 1978).

La rabbia si verifica in molte forme: tutte presentano, tuttavia un aspetto psicologico specifico che dà loro una posizione definita entro l’ampia area dell’aggressività umana. Il bisogno di vendicarsi, di raddrizzare un torto, di annullare un danno con qualsiasi mezzo, e un’implacabile coazione, profondamente ancorata, a proseguire tutti questi fini, che non dà riposo a coloro che hanno sofferto di una ferita narcisistica, sono le caratteristiche della rabbia narcisistica i tutte le sue forme, che la distinguono d altre specie di aggressività, (Kohut, 1972).Qui siamo nell’ambito della patologia narcisistica maligna.

Interrogarsi sul momento negativo permette il risveglio. ( J.Benjamin, 1998), ma c’è bisogno di tante menti e di un sistema solido che lo aiuti a riorganizzarsi.  Joker si risveglia onnipotente circondato da altrettante menti arrabbiate e deluse  dalla società.

“La dissociazione  è una funzione normale e adattiva della mente che esclude dal campo della coscienza stati di sofferenza intollerabili, legate a realtà esterne ed interne; è un meccanismo che mette al riparo la coscienza ordinaria dall’inondazione di stimoli dolorosi, come quelli di origine traumatica. In qualche modo ci si costruisce una realtà parallela più favorevole dove trovare rifugio.  Questo ritiro temporaneo o rifugio non è patologico ma può essere messo al servizio dell’io (per la creatività, delle relazioni e dell’energia personale).  Se però tende alla reiterazione eccessiva e alla dipendenza morbosa si rischia la coazione all’isolamento, alla distorsione del senso del sé e delle relazioni fino alla perdita del contatto vitale con la realtà sfociando in disturbi psichiatrici” (Bromberg, 1998).

Nel delicato lavoro terapeutico “L’esibizionismo arcaico e la grandiosità  devono essere trasformati gradualmente in autostima inibita nella meta e in ambizioni realistiche, il suo desiderio di fusione con l’oggetto-sé arcaico onnipotente deve essere sostituito da atteggiamenti che sono sotto il controllo dell’io come per esempio l’entusiasmo per ideali significativi  e della sua devozione ad essi”(Kohut, 1978).

Ma Arthur era stato lasciato da solo sin da bambino. La sua mente si era ammalata molto precocemente fino a sfociare in un esibizionismo arcaico e pericoloso del suo essere senza nessuno e di divenire Joker, il malevole personaggio che si autosostiene nella sua stessa malata onnipotenza che si autoperpetua.

La società ha bisogno degli psicologi. La patologia narcisistica, la istrionica e la dissociata e l’antisociale_ tutte organizzazioni di personalità particolari, sono oramai sono sotto gli occhi di tutti proprio perché invisibili sotto altri punti di vista. Quanta prevenzione si potrebbe fare se ci fosse la responsabilità e buon senso di essere tutelati se non nell’amore in quella dignità umana per cui bisogna lottare in maniera saggia proteggendo da umiliazioni e traumi i bambini già in tenera età. Ma anche noi professionisti siamo impotenti, stanchi e soli dinanzi a tanta pazzia “istituzionale”. Si conosce molto di come ci sviluppiamo e la prevenzione psicologica aiuterebbe a tutelare le identità e facilitarne la crescita. Ci si ammala quando si è troppo deragliati dai propri bisogni e dall’empatia verso l’altro.

Questo è un film che permette di calarti empaticamente in un personaggio patologico e di vederne le mille sfaccettature che provocano tanti traumi ma ricordatevi di “differenziarvi” per non cadere nella trappola della sua mente, ricordandovi di riconoscere la vostra perchè Joker rimane un personaggio drammatico e per fortuna di fantasia. La sofferenza umana diverrà mai veramente visibile per essere affrontata?

Marialba Albisinni, psicologa, psicoterapeuta, (or. psicoanalitico relazionale)

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Il senso reale della propria esistenza: quale autenticità?

Diventiamo ridicoli solo quando vogliamo apparire ciò che non siamo.”Giacomo Leopardi

Pablo Picasso, Buste de Femme au Chapeau, 1962. Museum Boijmans Van Beuningen

L’essere umano si è sempre occupato del problema tra il  rapporto di ciò che è percepito oggettivamente (cosi com’è per esempio un oggetto nella sua configurazione) e ciò che è concepito soggettivamente (così come organizziamo la nostra personale esperienza secondo le nostre personali sensazioni). Tale complesso quesito è stato sollevato da D. Winnicott, noto psicoanalista.

Nella mia esperienza clinica ritrovo spesso persone tormentate dalla confusione di ciò che è sentito reale ed autentico e da ciò che invece è vissuto come non reale, quasi non appartenente a sè “un enorme groviglio per la propria esistenza, perchè a volte la sensazione è di non vivere la propria vita”. Si è confusi nel riconoscere i bisogni ma anche i desideri, le ambizioni che autenticamente  appartengono a sè, quindi l’identità non si sviluppa in maniera fluida e naturale.

La comprovata ricerca sul campo evolutivo, ci indica, come sia importante per la crescita dell’uomo, l’aspetto affettivo ed empatico di come il senso reale del  sé di un bambino si sviluppi grazie ad un adulto maturo capace di  buona sintonizzazione ai bisogni dei piccoli, ma ciò che conta è la sufficiente risposta che viene data  e convalida degli stessi stati emotivi.   Sarà in questo caso, successivamente, un adulto, capace di stare in pieno contatto con se stesso e con la propria soggettività, con il proprio senso autentico della sua esperienza che si evolve nella sana direzione in termini di continuità e coerenza con sè e gli altri.

La motivazione che spinge l’uomo a fare scelte e che orienta pensieri e azioni dipende in larga misura  dall’esperienza vissuta e dagli scambi  affettivi ed empatici ricevuti.

E’ un’area di base, “l’affettività o l’anaffettività” collegata alla possibilità di ricevere empatia o meno da chi ci circonda, che orienta la nostra esperienza di vita in termini di sentirsi o meno esistenti nel proprio modo o adattati al modo dell’altro.
Il senso reale in termini soggettivi è riferito quindi alla sensazione, alla percezione di ciò che sentiamo nella nostra esperienza di vita, e la capacità di saperli esprimere spontaneamente. In fase precoce  la presenza di un adulto che supporta e contribuisce al processo di crescita, facilita lo sviluppo in linea col personale  disegno di vita in continua conoscenza, in coerenza con lo sviluppo delle inclinazioni personali che lo aiuteranno a sviluppare la sua identità in maniera sana e autentica .

Il contatto, il modo in cui una madre per esempio  tiene in braccio il proprio bambino, lo sguardo, il ritmo e l’intonazione della voce forniscono degli indicatori di scambio affettivo importanti per il bambino, poi adulto. E’ importante decifrare bene (usando l’empatia e la conoscenza del proprio figlio) dare il giusto nome agli stati emotivi del piccolo, e rispondere alle sue richieste “regolandolo” ; ciò  aiuta a definire la sua soggettività. Ma se la risposta al bisogno dato dall’adulto non coincide con lo stato emotivo che lui prova, oppure i suoi bisogni sono del tutto ignorati ed assenti, è facile crescere più confusi che mai sul chi siamo, cho vogliamo diventare. Ciò genera la ricerca di conferme continue, di dipendenza a scelte di relazioni disfunzionali che spesso invece confermano il proprio “non essere”. Si è disorientati nel giudizio che l’altro fornisce e nella ricerca paradossale che l’altro può attribuire “si diventa ciò che l’altro si aspetta”.

La mancata difficoltà dell’adulto di riconoscere la sua stessa difficoltà a comprendere il bambino ed a rispondere  empaticamente, tende ad essere, quindi un fattore di rischio per un possibile deragliamento dello sviluppo soggettivo del bambino, in quanto ostacolo per lo sviluppo autentico del Sé e per la propria unicità identitaria. Spesso ci si adatta alla soggettività dell’altro pur di mantenere il legame pseudo-affettivo, si presenta una sintomatologia e si rinuncia al personale sentito. La propria  soggettività rischia di rimanere estranea a se stessa.

Questo processo avviene in modo inconsapevole, non voluto da nessuno, nessuno ha colpa e la situazione non cambia fino a che qualcuno, spesso l’adulto genitore, spesso il bambino diventato adulto non  si mette in discussione e apre possibilità esplorative di conoscenza soggettiva e scioglie modelli di relazione irretiti e ripetitivi, conformi più alle aspettative altrui che al proprio contatto con se stessi.

Sottolineo ancora, come spesso l’adulto accudente, inconsapevolmente sostituisce il gesto del bambino secondo il proprio bisogno. Kohut, direbbe che ci troviamo dinanzi ad un adulto narcisistico, incapace di empatizzare con il proprio figlio ma impone inconsapevolmente  i propri bisogni all’altro, spesso inappagati e frustrati. La conseguenza porta il piccolo a non avere possibilità di comprendere i suoi stati emotivi ed i suoi bisogni vengono disconosciuti; impara ad adattarsi senza possibilità di scelta, senza possibilità di verbalizzare ed esprimere, senza possibilità di  consolidare i suoi stati e la sua soggettività non si sviluppa in modo strutturata e fluida. Da adulto si rende conto che non sa chi sia. Non sa stare in contatto emotivo con sè.

Tristemente, infatti Il risultato della confusione sopracitata, ricade sulla sensazione  che alcune persone hanno di “non esistenza”.

Winnicott, pediatra e noto psicoanalista individua tale risultato nel “falso sé”, un sé custode che in qualche modo protegge, preserva il vero sé, lo nasconde per qualche motivo specifico, esso è ciò che si presenta al mondo esterno.
Si diviene, a volte, ciò che l’altro desidera ed a parlare è la sintomatologia.

“L ‘integrazione dell’esperienza reale, tuttavia, non è mai completato e nessun essere umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con la realtà esterna e che il sollievo da questa tensione è provveduto spesso da un’area intermedia di esperienza, indiscutibile, per cui si libera la personale creatività come può essere un arte, un particolare lavoro, la scrittura… “E’ questa  un’area di gioco necessaria, in cui apparentemente ci si perde ma si riconquista la propria autenticità”.
La complessità di tutto ciò è spiegato in modo semplicistico ed è riduttivo in tale contesto.Essere empatici e rispondere alle esigenze del bambino non significa mancare di disciplina ma facilitare lo sviluppo di ciò che si è attraverso l’empatia e il do contatto emotivo con colui che sta crescendo.

La terapia serve anche a trovare altre modalità di sviluppo in cui affettività e soggettività vanno a braccetto, non sono necessariamente rinunciatarie l’una dell’altra ma fanno parte di un’integrazione, ma ciò implica riconoscimento e consapevolezza. Tale processo di sviluppo ha bisogno del giusto tempo per avviarsi e prendere la forma più consona a sé, per incontrare se stessi, attraverso un percorso di contatto emotivo, di conoscenza e sblocco verso la propia realizzazione della propria unicità come persone.
Autore: Marialba Albisinni

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Io mi solleverò – Maya Angelou

Tu puoi scrivere di me nella storia, con le tue bugie amare e contorte.
Puoi calpestarmi nella sporcizia ma io, come la polvere, mi solleverò.
La mia sfacciataggine ti irrita?
Perché sei assediato dalla malinconia?
Perché io cammino come se avessi pozzi di petrolio che sgorgano nel mio salotto.
Proprio come le lune e i soli, con la certezza delle maree,
proprio come la speranza che alta si slancia, ancora io mi solleverò.
Volevi vedermi spezzata?
Con la testa china e gli occhi bassi?
Le spalle cadenti come lacrime.
Indebolita dal mio pianto, che viene dall’anima.
La mia superbia ti offende? Non prenderla così male.
Perché io rido come se avessi miniere d’oro scavate nel mio cortile.
Puoi spararmi con le tue parole. Puoi ferirmi con i tuoi occhi.
Puoi uccidermi con il tuo odio, ma io, come l’aria, mi solleverò.
È la mia sensualità a disturbarti?
Ti arriva come una sorpresa,
il fatto ch’io danzi come se avessi diamanti all’incrocio delle mie cosce?
Fuori dalle capanne della vergogna della storia, mi sollevo.
Su, da un passato che ha le radici nel dolore, mi sollevo.
Sono un oceano nero, ampio, che balza,
zampillando e gonfiandomi, genero nella marea.
Lasciando alle spalle notti di terrore e paura, mi sollevo.
In un’alba che è meravigliosamente chiara, mi sollevo.
Portando i doni che i miei antenati mi diedero,
io sono il sogno e la speranza dello schiavo.
Mi sollevo.
Mi sollevo.
Mi sollevo.
Maya Angelou (poetessa afro-americana)

DEDICATA A TUTTE QUELLE DONNE CHE CE L’HANNO FATTA NONOSTANTE “L’ INDIFFERENZA” E A TUTTE QUELLE “DONNE CHE DEVONO AFFRONTARE IL CORAGGIO DI FARE QUALCOSA DI DIVERSO DA CIO’ CHE LE IMPRIGIONA”

I CARNEFICI SPESSO SONO TROPPO PROTETTI DA CHI NON VUOL VEDERE… PURTROPPO

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“Riconoscere chi siamo,
la nostra storicità e i nostri pregiudizi,
soltanto in questo modo possiamo entrare nel dialogo giocoso,
che amplia e approfondisce la nostra comprensione”. Robert  Stolorow- Prospettiva Intersoggettiva

L’enorme mole di studi sulla psicoanalisi integra gli studi contemporanei sulle dinamiche inconsce. La Psicoanalisi Intersoggettiva è un approccio psicoanalitico prospettivista  orientato a comprendere a  pieno la prospettiva soggettiva dell’altro, il suo modo di percepire, di organizzare e costruire la realtà sia in termini fenomenologici sia in termini più profondi e inconsci tipico e caratteristico e imprescindibile  degli studi psicoanalitici.

La mente non è isolata nella sua entità ma funziona sempre in un campo intersoggettivo esperienziale. Mette a fuoco Il mondo dell’esperienza interna dell’individuo accanto ad altri in un flusso continuo di influenza reciproca. Intersoggettivo perché qualsiasi campo psicologico è formato da mondi soggettivi esperienziali interagenti, ognuno ad un livello evolutivo diverso che caratterizza l’organizzazione personale e  differente. L’ampliamento della capacità riflessiva aiuta a comprendere il modo in cui si è organizzati, la parti di sé che ostacolano o facilitano i processi evolutivi di crescita.

L’esperienza umana nei suoi aspetti più profondi è uno dei punti essenziali della terapia  poichè la profonda immersione nel mondo del paziente  aiuta la persona a trovare nuovi significati.

L’esperienza, l’inconscio, il trauma, le fantasie, la psicosomatica, i conflitti, le difese, la formazione della propria identità, vengono sempre viste all’interno del campo intersoggettivo, all’interno della relazione di un osservazione traslativa e relazionale oltre che narrativa.

Essendo la psicoanalisi intersoggettiva una psicologia del profondo è orientata all’esplorazione delle dinamiche inconsce, ossia le dinamiche che agiscono sulla nostra personalità e nel nostro comportamento ma di cui non ne siamo consapevoli. Lo studio sull’inconscio integra l’inconscio Freudiano (inconscio dinamico) ed amplia ulteriori studi e osservazioni clniche in questo campo. Semplifico di seguito i tre tipi di inconscio considerati oggi nel lavoro psicoanalitico contemporaneo ed elaborati da Robert Stolorow  e George Atwood, noti psicoanalisti e ricercatori di orientamento intersoggettivo:

Inconscio pre-riflessivo riguarda quei  principi invarianti inconsci organizzatori (P.O.I) dell’esperienza che operano al di fuori della consapevolezza. Questi principi organizzatori innescati nella nostra psiche possono agire sia positivamente facilitando i nostri processi di crescita, sia negativamente impedendo a certe configurazioni di svilupparsi. Capire cosa ostacola a livello più profondo aiuta a comprendere come siamo strutturati ampliando la possibilità di fare esperienza di modi alternativi che sbloccano e orientano  la crescita psicologica.

Inconscio dinamico è riferito a quella parte della nostra psiche in conflitto strutturata da quelle esperienze a cui è stata negata espressione perché mettevano in pericolo legami indispensabili. Questo conflitto diviene una minaccia sia per l’organizzazione psicologica acquisita sia per salvaguardare legami importanti. Si rinuncia a  parti di sé importanti per salvaguardare legami affettivi provocando dei deragliamenti nello sviluppo di crescita.

Inconscio non convalidato riguarda  le esperienze di sé che non sono state espresse perché non hanno mai suscitato la necessaria risposta di convalida da parte dell’ambiente, per cui sono rimaste nascoste. La risposta di convalida è riferita alla possibilità di sentirsi validate le proprie percezioni che spesso rimangono poche definite e che rischiano di compromettere  la  la  propria identità, chi si è e chi si vuole essere.

In un setting di psicoterapia psicoanalitica che abbraccia il lavoro dei tanti lavori clinici e scientifici l’attivazione esplorativa con la persona che richiede un percorso personale è tesa soprattutto ad approfondire le dinamiche inconscie che mirano  verso una profonda comprensione di se stessi, ciò che ostacola ma anche ciò che facilita la crescita per avviare verso  una maggior conoscenza e padronanza di Sè.

Marialba Albisinni

Bibliografia- I contesti dell’essere – Robert Stolorow e George Atwood- Boringhieri
Volti nelle nuvole- Stolorow  e George Atwood- Borla

L’inconscio che agisce. La Psicoanalisi intersoggettiva (integrazioni psicoanalitiche)

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Le emozioni inascoltate

depressione

Quando sentiamo e ascoltiamo le nostre emozioni siamo a contatto con la nostra realtà sensitiva, con la parte più introspettiva, sentiamo che siamo vivi… ma a volte non vorremmo sentire c’è troppo dolore e allora si prosegue con  una vita infelice, così rabbia, frustrazione, delusione, ma purtroppo anche gioia, godimento divengono un diniego a cui non c’è via di uscita.

Si preferisce non sentire ma l’emozione non scompare si incanala in un organo, per esempio lo stomaco, la testa, la schiena etc. il nodo in gola, oppure si nasconde in un comparto psichico e si dissocia dalla consapevolezza e si esprime in maniera disfunzionale comunque.

In terapia il lavoro è delicato, qual è il conflitto o il dramma inconscio da cui la persona non riesce ad uscire o non riesce ad affrontare con consapevolezza? C’è ansia, uno stato emotivo che stringe la gola, accelera il battito cardiaco, sembra barcollare nel nulla, il senso di vertigine è in agguato. I sintomi psicosomatici prendono il sopravvento, parlano al posto della meritata ma negata consapevolezza.

La rabbia che si protrae per anni verso un coniuge scarsamente empatico si traduce in rassegnazione e ansia, ostacolo alla propria serenità. La paura di affrontare dei cambiamenti si traduce in ansia anticipatoria o in corazze corporee. La delusione verso un rapporto importante si può tradurre nell’ambivalenza di desiderare una nuova relazione ma anche nella paura di perdere quella che si ha. Il senso di vergogna in seguito ad un umiliazione ostacola la possibilità di essere più assertivo e confrontativo verso gli altri e verso il proprio progetto di vita, il senso di colpa si protrae nella dipendenza dalla propria famiglia di origine o un rapporto di coppia fermo nella ripetitività di schemi irrigiditi. Sono solo alcuni esempi.

La consapevolezza emotiva aiuta a orientare verso una strada più veritiera per noi e più autentica, i meccanismi difensivi a volte sono sbagliati e la rigidità psichica aumenta senza dare possibilità di aprire quella finestra che ci apre verso un sé più sano, una strada più nitida e aerosa da percorrere, il tragitto di viversi la vita con più emozioni e meno patologia. Più emozioni riconosciute e meno ansia generalizzata. Ciò è possibile se siamo in contatto con noi stessi, non in base a prescrizioni universali date come coach del saper tutto cosa afre di voi ma in base all’ascolto che possiamo avere verso noi stessi, questo è parte del delicato lavoro terapeutico. Scegliete il terapeuta con cui credete di poter creare un’affidabile alleanza cooperativa.

Questo è il lavoro continuativo che si fa in terapia quando ci si affida al professionista che considera una persona pensante e capace di viversi la vita in base alla sua scala di valori e alla coerenza con se stessa, ecco perchè a volte nello scoprire tutto ciò c’è bisogno di affidarsi nelle mani dell’esperto che si è formato per dare privilegio a chi ancora non se lo dà. Le emozioni non solo colorano la nostra vita ma la orientano in maniera più autentica.

Marialba Albisinni

 

 

 

 

 

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Nella stanza del terapeuta. Una sintetica panoramica

di Marialba Albisinni – La psicologia per la gente

Il nostro lavoro di psicologi e psicoterapeuti porta ad aprirci alla conoscenza altrui, alle richieste che provengono dalle persone che richiedono un aiuto psicologico, ciò significa che tante persone si rivolgono a noi laddove c’è un disagio doloroso o in qualche modo invalidante sulla persona, spesso una fase critica e una difficoltà nelle relazioni interpersonali.

In questi ultimi anni c’è stata una forte richiesta psicoterapica, le persone sono più informate, probabilmente grazie all’accesso virtuale e grazie al lavoro di rete con altri professionisti, o la rincorsa inconsapevole verso una vita fittizia di ipotetici e inutili trofei esibizionistici che si rivelano distonici  con la vera e personale realtà psichica  sconosciuta porta le persone  a sentire la necessità di chiarirsi e conoscersi meglio.

In primis sta cambiando la cultura sull’importanza di affidarsi ad un professionista del settore e  sono aumentati i canali di invio: il medico di base che ascoltando i disagi dei propri pazienti rappresenta un canale importante; le persone che traggono beneficio dalla terapia e che diffondono la loro esperienza privata, l’effetto domino sull’effetto  del benessere psichico finalmente sta avvenendo con maggior consapevolezza.

Il medico ha la possibilità di osservare direttamente i miglioramenti dei propri pazienti, l’evolvere verso dei benefici esistenziali e psico-fisici  rafforzano l’idea che la figura dello psicologo e dello psicoterapeuta in molti casi è davvero necessaria e a lungo andare proficua per la crescita realizzativa e per il superamento del disagio in corso.

COSA SPINGE LE PERSONE A RIVOLGERSI ALLO PSICOLOGO?

Dall’adolescenza fino all’età più matura, i disagi che spingono le persone a rivolgersi a noi sono le difficoltà relazionali, le relazioni di coppia, le disregolazioni emotive (tra cui ansie varie o alessitimie dormienti), le crisi, le dipendenze relazionali e le difficoltà per alcune personalità di costruire legami importanti o autorealizzarsi secondo i propri bisogni più autentici.  La sintomatologia che si manifesta si traduce in disagio e in realtà nasconde spesso radicate questioni irrisolte o vissuti odierni poco consoni alla propria vita idealizzata; qui la psicoanalisi relazionale lavora su più fronti considerando la persona nella sua globalità in cui l’ascolto empatico è una base prioritaria sia di un modo di essere terapeutico sia prettamente e terapeuticamente responsivo verso la persona.

ATTENZIONE! I DISAGI SI CRONOCIZZANO ED E’ DIFFICILE TROVARE UNA VIA DI USCITA

Purtroppo c’è una grande richiesta quando i problemi si sono più o meno cronicizzati e una scarsa capacità del genitore o dell’adulto poco consapevole e responsivo di individuare precocemente problematiche inerenti al proprio vissuto emotivo ed esperienziale poco elaborato che spessoe influisca sulla vita dei figli e sull’aspettativa irreale di chi vorrebbero che diventassero. Quindi i ragazzi divenuti più o meno adulti, verso i 20 anni circa sentono la necessità in maniera autonoma di richiedere un intervento di conoscenza e di facilitazione per la loro crescita perché sentono un disagio troppo ostacolante per i loro progetti realizzativi. E’ uno dei motivi di ostacolo alla crescita sana.

Il campo infantile è il più bisognoso eppure il meno  toccato in terapia, ma parlo della  mia esperienza, eppure nasco come educatrice. Ipotizzo  che l’adulto, inconsapevolmente si pone poco il problema di come gestire in maniera più supportiva il rapporto e la crescita emotiva e psichica dei figli oppure ci sono palesemente dei rapporti di coppia coniugali disfunzionali e fermi che si riversano sulla psiche della prole in maniera sempre inconsapevole provocando ulteriori disagi.

E’ doveroso ricordare che le dinamiche relazionali ed emotive dei primi anni di vita, sono invece fondamentali affinché lo sviluppo psichico ed emotivo della persona abbia una base  affettiva e sufficientemente avviata per stimolare la naturale esplorazione dell’individuo in maniera più o meno sicur. E’ nel preverbale che già si stabiliscono i cosiddetti legami di attaccamento di base che influiranno sulla futura personalità più o meno sicura o ansiosa o del tutto disorganizzata, la presenza emotiva di un adulto capace di sintonizzarsi emotivamente col piccolo facilita la crescita sana e un rapporto base di fiducia che avrà un significato inestimabile per tutta la vita dell’individuo in sviluppo.

LE RICHIESTE PIU’ DIFFUSE RIGUARDANO:

Gli adolescenti

La fascia di età molto presente riguarda gli adolescenti e i giovani adulti che hanno subito umiliazioni e vivono la loro vita con un senso di chiusura e vergogna, quindi hanno una gran difficoltà a realizzarsi e sviluppare serenamente la loro identità, a strutturare l’ autostima in maniera più o meno equilibrata.

Questo è un campo delicatissimo e come ci spiegano le ricerche cliniche, l’esordio delle malattie gravi con rischio di psicosi avvengono in età molto precoce e all’incirca verso  i 17, 18 anni compaiono i primi sintomi di chiusura o come mi capita spesso di vedere la frequenza maggiore riguarda ansia e  sintomi paranoici.  E’ importante intervenire tempestivamente, sostenere la loro crescita, affrontare le difficoltà e i disagi psichici probabili legati alle possibili frammentazioni dissociative che disorientano  quella  formazione identitaria che fa aftica ad avviarsi.  Il rischio di sviluppare  patologia molto gravi e senza via di uscita è in agguato.

Questa è un’area di noi psicoterapeuti ad orientamento psicodinamico molto cara e sicuramente su cui si lavora in maniera preventiva, coinvolgendo se necessario i genitori nel lavoro psicoterapico.

I giovani e gli adulti

Questa è la fascia più popolata in terapia, per lo meno nel mio studio.  I disagi  più o meno complessi, le persone che vanno dalla fascia di età tra i 20 in poi per lo più si presentano per tre motivi:

Un motivo è per lo più palesemente sintomatico ed ha a che fare con i frequenti attacchi di panico o l’ansia generalizzata che per la loro frequenza ostacolano il vivere quotidiano, allontanano sia dalla sfera lavorativa, sia dalla sfera più prettamente sociale. Solitamente chi ne soffre gravemente tende a rinchiudersi nella nicchia familiare ma spesso tutto questo sfocia in stati depressivi che si cronicizzano col tempo in vere e proprie problematiche patologiche.

Il secondo motivo riguarda per lo più un sentito personale svalutante, distimico verso sé dettato dall’insicurezza di proseguire la propria vita e una netta dipendenza dal giudizio altrui, siamo nelle problematiche più delicate, abbiamo a che fare con la realizzazione della propria identità che  non ha mai fine. In ogni fase della vita ci può essere una necessità di ricostruire in maniera intima il  proprio senso del sé.

Il terzo riguarda più prettamente le situazioni relazionali, difficoltà a trovare un partner, a mantenere la relazione, a fidarsi in una dinamica di co- costruzione con l’altro, il perno principale è la fiducia, le delusioni. Diverse condizioni traumatiche che hanno a che fare con la relazione con gli altri si ripercuotono in un malessere psichico, sono molto diffuse anche le dipendenze relazionali e purtroppo i cosiddetti disturbi di personalità borderline, narcisistiche e dipendenti. Le problematiche di coppia sono sempre presenti, poichè le fasi critiche della coppia sono inevitabili ma non sempre risolvibili senza la consapevolezza necessaria per superarle.

Una problematica a sé, molto frequente più di quella che si creda sono i disturbi ossessivi compulsivi, la mania del controllo che spesso nasconde una difficoltà nella tolleranza emotiva verso se stessi e verso gli altri, un modo molto faticoso di gestire la vita e renderla ferma a qualcosa che in realtà è trascorsa e la difficoltà di riconoscere stati emotivi importanti come per esempio la rabbia, la vergogna, i limiti, il rischio degli inevitabili fallimenti. Il disagio per se e per gli altri con i quali convivono diviene pesante e disfunzionale.

Quindi il lavoro terapeutico è  molto delicato, soprattutto con i giovani che lottano con la loro realizzazione,  con gli adulti che ritrattano scelte di vita poche consone con il proprio sé presente;

L’identità collegata alla formazione della personale autostima è sempre il perno di tutto, inizia dalla nostra nascita e progredisce per l’intera vita; spesso non si riconoscono gli inevitabili cambiamenti, si ostacola la realizzazione anziché assecondarla naturalmente, il disconoscimento di emozioni importanti e la regolazione emotiva è alla base di molti disagi.

Aggiungo a tutto ciò disagi importanti ed esistenziali che in terapia hanno la possibilità di trovare un posto espressivo e confrontativo privo di giudizio ma carico di comprensione e supporto empatico in cui non è possibile esperire in alcun altro luogo o con nessun altra persona, al di fuori del fidato terapeuta scelto liberamente da chi sente che con lui o con lei può comprendersi meglio di quanto sia avvenuto fino a quel momento della sua vita.

La psicoterapia è un lavoro di consapevolezza, una nuova opportunità di ritrovarsi e crescere anche se non sempre porta ad un cambiamento visibile esterno, porta a fare pace con se stessi in una relazione tutelata dalla privacy e dalla relazione umana col terapeuta, è un incontro emotivo, affettivo ed elaborativo con il proprio vissuto; i più coraggiosi poi osano cambiamenti visibili agli altri.

Ciò che conta è vivere la propria vita con maggiore autenticità e onestà con se stessi poi ognuno ha i propri tempi e la propria soggettività esperienziale e affettiva da rispettare. Tutto ciò facilita un processo di vita in evoluzione in una soggettività che attende di riconoscersi ed esprimersi.

Marialba Albisinni – psicologa, psicoterapeuta or. Psicoanalitico relazionale

Studio di psicoterapia psicoanalitica relazionale – San Cesareo –  Roma

Pubblicato in: PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

L’EMDR

www.emdr.it

Una psicoanalista che utilizza l’emdr? Veramente complicato. E’ chiedere troppo anche a me stessa, soprattutto se si lavora con l’approccio relazionale. Mi sono avvicinata a questa tecnica per curiosità come ho fatto con altre formazioni, ma continuo a lavorare con l’approccio a cui credo maggiormente, ossia la la psicoanalisi.

Utlizzo l’emdr solo su richiesta della persona interessata. E’ una tecnica molto lontana dalla profonda e completa psicoanalisi; tutta parte dalla psicoanalisi, anche lo studio neurofisiologico; non dimentichiamo che Freud era un medico, neurologo prima di scoprire altro.

Vediamo come ne parla chi la studia:

Che cos’è l’EMDR?

L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico.
L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo.
Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico hanno una desensibilizzazione, perdono la loro carica emotiva negativa. Il cambiamento è molto rapido, indipendentemente dagli anni che sono passati dall’evento. L’immagine cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi in genere si attutiscono o spariscono, diventando più adattivi dal punto di vista terapeutico e le emozioni e sensazioni fisiche si riducono di intensità. L’elaborazione dell’esperienza traumatica che avviene con l’EMDR permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva che avviene, di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, incorporando emozioni adeguate alla situazione oltre ad eliminare le reazioni fisiche. Questo permette, in ultima istanza, di adottare comportamenti più adattivi. Dal punto di vista clinico e diagnostico, dopo un trattamento con EMDR il paziente non presenta più la sintomatologia tipica del disturbo post-traumatico da stress, quindi non si riscontrano più gli aspetti di intrusività dei pensieri e ricordi, i comportamenti di evitamento e l’iperarousal neurovegetativo nei confronti di stimoli legati all’evento, percepiti come pericolo. Un altro cambiamento significativo è dato dal fatto che il paziente discrimina meglio i pericoli reali da quelli immaginari condizionati dall’ansia.

Si sente che veramente il ricordo dell’ esperienza traumatica fa parte del passato e quindi viene vissuta in modo distaccato. I pazienti in genere riferiscono che, ripensando all’evento, lo vedono come un “ricordo lontano”, non più disturbante o pregnante dal punto di vista emotivo.

Dopo l’EMDR il paziente ricorda l’evento ma il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adattiva. L’esperienza è usata in modo costruttivo dall’individuo ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo. Cioè il paziente realizza le connessioni di associazioni appropriate, quello che è utile è appreso ed immagazzinato con l’emozione corrispondente ed è disponibile per l’uso futuro.

Quali sono le basi dell’EMDR?

L’approccio EMDR, adottato da un numero sempre crescente di psicoterapeuti in tutto il mondo, è basato sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione (AIP). Secondo l’AIP, l’evento traumatico vissuto dal soggetto viene immagazzinato in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel momento. Tutte queste informazioni immagazzinate in modo disfunzionale, restano “congelate” all’interno delle reti neurali e incapaci di mettersi in connessione con le altre reti con informazioni utili. Le informazioni ”congelate” e racchiuse nelle reti neurali, non potendo essere elaborate, continuano a provocare disagio nel soggetto, fino a portare all’insorgenza di patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici. Le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi, infatti, non scompaiono facilmente dal cervello: molte persone continuano dopo decenni a soffrire di sintomi che ne condizionano il benessere e impediscono loro di riprendere una nuova vita.
L’obiettivo dell’EMDR è quello di ripristinare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere ad una risoluzione adattiva attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. Una volta avvenuto ciò, il paziente può vedere l’evento disturbante e se stesso da una nuova prospettiva. L’EMDR considera tutti gli aspetti di un’ esperienza stressante o traumatica, sia quelli cognitivi ed emotivi che quelli comportamentali e neurofisiologici. Utilizzando un protocollo strutturato il terapeuta  guida il paziente nella descrizione dell’evento traumatico, aiutandolo a scegliere gli elementi disturbanti importanti.  Al termine della seduta di EMDR, quando il processo di rielaborazione ha raggiunto la risoluzione adattiva, l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.
Attraverso il trattamento con l’EMDR è dunque possibile alleviare la sofferenza emotiva, permettere la riformulazione delle credenze negative e ridurre l’arousal fisiologico del paziente.
Questo approccio risulta efficace anche con i pazienti che hanno difficoltà nel verbalizzare l’evento traumatico che hanno vissuto. L’EMDR, infatti, utilizza tecniche che possono fornire al paziente un maggior controllo verso le esperienze di esposizione (poiché non si basa su interventi verbali), e che possono aiutarlo nella regolazione e nella gestione delle emozioni intense che potrebbero scaturire durante la fase di elaborazione.

L’EMDR come approccio evidence -based

Nel lasso di trent’anni dalla sua scoperta, ad opera della ricercatrice americana Francine Shapiro, l’EMDR ha ricevuto più conferme scientifiche di qualunque altro metodo usato nel trattamento dei traumi. Oggi è riconosciuto come metodo evidence based per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato, tra gli altri, dall’American Psychological Association (1998-2002), dall’American Psychiatric Association (2004), dall’International Society for Traumatic Stress Studies (2010) e dal nostro Ministero della salute nel 2003. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’agosto del 2013, ha riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.
L’efficacia dell‘EMDR è stata dimostrata in tutti i tipi di trauma, sia per il Disturbo Post Traumatico da Stress che per i traumi di minore entità.  La ricerca recente mostra che, attraverso l’utilizzo dell’EMDR, le persone possono beneficiare degli effetti di una psicoterapia che una volta avrebbe impiegato anni per fare la differenza. Alcune ricerche hanno infatti dimostrato che tra l’84% e il 90% dei pazienti che riportavano l’esperienza di un singolo evento traumatico non mostravano più i sintomi di un Disturbo da Stress Post-traumatico dopo sole 3 sessioni di EMDR da 90 minuti ciascuna. L’efficacia dell’EMDR nel trattamento del PTSD è ormai ampiamente riconosciuta e documentata, ma attualmente l’EMDR è un approccio terapeutico ampiamente usato anche per il trattamento di varie patologie e disturbi psicologici. Data l’importanza che gli eventi traumatici (siano essi traumi singoli che cumulativi e relazionali) rivestono nello sviluppo di differenti patologie, diviene importante affrontarle attraverso un approccio che tenga in considerazione e riesca ad intervenire sull’origine traumatica di tali disturbi.
La ricerca riguardante l’EMDR è una delle prime in cui sono stati evidenziati i cambiamenti neurobiologici che si verificano durante ogni seduta di psicoterapia, rendendo l’EMDR il primo trattamento psicoterapeutico con un’efficacia neurobiologica provata. Le scoperte in questo campo confermano l’associazione tra i risultati clinici di questa terapia e alcuni cambiamenti a livello delle strutture e del funzionamento cerebrale.

 

Fonte Emdr.it Italia